Il Ministero degli Esteri israeliano lo ha addirittura definito «la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l'odio e il pregiudizio».
Il MIT di Boston sta pagando un professore per NON tenere un corso sulla storia, l’oppressione e la liberazione della Palestina
Michel DeGraff da tre anni viene pagato per non fare il suo lavoro. Da quando ha proposto un corso che raccontava (anche) la storia palestinese.
Il corso si sarebbe dovuto chiamare «Lingua e linguistica per la decolonizzazione e la liberazione, per la pace e la costruzione di comunità: dal fiume al mare in Palestina e Israele, fino alle cime delle montagne di Haiti e oltre». L’idea era venuta a Michel DeGraff il 5 dicembre 2023, mentre guardava la presidente del MIT Sally Kornbluth e i vertici di Harvard e dell’Università della Pennsylvania attaccati dai repubblicani in un’audizione al Congresso sull’antisemitismo nei campus. DeGraff ha sessantatré anni, è nato a Port-au-Prince (Haiti), insegna Linguistica al Massachusetts Institute of Technology dal 1996 e studia il creolo haitiano, una delle due lingue ufficiali del suo Paese. Vede un parallelo tra la lotta per l’indipendenza di Haiti e quella dei palestinesi, ed è tra i docenti che più si sono esposti esprimendo la loro vicinanza agli studenti protagonisti della manifestazioni a sostegno della Palestina. Una commissione del MIT ha bocciato il corso, dubitando che lui avesse le competenze necessario per tenerlo. DeGraff non ha accettato questa decisione. Ha mandato mail a colleghi, presidi e rettore parlando di «nuovo maccartismo» e poi le ha rese pubbliche. Ha trasformato il corso in un ciclo di incontri con ospiti nell’autunno del 2024, e quell’anno è stato quasi ogni giorno nell’accampamento degli studenti che chiedevano all’università di interrompere tutti i rapporti con Israele, finché la polizia non lo ha sgomberato dopo tre settimane.
Come scrive il New York Times, alla fine del 2024 il decano del MIT, Agustín Rayo lo ha sanzionato e allontanato dal Dipartimento di Linguistica, accusandolo di creare disordini e di far credere a chi non gli va a genio di «rischiare di essere preso di mira». «La tua libertà di espressione non ti pone al di sopra delle regole del MIT» gli ha scritto. Oggi DeGraff detiene il titolo piuttosto vago di «docente a tempo indeterminato», che lui mette tra virgolette ironiche nella firma delle email. Dice che la facoltà gli ha negato un aumento, gli sta impedendo di incontrare gli studenti e che al suo profilo Facebook è stato impedito di interagire con il gruppo del Dipartimento. In sostanza, ha spiegato Degraff, per il terzo autunno di fila viene pagato per non insegnare. In primavera dovrebbe comunque tenere i due corsi che ha tenuto da quando è all’istituto, uno sulle lingue creole e uno sugli studi afroamericani. Intanto i suoi critici sono aumentati. William Sussman, un ragazzo ebreo ed ex studente del MIT, sostiene che DeGraff lo abbia additato sui social come esempio di quella che definisce «infezione mentale sionista» e che i comportamenti molesti dell’insegnante lo abbiano costretto a lasciare l’università. DeGraff dice di aver preso l’espressione «infezione mentale sionista» dalla linguista israeliana Nurit Peled-Elhanan, che la usava per descrivere il modo in cui la scuola israeliana racconta i palestinesi, e di non essere affatto antisemita. La parte della causa di Sussman che lo riguardava è stata respinta, ma l’ex studente è ancora in tempo per fare ricorso. A marzo un rapporto della commissione Istruzione della Camera dei Rappresentanti, guidata dal repubblicano Tim Walberg, ha ripreso le accuse di Sussman e ha indicato DeGraff come uno che diffonde «teorie del complotto antisemite». A marzo è stato DeGraff a fare causa al MIT, alla commissione e al suo presidente, e l’università ha risposto che il fatto stesso che abbia continuato a parlare in pubblico, e moltissimo, proprio dei temi su cui dice di essere stato censurato mostra quanto inesistenti siano i danni che lamenta di aver subìto.
In quasi qualsiasi altro luogo di lavoro negli Stati Uniti una persona che si trovi nei guai in cui si è trovato DeGraff sarebbe già stato licenziato, ma un professore di ruolo è difficile da mandare via persino negli Usa. Il suo è uno dei casi più lunghi tra quelli dei docenti che negli ultimi mesi si sono scontrati con le loro università sulla libertà di espressione, mentre gli atenei cercano di non attirare l’attenzione dell’amministrazione Trump. Alcuni esempi recenti: a settembre la Carnegie Mellon (si trova a Pittsburgh, in Pennsylvania) ha aperto un’indagine su un professore accusato di aver festeggiato la morte di figure conservatrici; un docente dell’Università del Texas contesta un congedo retribuito durato 16 mesi, poi diventato una sospensione, senza che nessuno gli abbia mai riferito la causa di questa sospensione né suggerito alcuna maniera per chiarire la sua posizione; un giudice ha ordinato alla San Jose State University di reintegrare una professoressa licenziata per aver preso parte alle proteste a sostegno della Palestina. Per Chris Sharp, del Cicero Institute di Austin, la libertà accademica è il diritto di insegnare nel proprio campo, non ovunque: «Solo perché ho un dottorato in una materia non significa che sia un esperto in tutto». Per Haynes Miller, matematico emerito del MIT e suo amico, la grande virtù di DeGraff è la tenacia: «Se vede un’ingiustizia, la combatte». Quest’estate ha proposto un altro corso, basato sul suo libro Our Own Language. A inizio settembre un vicepreside gli ha detto che il dipartimento ne avrebbe discusso e gli ha chiesto una copia del libro. Il corso, racconta DeGraff, alla fine non è stato approvato.