È morto Stefano Benni, inventore del Bar Sport, amico di Daniel Pennac, “performer” con Nick Cave e tante altre cose

Romanziere, giornalista, drammaturgo: in ogni sua veste Benni ha saputo raccontare l’italianità, una battuta alla volta.  

09 Settembre 2025

«Quando io non sarò più e voi dovrete mettere le fascette sui libri per raccontarmi, non saprete cosa scrivere. Saranno i lettori a trovare il filo della mia narrazione. A differenza dei critici e degli editori, ai lettori piace sorprendersi»: nel 2008, intervistato dalla sua casa editrice Feltrinelli per i suoi trent’anni di carriera, Benni s’immaginava così la sua morte, anticipando la difficoltà di quanti avrebbero dovuto sintetizzare la sua carriera letteraria in poche righe. Benni era consapevole di aver costruito un corpus letterario basato su tanti differenti «strumenti di un’orchestra letteraria a disposizione dell’autore, che ho provato di volta in volta a suonare». 

Un racconto postumo complicato ulteriormente dal fatto che il corpus letterario è una parte importante ma non rappresentativa dello scrittore che si è spento oggi 9 settembre 2025 all’età di 78 anni, dopo che una malattia l’aveva progressivamente allontanato dalla scena pubblica. È stato l’editore Feltrinelli a confermare la sua morte all’ADNKronos, dettaglio che racconta di un legame profondo con la casa editrice, con cui l’autore bolognese ha pubblicato più di una ventina di libri, tra antologie di racconti e romanzi, da fine anni ’70 all’inizio degli anni ’20.

L’esordio letterario di Benni fu Bar Sport: l’antologia di racconti arriva nelle librerie nel 1976 e riscuote subito un successo incredibile, figlio degli inizi giornalistici di questo ragazzo sarcastico sceso dagli Appennini per raccontare la provincia italiana a tutto il Paese. La letteratura fu un approdo, dopo anni di giornalismo satirico per testate come L’Espresso e Panorama e il mensile Il Mago, dove apparvero i primi racconti di quello che poi sarebbe diventato il Bar Sport. Tradotto in più di trenta lingue, dopo aver raggiunto il successo, Benni ha rifiutato di essere prevedibile, di riscrivere sé stesso all’infinito, spaziando per generi, temi e approcci. Raramente però ha rinunciato all’umorismo, al sarcasmo, all’ironia.

Benni ha scritto anche per la tv. Come autore televisivo fu lo scrittore della battuta sulla loggia P2 che donò la notorietà all’allora esordiente comico Beppe Grillo, che per la gag di Benni rischiò di farsi cacciare (la prima di una lunga serie di cacciate rischiate ed evitate) dalla Rai, raggiungendo così la notorietà nazionale. Generalmente però l’ironia di Benni era più gentile, figlia di quella morbidezza un po’ malinconica dell’Appennino bolognese su cui era cresciuto, guadagnandosi il soprannome di Lupo. Nomignolo di cui coltivò la leggendaria genesi per tutta la sua carriera, ritoccandone il racconto intervista dopo intervista. 

Benni, insomma, la satira più severa la riservava al racconto del potere politico, preferendo utilizzare la comicità gentile per immortalare il carattere italiano nazionale. Non era mai cattivo con i protagonisti dei suoi racconti, bersagli dell’ironia bonaria e sensibile di un autore che preferiva renderli vittime del cinismo generale piuttosto che complici. La compagnia dei celestini, Margherita Dolcevita e le varie incarnazioni dei frequentatori del suo Bar Sport hanno raccontato l’Italia in cambiamento ma attaccata a una certa poetica della ribellione, spesso sconfitta ed emarginata, ma ancora capace d’entusiasmo e slancio anarchico. 

Se una persona poi si giudica dagli amici, l’eccezionalità di Benni come artista ed essere umano salta subito all’occhio. Fu lui a convincere Feltrinelli a pubblicare i primi romanzi del francese Daniel Pennac in Italia, collega con cui mantenne un rapporto di grande complicità. Un’amicizia durata una vita, tanto che lo scrittore francese gli dedicò il romanzo Grazie!. Benni ha saputo conquistare anche un’artista malinconico e ombroso come Nick Cave, che lo volle al suo fianco nel 2009 sul palco del Teatro Dal Verme per la tappa italiana della sua tournée letteraria, chiedendogli di leggere stralci del suo romanzo La Morte di Bunny Munro.

Tra gli aneddoti più raccontati in queste ore, uno ne testimonia la tempra morale: nel 2015 rifiutò il premio Vittorio de Sica per protestare contro i tagli ai fondi statali per la cultura del governo Renzi.

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