Se pensate che lo shitposting sia la cosa peggiore successa a internet, non siete pronti per l’era dello schizoposting

È una pratica antica ma che finora era rimasta confinata negli antri più oscuri di internet. In questi mesi, però, abbiamo assistito al suo definitivo sdoganamento: ora è una forma di comunicazione politica accettata e apprezzata. Grazie, ovviamente, a Donald Trump.

17 Aprile 2026

Lo shitposting, cioè la pubblicazione di contenuti di bassa qualità, ironici, assurdi e provocatori, come raffinata strategia di comunicazione politica non è più una novità, ormai lo praticano un po’ tutti, in ogni parte del mondo. Riesce particolarmente bene ad alcuni partiti di destra o di centro-destra, soprattutto a quelli la cui reputazione pubblica è già compromessa: per loro non è un problema infangarsi ulteriormente postando contenuti imbarazzanti e di dubbio gusto, anzi alla fine suscitano una quieta quanto sottaciuta simpatia, quando con nonchalance violano le mille e rigide regole dei linguaggi inclusivi. Gli altri partiti politici che tengono di più a fare bella figura in pubblico, mostrandosi virtuosi e integerrimi, virano su altre modalità di comunicazione.

Per esempio, il Movimento 5 Stelle sotto l’egida di Conte si affida a uno stile romance young adult, in cui le elettrici possono immaginarsi Bimbe del professore di Diritto Privato, dotato di splendida e folta chioma che “non lavora col favore delle tenebre”; lo stesso succede in Spagna con Pedro Sánchez, che tante ne ha fatte innamorare con le sue aitanti prese di posizione anti-trumpiane, e infatti i due fandom molto spesso si intersecano. La strategia del Pd, e di Elly Schlein in particolare, è al 100 per cento normie, per sempre intrisa dello spirito della giacca marrone di Achille Occhetto. Quando i democratici provano a fare dei meme, a essere un po’ ironici, l’unico vento che soffia è quella del millennial cringe. Ogni tanto, comunque, arriva un trend ad hoc a salvare la situazione, come fu per la Brat Summer di Kamala Harris; solo che il trend, per sua natura, dura poco. In questo marasma di terminologie giovanili astruse, tra aura farming, looksmaxing e video di pinguini che si incamminano verso la libertà, ecco emergere un nuovo modo di fare propaganda politica online: lo schizoposting. E anche stavolta il politico avanguardista che si appropria del modo di postare di una nicchia è Donald Trump.

Donald Trump è stato precursore dello shitposting politico, soprattutto su Twitter (oggi X) e caratterizzò il suo primo mandato presidenziale. Il picco fu raggiunto quando postò l’ormai celebre tweet “COVFEFE”. Con il secondo mandato presidenziale, invece, la sua comunicazione politica si è spinta ancora oltre: lui non shitposta più, schizoposta direttamente. La differenza tra shitposting e schizoposting sta nella reazione che suscita in chi vede quel contenuto. Lo shitposting fa esclamare “oh mio Dio, ma cosa sto vedendo” (ossia lo shock di trovarsi davanti a una forma di comunicazione popolare e di nicchia in un contesto politico e istituzionale), seguito dal sempiterno “genio!” (l’apprezzamento per chi conosce e riutilizza i linguaggi social). Lo schizoposting, invece, porta anche la persona più educata e rispettosa a esclamare: “Ma a questo manca un mercoledì?”, e poi “forse è ora che qualcuno gli tolga il telefono e lo accompagni in un centro per la salute mentale”.

Si tratta, infatti, di un modo di pubblicare contenuti online (meme, video, foto, testi) talmente folli, illogici, incoerenti e surreali da far pensare, a chi li guarda, che l’autore sia probabilmente gravemente instabile dal punto di vista mentale, uno schizofrenico con vari TSO a carico. Nato negli anni Dieci in community alt-right e su piattaforme come 4chan e Reddit, dagli anni Venti in poi di è spostato su X e TikTok, normalizzandosi e raccogliendo fan sempre più giovani. Qui lo schizoposting viene glorificato e di conseguenza, la schizofrenia estetizzata, cioè trattata come qualcosa a cui aspirare e non come una grave malattia mentale. Attraverso lo schizoposting, la schizofrenia viene simulata in nome della performance e del clout. Chi fa schizoposting viene definito uno “schizo”, ed è abbastanza difficile capire se lo schizo in questione ci è o ci fa. Vale la regola che su internet nessuno riesce a fingersi per troppo a lungo quello che non si è.

Gli schizopost sono molto spesso contenuti iper-frammentati, talvolta difficili da decifrare a prima vista, e raccontano un mondo online che vive nel sottosuolo delle tane del Bianconiglio, fatto di psicosi religiosa, radicalizzazione algoritmica, violenza e materiale cospirazionista. A seguito della pubblicazione degli Epstein Files da parte del Dipartimento della Giustizia americano, la figura dello schizo ha vissuto il suo momento di gloria su X, in cui tutte le cospirazioni sembravano improvvisamente “essere vere” (ovviamente le cospirazioni non sono mai del tutto vere: possono avere al massimo dei nuclei di verità agganciati al mondo reale, che resta più complesso e difficile da narrativizzare).

La personalità “schizo” crede a tutti i complotti, anzi contribuisce attivamente ad alimentarli e rielaborarli, rendendoli ancora più assurdi, incoerenti e folli. Il livello massimo è quello di chi arriva a identificarsi con figure storiche o religiose, convincendosi di essere Napoleone Bonaparte, un imperatore romano e, ovviamente, Gesù Cristo. L’ascesa dell’AI ha ovviamente dato uno strumento in più agli schizo, provocando la spinta necessaria alla diffusione dello schizoposting, rendendo rapida la creazione di immagini perturbanti e assurde, psicotiche, nel tipico stile AI (che a loro volta hanno una definizione propria, cioè “AI slop”). Il picco dello schizoposting politico è stato raggiunto quando Donald Trump ha pubblicato un’immagine in cui si ritrae come Gesù Cristo, circondato da figure adoranti e in preghiera (tra cui, non a caso, un’infermiera), mentre sembra voler resuscitare qualcuno che assomiglia un po’ troppo a Jeffrey Epstein. Il tutto mentre attaccava davvero l’attuale Papa Leone XIV, colpevole di avergli risposto come si risponde a una persona ancora in possesso di tutti i suoi mercoledì.

Poi, di fronte allo sconcerto persino da parte dei suoi sostenitori più fedeli, ha corretto il tiro, sostenendo che in realtà stesse impersonando un medico. Con questa mossa si è guadagnato la medaglia d’oro alle Olimpiadi del gaslighting, quel meccanismo di manipolazione subdola in cui si negano cose dette o accadute per deviare la responsabilità e invertire le parti, facendo passare la vittima (cioè noi costretti a vedere i suoi schizopost) per la vera colpevole.

Ma come fa una strategia politica del genere ad avere successo?, – vi starete ora chiedendo.

Ci sono due libri che svelano questo mistero, che non vi consiglio se non volete rovinarvi il sonno, e cioè Psicopatici al potere. Viaggio nel cuore oscuro dell’ambizione di Jon Ronson, e Psicologia delle folle di Gustave Le Bon. Non dimentichiamo che, soprattutto online, le masse oggi vogliono essere intrattenute più che governate, amministrate o educate. I leader devono quindi lanciarsi in affermazioni sempre più roboanti, essere sgradevoli, triggerare ma anche divertire. Le folle non cercano coerenza: vogliono essere sobillate. Usare “i linguaggi dei social” alla fine paga. Almeno finché quella cosa resta in trend.

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