Li chiamano e-blocus: fanno girare i link delle videolezioni, in modo che diventino così caotiche che il docente non può che lasciar perdere.
Netanyahu ha ordinato di identificare e processare i militari che hanno raccontato i crimini commessi dell’IDF in NAZA. Non per i crimini che hanno commesso, però: perché ne hanno parlato in NAZA
Il primo ministro vuole sapere chi sono e chiede di incriminarli per aver danneggiato gli interessi del paese.
Benjamin Netanyahu ha scritto alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara, al capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Eyal Zamir, e al capo dello Shin Bet, David Zini, chiedendo che «agiscano con urgenza per scoprire l’identità di tutti coloro che sono coinvolti o compaiono in quel film diffamatorio». Il film è NAZA, il documentario d’inchiesta diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, già premi Oscar, e prodotto dal Guardian, che ricostruisce le uccisioni di civili compiute da Israele a Gaza con le testimonianze di soldati e ufficiali. Netanyahu chiede anche un’indagine penale e un processo per «gravi reati contro la sicurezza delle informazioni, diffamazione penale e lesione degli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele». Il titolo del documentario viene da un acronimo che i servizi segreti israeliani usano, come eufemismo, per indicare il numero di civili che si prevede di uccidere in un attacco aereo.
Il governo israeliano aveva già attaccato i due registi, minacciando di togliere loro la cittadinanza e accusandoli di alto tradimento, e i suoi sostenitori hanno promesso di dar loro la caccia quando torneranno in Israele, tanto da arrivare a manifestare davanti alla casa dei genitori di Szor, a Savyon, gridando «condanna a morte per i traditori». Zamir ha definito il film un «attacco allo Stato di Israele» fatto di «bugie e calunnie» e aveva già ordinato di identificare i soldati e valutare azioni legali. Il procuratore generale militare, Itai Ofir, ha però spiegato che per un processo servirebbero prove di violazioni della sicurezza o della diffusione di materiale riservato, anche se restano possibili provvedimenti disciplinari. Il governo ha anche promosso un film online che scimmiotta lo stile con cui è stato realizzato NAZA per contestarne le tesi e le conclusioni: si intitola NAZA: The Real Story, realizzato dall’avvocato e riservista Ariel Averbuch, che lo ha descritto come una «controffensiva» contro le accuse rivolte all’esercito.
Il film si basa sulle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, dalla testata in ebraico Local Call e dal Guardian, e in tre anni il gruppo di lavoro ha intervistato più di cento fonti che conoscono i sistemi usati dall’esercito a Gaza, compresi comandanti che autorizzavano direttamente gli attacchi. Secondo il Guardian, le testimonianze sono state verificate con documenti riservati trapelati, controlli sui singoli attacchi e conferme di altre fonti che non compaiono nel film. «Dopo aver inizialmente minacciato di revocare la cittadinanza israeliana ai registi, il governo israeliano ora chiede un’indagine sulle loro fonti giornalistiche» ha detto un portavoce del giornale, per cui si tratta di tentativi «di distogliere l’attenzione dalle urgenti domande che il film pone riguardo alle uccisioni di massa di civili palestinesi a Gaza». La protezione delle fonti è uno dei principi su cui gli standard internazionali fondano la libertà di stampa. Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, che rappresenta più di 320 mila giornalisti, ha parlato di «un palese atto di intimidazione nei confronti di giornalisti che hanno semplicemente fatto il loro lavoro» e anche il mondo del cinema si è schierato con Abraham e Szor.