Si può dire tutto del Premio Strega, tranne che sia un gioco

Per festeggiare gli 80 anni del premio, il Macro ha inaugurato la mostra Uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega. Vedendola, non si può che ammettere che lo Strega è da sempre una faccenda estremamente seria. E complicata.

01 Luglio 2026

La sua vita, fin dalle origini, si intreccia con quella dell’Italia. Il 4 giugno 1944 le truppe americane arrivano a Roma per liberare la città dal nazifascismo e l’11 giugno, una settimana dopo – è una domenica pomeriggio – per la prima volta si riuniscono gli Amici della Domenica a casa di Maria e Goffredo Bellonci, quattro stanzette tappezzate di libri, una stufa che d’inverno rischierà di dare fuoco a tutto. Ogni volta che si celebra un anniversario del premio, si celebra anche l’anniversario della Repubblica italiana, nata con il referendum del 1946, anno in cui si unisce al gruppo di critici e lettori anche Guido Alberti, uno dei proprietari dell’azienda che produce il liquore Strega.

Per i cinquant’anni del premio, nel 1996, si organizza una mostra all’Accademia Valentino. All’inaugurazione c’è il sindaco di Roma Francesco Rutelli e il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, oltre ai vertici della Fondazione Bellonci. Scalfaro ha pronto un discorso ma interviene a protestare Gabriele Paolini, grida che il presidente della Repubblica dovrebbe prendere provvedimenti contro Umberto Bossi che minaccia l’unità del Paese. Paolini viene portato via dal servizio di sicurezza, Scalfari rinuncia a pronunciare il suo discorso. Per gli ottant’anni del premio, a Roma, è aperta fino al 30 agosto 2026 una mostra al Macro dal titolo Uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega. Le foto esposte in ordine cronologico, edizione per edizione, seguono il perimetro della sala e danno vita a una striscia di immagini in bianco e nero che racconta non solo l’Italia letteraria – foto con Elsa Morante e Maria Bellonci, Giuseppe Ungaretti al tavolo, Umberto Eco che mostra l’assegno del premio – ma le trasformazioni più radicali della società e della politica, basta vedere come i ritratti di Andreotti o Spadolini trascolorano in quelli di Walter Veltroni e di Virginia Raggi. L’idea con cui nasce il premio è di cercare una partecipazione vasta, democratica. Secondo Corrado Alvaro, per decretare il vincitore bisogna temperare il giudizio dei letterati puri. Da subito, dunque, il premio volta le spalle agli intellettuali delle torri d’avorio e si rivolge ai lettori.

Un nuovo volto dell’Italia

Nelle foto, Pasolini con lo sguardo nel vuoto resterà senza lo Strega nonostante le tre candidature, Arbasino in giacca e cravatta non riuscirà mai neanche ad accedere alla cinquina. Bassani è immortalato con Guido Alberti mentre firma l’urna cartonata disegnata da Mino Maccari che contiene i voti. L’urna è esposta alla mostra al Macro, insieme ad altri cimeli di casa Bellonci (sede di serate e votazioni fino al 1951 quando tutto si trasferisce da viale Liegi all’attico in via Fratelli Ruspoli 2, acquistato nel 2001 dal comune di Roma per un miliardo e mezzo di lire e destinato alla Fondazione Bellonci). Sull’urna c’è scritto: «Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo». È proprio l’urna a unire simbolicamente la storia della Repubblica a quella dello Strega. Nella prefazione al libro Il premio Strega (Mondadori) di Maria Bellonci, appena tornato in libreria, Giovanni Solimine scrive infatti: «Un premio letterario deciso non solo dagli addetti ai lavori, ma da un campione delle diverse componenti della nuova società italiana, muoveva i passi su una linea di coerenza con lo spirito del tempo». L’urna è una scatola nera che conserva i segreti del premio, dall’urna fuoriesce un nuovo volto dell’Italia.

Nel 2006, in occasione del 60 anni del premio, il linguista Tullio De Mauro (presidente della Fondazione Bellonci fino alla morte del 2017) realizza il Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento un progetto online che analizza i libri dei vincitori delle prime sessanta edizioni e altri quaranta romanzi presentati al premio (se si inserisce sul sito, per esempio, il termine “salamandra” si scopre che tra il 1960 e il 1986 è stato usato 9 volte, da sei diversi autori). Per i settant’anni la serata al Ninfeo di Villa Giulia, dove dal 1953 si svolgeva la premiazione, viene spostata all’Auditorium Parco della Musica progettato da Renzo Piano. Quest’anno il vincitore sarà annunciato nella piazza del Campidoglio.

Ripetere, ripetere, ripetere

Nonostante queste piccole alterazioni, la mostra racconta un rito che si svolge sempre uguale e che da questa ripetitiva liturgia trae parte della sua forza. Il racconto dello Strega fatto di polemiche, congiure, interessi, lotte, trame, pressioni, discussioni animate, strappi e rotture che danno vita a edizioni infuocate, non deve essere mai completamente disunito dal clima originario delle prima edizioni. Osservando la mostra, curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, allontanandosi dal rutilante rumore delle tante foto, bisognerebbe fermarsi un attimo a osservare l’urna. Non può non tornare alla mente la frase sui difetti del premio Strega annunciati con fiera indulgenza da Maria Bellonci nel suo libro: “I suoi difetti, sono i difetti della democrazia, ma la sua forza è anche la forza della democrazia”.

Ultima cosa. Gli appassionati non dovrebbero perdere un cartellone esposto con i dati statistici del premio: libro più lungo (La scuola cattolica di Albinati), libro più breve (Un altare per la madre di Camon), titolo più breve (Q di Luther Blisset), titolo più lungo (Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi di Cappelli), ecc. Lo Strega non un gioco, ma ci si può anche giocare.

Fatherland è il film definitivo sulla crisi del padre, sugli errori, i silenzi e le vigliaccherie di cui i figli sono costretti a pagare il prezzo

L'ultima opera di Pawel Pawlikowski racconta il tormentato rapporto tra Thomas Mann e sua figlia Erika (interpretata dalla grandiosa Sandra Hüller). Ma è soprattutto un atto di accusa ai padri, che con le loro mancanze condannano i figli a rivivere ogni volta le tragedie della storia.

Il romanzo più venduto in Francia forse è stato scritto con l’AI e certamente non vincerà il Premio Goncourt

Perché è stato escluso dal Premio proprio a causa del sospetto che l'autore, Thélyson Orélien, lo abbia scritto usando l'AI. Si intitola C'était ça ou mourir e viaggia spedito verso le 100 mila copie.