Cultura | Libri

Scrittori italiani che dovresti conoscere

Tre libri usciti quasi in contemporanea riscoprono autori dimenticati.

di Elena Stancanelli

Carlo Coccioli. Foto carlococcioli.com

Tre libri con un tema simile. Tre libri belli, diversi tra loro, tre libri che fanno quello che la critica letteraria stenta a fare. Mentre università e riviste accademiche trovano essenziale dividere il grano dal loglio, i buoni dai cattivi, la letteratura esercita il suo vero magistero: conservare la memoria. Storicizzare per vivificare, non per mummificare. E dal momento chenon c’è vita senza fiato e sangue, Emanuele Trevi, Alessandro Raveggi e Claudio Giunta si offrono, stanno al gioco, si buttano in mezzo al loro racconto. Claudio Giunta è autore di una magnifica biografia dal titolo Le alternative non esistono, La vita e le opere di Tommaso Labranca, pubblicata dal Il Mulino. Un saggio corposo, un appassionato ricordo, una dedica postuma a qualcuno che non si è incrociato appena, anche se nostro coetaneo. Giunta lo ha sfiorato, e proprio da lì inizia. Labranca è morto il 29 agosto 2016, a 54 anni, ovviamente a Pantigliate, quartiere dell’hinterland milanese dove era nato, e dal quale si allontanava sempre con estrema riluttanza.

Giunta in quell’occasione scrisse nel necrologio che forse era malato o forse si era suicidato. Ma soprattutto scrisse che «del suicidio nessuno si stupirebbe: un po’ per il tipo di vita che ha fatto, un po’ per le cose che ha scritto soprattutto negli ultimi anni». Aveva avuto un infarto, si sarebbe capito più avanti, ma non aveva chiesto aiuto. Per riconciliarsi con questa sua frase, pesante, Giunta racconta. Labranca era stato famoso. Chiunque abbia bazzicato la letteratura italiana negli anni novanta ricorda Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi, 1994) e poi Chaltron Hescon (Einaudi stile libero 1998). E non solo per i titoli. Anzi, forse sono stati proprio quei titoli ad effetto, uniti a un carattere di rara difficoltà, a impedire che la sua fortuna si consolidasse negli anni, almeno quei pochi che ha avuto a disposizione. Eppure si è dato un gran daffare, è stato l’autore di Anima mia, il programma di Fabio Fazio e di molte altre cose, ha pubblicato riviste, saggi, romanzi, ha imposto ragionamenti e definizioni come il «barocco brianzolo», «l’elitario assessoriale», «il trash come emulazione fallita», ha scritto le biografie di Renato Zero, Orietta Berti, Pietro Taricone… Giunta sembra addirittura indicarlo come un anti-Pasolini, polemico e lucido allo stesso modo ma libero da quell’idea d purezza, incapace di nostalgia, indulgente con la contemporaneità e le sue manifestazioni più triviali. Labranca riteneva la televisione, le periferia senza grazia e le popstar gli snodi per comprendere il proprio tempo, e non ha mai distolto lo sguardo. Ma ha litigato con tutti, soprattutto con gli amici, e pian piano si è ritrovato in un angolo, solo, rancoroso, povero.

Di un carattere pestifero, la cui virulenza era rivolta però soprattutto verso se stesso, era provvisto anche Rocco Carbone, di cui si racconta in un piccolo imperdibile libro sull’amicizia, la scrittura e la morte, intitolato Due vite, di Emanuele Trevi. Rocco Carbone e Pia Pera, lei colta traduttrice e giardiniera, paziente e amabile, accogliente e, soprattutto alla fine della sua vita, sensibile e capace di illusioni e slanci. Ridotta nella sua casa di Lucca ormai incapace di alzarsi dalla sedia a rotelle per colpa della sclerosi multipla, Pia Pera scrive il suo libro più bello Al giardino ancora non l’ho detto. Trevi, Pia Pera e Rocco Carbone sono amici dai tempi dell’università, e Trevi si prende il compito di raccontare la loro amicizia e il loro talento. Lo ha già fatto con Amelia Rosselli e Arturo Patten , da Pietro Tripodo a Laura Betti, svolgendo di libro in libro una magnifica Spoon River romana. Anche Rocco è morto, qualche anno fa, cadendo di notte dal motorino, sbattendo contro una macchina ferma, in piazza Scanderbeg, vicino al cimitero acattolico, a Roma. Era nato in Calabria e amava l’America, era un uomo infelice, torvo, credeva in un’amicizia assoluta, ma qualche volta stava bene, bruciava la vita con intensità. Forse era bipolare, di certo beveva troppo, e praticava la scrittura come una forma di penitenza. Scavando un tunnel nel dolore, ma senza aspettarsi di trovare dall’altra parte altro che la medesima disperazione. Anche Trevi, come Giunta, sembra voler espiare una piccola colpa nel raccontare la vita di uno scrittore iracondo, che soffriva anche per non essere apprezzato a sufficienza. Tra loro c’era stato un malinteso, in vita, che aveva incrinato per sempre l’amicizia. Si erano rincontrati, ma non era la stessa cosa. Eppure Trevi ha fatto a lui, e a Pia Pera, il dono più grande. Una dichiarazione postuma di stima e di amore che li mette al riparo dalla sparizione, almeno per un po’. «Consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo, ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che usiamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta».

Alessandro Raveggi scrive invece Grande Karma (Bompiani), un romanzo, un doppio memoir, un oggetto ibrido di finzione per scivolare dentro il destino di Carlo Coccioli, scrittore livornese ma anche francese e messicano per la sua smania di vita e di amore, autore del primo romanzo italiano che affronta apertamente il tema dell’omosessualità. Fabrizio Lupo uscì in Francia nel 1952 e divenne un best seller. In Italia arrivò solo nel 1978, mentre Coccioli (con l’accento sulla prima o) in Messico diventava editorialista di fama, scrittore di culto, studioso e cultore di tante sacralità: buddista, arancione, animista, infine si dichiarò Malamatiyya, «uno di quegli strani mistici musulmani che accettano di essere uomini criticabili riprovevoli, in un certo senso gli esagerati dell’Islam». Ma era cattolicissimo di cuore e formazione, partigiano, anti-comunista, monarchico, liberale… un invasato. Amico di Curzio Malaparte e di Cocteau, ma soprattutto dei cani, tutti i cani, molti dei quali popolano anche il romanzo di Raveggi, il cui protagonista è un ragazzo ricco, Enrico Capponi, che viene mandato dal suo professore dell’università di Firenze in Messico, a cercare qualcosa su Carlo Coccioli, del quale ricorre il decennale della morte. Un testo inedito, notizie, qualcosa. Magari il Grande libro, o Grande Karma, l’ultimo testo inedito e introvabile. «lo immagino a volte come una scatola vuota, da prestigiatore. Dove infili prima la mano, poi il braccio, quindi tutto il corpo. E poi scompari».

Capponi parte, lasciando a Siena una specie di fidanzata, Dina, che non ama. Raveggi segue il suo studente, che come in una profezia auto-avverante finirà in qualche modo per cadere da qualche parte che somiglia a quella scatola vuota. Ma nel frattempo rimbalza dentro l’universo allucinato dello scrittore, le sue ossessioni, gli amici, le case. Si dilata, si restringe, prende la forma, i comportamenti. Si arrende, si accuccia e poi combatte di nuovo. Usa le parole di Coccioli, dai suoi diari, dai libri, le lettere. Grande Karma è un luna park che riflette se stesso, il libro che non c’era, un’accuratissima storia d’amore. Perché questo è l’unico modo che abbiamo per mantenere in vita la memoria di qualcuno, di uno scrittore: facendola diventare una storia d’amore.

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