Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Per Madame è iniziata l’era del Disincanto
Dopo un silenzio di tre anni, Madame torna con un nuovo disco, Disincanto, e un nuovo punto di vista sul mondo. L'abbiamo intervistata per la nostra nuova digital cover e con lei abbiamo parlato di musica da 24enni, fotografia, chimica, polline e alberi belli.
L’intervista che leggi in questo articolo la puoi anche vedere sul nostro canale YouTube, andando qui.
Un mese fa, Madame annunciava Disincanto scrivendo: «Perché? Perché ci sono voluti tre anni? Perché ho mollato tutto sul più bello? Perché mi sono chiusa dentro di me, così dentro da non riuscire più ad uscirne? Perché non sono stata forte? Non ho le risposte. Ho solo tante, tantissime domande. E un disco». Non è l’incipit ideale per un’intervista. Ma, per fortuna, nel caso di Madame anche le non risposte restano più vive, dense e rivelatrici delle risposte di molti altri.
Madame ha scritto la prima canzone a 14 anni e la prima hit a 16 (Sciccherie, in quel 2018 in cui il brano finì notoriamente anche nelle storie Instagram di Cristiano Ronaldo). A 17 collabora con Marracash in Persona, nella traccia Madame – L’anima. Già prima dell’album d’esordio veniva definita «un’artista multiforme dal talento pluridisciplinare», «un nuovo modello di rapper», «un elemento di rottura nella scena», «anticonformista in punta di piedi». Nel 2021, a diciannove anni, partecipa a Sanremo con Voce e vince il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo e il Premio Lunezia. Poco dopo, Voce ottiene anche la Targa Tenco come miglior canzone singola. Nello stesso anno esce Madame, il debutto che arriva al numero uno della classifica FIMI e viene certificato quadruplo platino. Appena uscito l’album, viene definita «la nuova voce libera della musica italiana», «il punto di riferimento di una generazione», «la grande scommessa della musica rap – e non soltanto rap – femminile italiana», «la nuova & inedita speranza dell’urban italiano». Due anni dopo arriva L’amore, anch’esso primo nella classifica FIMI e certificato oro. A ventuno anni, le si dà già della «pop star navigata». Tutte definizioni reali, invito a verificarle per rendersi conto delle aspettative che le si sono addensate addosso. Nel 2023, alla domanda sul terzo album, Madame rispondeva: «Non ne parlo ancora. Posso dire che è un periodo bello». Poi, per tre anni, pur continuando a collaborare con altri artisti (e firmando La noia, il brano con cui Angelina Mango vince Sanremo 2024), non pubblica lavori suoi. Due anni e un mese dopo L’amore, scrive su Instagram: «Lasciate in pace l’espressione artistica, fatela respirare, basta intasarla di merda, non è un cesso»; «Preferisco essere dimenticata perché non pubblico, piuttosto che essere dimenticata perché sono scarsa».
In un’artista come Madame, che è evidentemente l’opposto dell’ennesimo fenomeno provvisorio da hype perché indiscutibilmente talentuosa, eloquente e precocissima, è elettrizzante la consapevolezza che sia ancora all’inizio della sua carriera. Ed è, allo stesso tempo, particolarmente doloroso vederla attraversare fasi di arresto, chiusura, difficoltà. Ma è allora ancora più elettrizzante osservarne il ritorno, soprattutto quando prende la forma di due singoli come Disincanto e OK, che racchiudono i due estremi del suo linguaggio, che poi sono gli estremi dello spettro che ingloba rap e pop, da una parte la poesia più scura e scoperta («Voglio essere leggera senza stare / In superficie, come il livello del mare / Spero solo che il mio essere pesante / Non si confonda con la mia profondità»), dall’altra l’autoironia del vanto sfacciato («Ho un campo gravitazionale, io non ho una fessa / Se mi prende incinta, il bocia non esce la testa»). Certo, a 24 anni tre anni di pausa possono sembrare lunghi. Ma alla fine di quei tre anni si hanno pur sempre 24 anni. E se da quel silenzio nasce un disco sentito e preciso come Disincanto, allora ben vengano anche i silenzi.
ⓢ L’album esce tra pochissimo. Come vivi i giorni immediatamente prima dell’uscita? Cosa cambia stavolta rispetto a quando sono usciti MADAME e L’AMORE?
I giorni prima dell’album sono sempre abbastanza tosti. Però, con mio stupore, con mia sorpresa, in realtà sono quasi un po’ assopita, un po’ calma, un po’ in risparmio energetico. Non ho né troppa euforia né troppa ansia. Molto spesso c’è comunque una sensazione di disagio, soprattutto il giorno dell’uscita, perché è un po’ come se tu stessi donando al pubblico una parte di te e a volte ti chiedi: “Ma bisogna per forza dare così tanto?”. Poi, con il tempo, capisci che sì, è stato utile, è stato molto positivo. Però all’inizio senti proprio come se avessi un arto in meno. Appena esce è così, poi col tempo si ricostruisce.
ⓢ Dopo L’AMORE hai scelto DISINCANTO: una parola opposta, che sa di frattura. Perché hai sentito che fosse quella giusta per nominare questo momento del tuo percorso?
La parola “disincanto” mi è venuta in mente tre anni e mezzo fa, prima ancora di fare il Forum, prima ancora di fare il tour nei teatri con L’AMORE. Non so, è come se mi fosse un po’ apparsa questa parola davanti agli occhi e io l’avessi subito colta. Come se me la fossi messa in tasca. Poi, dopo due anni e mezzo, ho iniziato a scrivere effettivamente le tracce di DISINCANTO. Forse me la sono un po’ gufata, perché da quando ho pensato al titolo DISINCANTO poi sono successe varie cose che mi hanno effettivamente disincantato parecchio.
ⓢ Di queste cose che sono successe, ti va di raccontare qualcosa?
Non mi va di raccontare niente, ma perché l’ho fatto già al massimo delle mie capacità nel disco. Sai, poi a raccontarlo a voce sembra quasi di banalizzare quello che è stato il lavoro di un anno e mezzo. Nei dischi io tendo a mettere in luce quello che è successo, ma ovviamente masticato, rimasticato e poi sputato, sotto una luce e con una forma chiaramente diversa da quello che è il fatto, nudo e crudo, in sé.
ⓢ C’è stato un momento in cui hai deciso di ritornare oppure è stato un riavvicinamento progressivo?
È stata una cosa molto progressiva, il mio ritorno, nel senso che è stato parte di un percorso anche di rimessa in moto personale. Durante questa fase, con Niki, con Bias [Nicola Biasetti, producer vicentino e collaboratore storico di Madame, ndr], abbiamo deciso di darci un timing preciso: per la prima settimana sarei stata in studio 45 minuti al giorno, per la seconda 50, poi 55, fino a che automaticamente sono diventate otto ore, poi dodici ore, e abbiamo fatto questo disco. Quindi non c’è stato un momento di esplosione da 0 a 100, ma un bel percorso di costruzione prima di arrivare a tornare in studio con il desiderio di scrivere, con il desiderio di ascoltare quello che aveva fatto Niki dal punto di vista musicale. Sicuramente lui è stato un po’ la spinta principale, è stato lui la causa del mio ritorno. Forse da sola ci avrei messo un annetto in più.
ⓢ In passato hai parlato della creatività come di una cosa che ti travolge, che prende il controllo, hai detto che non puoi decidere a comando di essere creativa per le ore per cui affitti lo studio. Per fare questo album hai dovuto cambiare metodo?
Il metodo in realtà non è mai cambiato, nel senso che per me c’è proprio un momento per la creatività. C’è anche un periodo per la creatività. Per esempio, dopo due anni di niente c’è stato un anno di creatività. All’interno delle giornate di questo anno, non tutti i momenti erano utili per andare in studio, per trovare qualcosa di buono da dire. E infatti io e Niki abbiamo seguito molto questo flusso: quando io non me la sentivo, andavamo a giocare a tennis, quando lui non se la sentiva, magari giocavamo alla Play, ci facevamo un giro fuori o andavamo a comprare qualcosa da vestire. Nessuno obbligava l’altro a essere per forza concentrato, nonostante ci fossero chiaramente anche dei disagi, perché magari io ero carichissima, dovevo scrivere una roba, e lui magari no, e viceversa. Quindi lì è un po’ difficile. Un po’ ci si prova, chiaramente, però poi ci sono giorni in cui non succede ed è inutile stare lì, perché poi più masterizzi un ricordo negativo dello studio, meno ci vuoi tornare. Quindi ho cercato di raccogliere solo ricordi positivi.

ⓢ Avevi detto che per L’AMORE avevi seguito il mixaggio in ogni minimo dettaglio, stando in studio ore, perché magari non sei esperta di tecnica di mixaggio ma sai cosa ti piace quando lo senti. Com’è andata in questa occasione a livello di mix e di produzione dell’album?
In questo disco ho avuto la grande fortuna di avere Niki, appunto, dall’inizio alla fine. Poi ho incaricato lui di seguire il mix master perché banalmente mi fido molto di lui e banalmente lui si fida molto di me. Quindi, per esempio, ho dato a lui il compito di seguire tutta la parte di mix master con Suriani [Andrea Suriani, tecnico di mix e mastering di DISINCANTO, ndr]. Poi invece le produzioni nascono insieme, durante la sessione. Magari lui mi ha fatto sentire una volta delle produzioni diverse e io ho pensato: “Potremmo unirle in questo modo qua”, e poi è nato ALLUCINAZIONI, per dire. Oppure Bestia è partito da un giretto di piano che mi ha fatto ascoltare e io ho detto “ma è incredibile!”, quindi da lì l’abbiamo costruita insieme anche con Narducci [Luca Narducci, collaboratore in diversi brani di DISINCANTO, ndr], che è praticamente il nostro terzo. Lo zio dell’album, lo chiamiamo. Io e Niki siamo la mamma e il papà. Sulla parte di produzione è tutto sotto controllo. Nel senso: un po’ tutti decidono tutto, dato che siamo appunto in due, massimo tre. A parte nella traccia DISINCANTO, dove sono stati di più. Ma lì eravamo in Marocco, in questo riad, è stato così magico che poi, sai, quelle… diciamo quelle seghe, si può dire seghe? Quelle seghe da produttori magari non ce le siamo neanche fatte più di tanto… però son felicissima dei risultati che ha portato Suriani. Mi è piaciuto moltissimo. Secondo me è il mio album prodotto meglio, il mio album mixato meglio, quindi sono molto felice.
ⓢ Ti va di elaborare il tuo concetto dell’osservatore, che sta dietro la tua testa e analizza te e gli altri? Combacia con l’idea di Madame che hai definito come il tuo genio e il tuo grillo parlante?
Quell’osservatore c’è sempre, c’è ancora. Al punto che mentre non scrivevo, che poi è un po’ il momento in cui quest’occhio si fa vivo, ho tenuto questo quadernino dove scrivevo tutto un dialogo: 1, 1R, 2, 2R. 1 era appunto la parte dell’osservatore e 1R, ovvero la risposta, era la mia parte emotiva. Quindi io passavo notti e giorni a dialogare tra me e me, facendomi delle domande. A volte lo faccio anche a voce alta. Quindi c’è, esiste nella mia biologia a tutti gli effetti e di conseguenza anche nella musica. Però penso che sia una cosa che hanno tutti. C’è chi la chiama la voce, la voce della coscienza, la voce della verità. C’è chi la chiama l’anima, però secondo me c’è. Tutti noi abbiamo una parte di noi che bene o male sa la risposta. Bene o male sa se stiamo sbagliando, sa se stiamo facendo giusto, sa se quella è la strada giusta per noi, se stiamo accontentando qualcun altro. Ecco, io cerco di ascoltarla molto e la musica mi aiuta ovviamente, però anche io aiuto l’osservatore a uscire. Non so chi è l’osservatore e chi è Madame, questo non te lo so dire. Ti posso semplicemente dire che Madame è la parte di me che ha il pubblico. È un discorso veramente tosto, nonostante io sappia bene qual è la differenza tra Francesca e Madame, ce l’ho molto chiara in testa. So che sono due cose diverse, sono un po’ due grandi playlist delle mie caratteristiche diverse. A volte un pezzo è in entrambe le playlist, a volte solo in una, a volte solo nell’altra. Dipende. Ci vorrebbe veramente un giorno per spiegartelo.

ⓢ E nelle interviste sei Francesca o Madame?
Madame ovviamente, nelle interviste sono sempre Madame. Francesca è estremamente timida, Madame deve un po’ ripararla. Se adesso fossi esclusivamente Francesca, probabilmente non riuscirei a parlare tranquillamente, poi con un faro bianco puntato addosso e due telecamere. Cantare mi viene molto più facile in queste situazioni.
ⓢ Visto che cantare ti viene più facile, hai annunciato la tournée ancora prima dell’album: pensi che per te sarà un una prova oppure non vedi l’ora e pensi che ti verrà naturale? E ci sono delle tracce che pensi siano da palco e altre che quasi temi di dover fare?
La tournée estiva è una scelta che io ho voluto fortemente intraprendere perché mi conosco e so che se l’album esce ad aprile io avrò assolutamente voglia di farlo sentire dal vivo. È esattamente l’altra metà del lavoro. Prima lo scrivi e poi lo porti in giro. Quindi per quello l’ho annunciato prima. Anche perché poi ne annunceremo un altro. Poi secondo me il live sta tutto nel come organizzi la scaletta, non tanto nei pezzi che scegli. Puoi anche mettere di quei mattoni che proprio non hanno senso di esistere sopra un palco, però se li metti in un certo modo, li canti in un certo modo, costruisci attorno a loro un certo racconto, una certa visione, fanno una bella figura. Sicuramente, di questo disco, la canzone che non vedo l’ora di cantare è OK, che poi è l’ultima che ho scritto, l’ultima che abbiamo aggiunto. Abbiamo detto: “Dai, anche lei, anche lei!”, e poi abbiamo consegnato il disco. Mi è piaciuta così tanto che siamo entrati in ufficio io e Niki, ci siamo messi a ballare, a scatenarci, è stato molto divertente. E poi abbiamo detto: questa vogliamo che sia un singolo assolutamente. E poi infatti è andata molto bene, quindi sono molto felice.
ⓢ Come mai OK e DISINCANTO come singoli, che sembrano agli opposti di uno spettro come tono e come forma?
DISINCANTO come primo singolo era un po’ doveroso perché, forse nel momento in cui abbiamo fatto quel pezzo è come se fosse stato congelato il concept esatto del disco. Quindi quello doveva essere il primo singolo per forza, anche perché è grosso, bello muscoloso come brano. Quindi tornare così dopo un po’ di anni mi sembrava la scelta migliore. Poi OK, perché questo disco ha dentro anche un po’ di cazzate da 24enne, tra cui OK. È anche un modo per far capire al mio pubblico che ci siamo divertiti un sacco a scrivere questo disco e che siamo comunque dei giovani ragazzi che hanno voglia di divertirsi. Lunedì [13 aprile, ndr] alle sette di mattina invece è uscito ROSSO COME IL FANGO, che è una terza anima del disco. La parte di corpo del disco. Non è una canzone che spicca per muscolarità, non è una canzone che spicca per divertimento. È un po’ la capogruppo di quelle canzoni che vanno effettivamente ascoltate e che vanno effettivamente vissute e che parlano tanto di me, che parleranno secondo me tanto al pubblico. Quindi ci sono un pochino queste tre anime all’interno del disco e i singoli volevamo fossero il più possibile rappresentativi di quello che poi le persone ci avrebbero trovato dentro.

ⓢ Hai detto “cazzate da 24enne”. Cosa cambia tra le cazzate da 24enne e quelle da 21enne o 19enne?
Niente, sono sempre cazzate da 20enne. Come quando avrò 30 anni, saranno cazzate da 30enne. Ogni età ha la sua bella dose di minchiate e io spero di portarla sempre. Spero di rappresentare sempre anche quella parte lì. Più che leggerezza, direi ironia, autoironia. Per esempio, in PUTTANA SVIZZERA c’è un sacco di autoironia. Tantissima. E anche la parte di tutti i ragazzi che ci hanno rappato dentro [Nerissima Serpe, Papa V e 6occia, ndr], c’è un sacco di autoironia e questa cosa mi piace da morire. Quindi sì, non c’è poi una differenza di età. Il punto è che ci siamo divertiti molto e abbiamo riso molto. PUTTANA SVIZZERA fa ridere perché è vero.
ⓢ A quest’età in poco tempo si cambia tanto. Come vedi i tuoi scorsi album e soprattutto la te dei tuoi scorsi album?
Non la vedo tanto diversa dalla me di adesso. Sai cos’è la rana di vetro? In realtà la rana di vetro ha un nome impronunciabile. Hyalinobatrachium pellucidum, immagino perché ha la pelle lucida. È una rana all’interno della quale si vede tutto quello che c’è dentro. Forse avevo un po’ meno pelle. Poi forse mi sono un pochino più coperta, diciamo. Per fortuna. Infatti lo sento. Comunque alla fine fa parte del disincanto anche questo. Sto prendendo delle cose un po’ meno seriamente. A volte le persone per ego tendono a dare troppo peso a cose che in realtà non ne hanno così tanto. Cose per le quali sei troppo teso, poi ci stai solo male. Quella è la brutta conseguenza. Invece dare molto peso alle cose molto belle, per esempio, può fare bene. Quindi è utile, conveniente, dare il giusto peso a delle cose un po’ stupidine che magari ti fanno solo del male. In questo devo dire che è un po’ cambiata la storia. Poi è cambiato il fatto che mi affeziono molto meno ai pezzi, mi affeziono molto meno alle cose che scrivo, quindi non ho neanche particolari problemi a cambiare. Riscrivo molto fino a che non viene la cosa perfetta. Prima, magari, quando mi usciva una frase incredibile, pensavo: «La devo assolutamente tenere così, perché poi se l’avessi cambiata di poco magari sarebbe diventata una merda». Adesso, bene o male, so che se c’è una frase che mi è uscita molto bene, anche domani è possibile che me ne esca un’altra, capito? Quindi non mi strafogo più come se fosse l’ultimo piatto, ma penso che anche domani ce ne saranno altri. Quindi anche questa sicurezza acquisita qui mi ha fatto molto cambiare e mi ha impedito di essere troppo una rana di vetro.
ⓢ Hai detto che «se oggi sto meglio è perché ho praticato l’analisi con costanza: c’è chi fa la skincare coreana ogni giorno, e chi va dal terapeuta». Vai ancora in terapia?
In realtà ho smesso per un anno e mezzo la terapia perché non ne volevo saperne più, perché dopo aver fatto varie esperienze un po’ spiacevoli nel settore salute mentale, dopo un po’ ho detto basta. E quindi ho smesso. Poi da poco ho ricominciato con questa nuova terapeuta. Incredibile, devo dire la verità. Mi piace molto, mi sta molto simpatica. Però non ti direi che questo disco è frutto della terapia. Ti direi che questo disco è frutto di pensieri naturali, pensieri homemade.
ⓢ In DISINCANTO scrivi «Io non ho più paura / ho gli occhi gonfi del mio disincanto / cosa resta di me? Che resta di me? / un’anima nel nulla», poi “Se fossi stata Eva, avrei ingoiato pure il torsolo / assieme a tutta la mela, con i semi”, e infine «Come so, sono sola / tutti hanno una via e io no». Anche in OK parli di pills, di buttarti nel letto, di scopare controvoglia. In questo disco c’è forse un confronto con la depressione?
Ti dirò una cosa un po’ controtendenza: penso che una persona possa stare male anche senza avere poi per forza una malattia. Invece molto spesso noto che, per dare valore ai propri problemi o per dare per forza un’etichetta alle persone che incontriamo, si tende a dire che, se uno ci fa del male, è narcisista; se ho degli sbalzi d’umore, sono per forza affetta da bipolarismo; se sono triste in un periodo, ho la depressione. Che sono grandi paroloni. Sono grandi paroloni perché le malattie mentali ti impediscono di vivere, nel senso che sei incapace di lavorare, di avere relazioni umane, di prenderti cura di te. Io penso che bisogna iniziare un attimo a richiamare le cose con il proprio nome, nel senso che se c’è un periodo in cui uno scopa contro voglia, appunto, ha dei grilli per il capo eccetera eccetera, è una cosa normalissima della vita. Come è anche purtroppo normale che qualcuno ti possa anche trattare male senza per forza avere un disturbo narcisistico. Disincanterei un po’ questo DSM-5 incorporato che ultimamente hanno tutti. Perché stare male, stare bene, avere emozioni, avere periodi no, periodi sì, fa parte della normale vita, e quando arrivano le malattie te ne accorgi. Questo è il mio appello, i miei due centesimi.
ⓢ Le tue influenze musicali sono quasi sempre italiane, qualcuna straniera?
Io faccio molto spesso un ascolto un po’ passivo della musica, ti dico la verità. Ascolto spesso anche musica senza le parole. Musica di sottofondo. Saranno due o tre anni che non ascolto una canzone in cuffia. Ho un rapporto un po’ strano con l’ascolto della musica in generale. Ascolto molto le cose nuove dei colleghi. Mi piace fare il music forum di quello che esce con i miei amichetti o con Paola Zukar [manager e figura storica del rap italiano, fondatrice di Big Picture Management, realtà che segue anche Madame, ndr], anche con lei grandi chiamate di music forum. L’unica artista che ho ascoltato di brutto in macchina in questo periodo è Kwn, che è un’artista R’n’B. Justin Bieber me lo ascolto sempre, però a volte fa un po’ fatica a ispirarmi. Mi ispira di più la sua vita, quello che dice, quello che racconta, come si veste. E poi lui è mio fratello immaginario. Quindi non so che influenze ho. La mia influenza musicale principale è Niki Bias, è quello che si ascolta lui e poi le basi che fa a me.

ⓢ Hai citato negli anni Wes Anderson, Freud, la letteratura russa, Gianni Rodari, lo Stilnovismo… Per questo disco quali sono state le influenze non musicali più importanti?
Per i libri, l’inchiesta mi ha influenzato moltissimo. Mi sono fatta tutto uno studio sulla situazione geopolitica della Corea del Nord. Poi mi sono fatta delle belle letture di Carrère. Mi ha ispirata tantissimo la schiettezza e la brutalità di Philip Roth. La settima arte, il cinema, tantissimo. Adesso ne parlo con dispiacere dalla parte del cinema, perché da quando è mancato Federico Frusciante, l’idea di andare al cinema e poi di non avere la sua prima impressione sul film fa un po’ strano, ti dico la verità. Anche perché molto spesso sceglievo anche i film in base a quelli di cui lui parlava molto bene. Adesso mi sono appassionata di brutto alla fotografia a rullino, a come funzionano le pellicole e a tutta la chimica che c’è dentro: le pellicole, i grani d’argento, la luce, tutta quella roba lì. Il mio maestro dice sempre che io sono un nerd che non ha mai studiato. Ed è vero. Adesso è come se mi fossi resa conto del fatto che anch’io posso imparare delle cose. Sai, quando vai a scuola, molto spesso ti indirizzano su qualcosa di molto preciso. Già dalle scuole medie mi avevano detto che io avrei potuto fare il professionale, il sociale, e che quindi sarei stata negatissima con la matematica, con la fisica, con la chimica, con tutte quelle materie lì, che in realtà per me hanno un fascino incredibile. Infatti poi col mio maestro ci siamo messi un’estate al mare a studiare la chimica e tutte quelle cose meravigliose. E poi ho scoperto che la capivo bene. Anche lui la spiega molto bene, ma ho scoperto che potevo anche imparare a fare delle cose nuove. Quindi è stata la parte più positiva del disincanto di questi anni. Ho scoperto che potevo dare luce un po’ a tutti i miei talenti e non solo a quelli che mi avrebbero dato indietro delle economie o la sicurezza di saper fare. Questo è stato meraviglioso. Quindi forse anche per quello mi sono un po’ staccata dalla musica, perché voglio imparare tutto il resto. Non che io sappia granché di musica, però insomma.
ⓢ I tuoi soggetti fotografici preferiti?
I miei soggetti preferiti sono i miei cani e gli alberi. Ho fatto questa foto a rullino con la Contax, mi sono innamorata tantissimo di questa fotografia perché sono riuscita a catturare il momento in cui il polline si stacca dall’albero e quindi c’è questo cielo azzurrissimo, questo albero pieno di fiori bianchi, poi questo polline che si stacca. Sembrano tipo delle stelle. Di giorno. Però la cosa che mi piace di più della fotografia non è tanto la fotografia, quanto riuscire a farla, cioè riuscire a fare una foto e sapere cosa c’è dietro a quella fotografia, che impostazioni sono riuscita a governare per far sì che la foto venisse esattamente come volevo io. Quella è la parte che mi piace di più, la parte anche solo più chimica. Poi mi piace sperimentare con i vari rullini. Sono proprio innamoratissima di questa nuova forma di conoscenza, di espressione. Se vuoi te ne faccio vedere un paio, però fanno abbastanza schifo, nel senso, non credere che siano chissà che roba. Allora vediamo, ho una cartella con scritto “foto bellissime”. Ecco quella del polline. Vedi che sembrano delle stelline. Ma non è incredibile? Cioè, non è incredibile che in una pellicoletta di plastica sia riuscito a venir fuori del polline? Comunque anche gli alberi in generale, vedi i tronchi. I tronchi degli alberi mi piacciono un botto. Mi fanno impazzire i tronchi, anche perché gli alberi sono belli perché non devi chiedere il permesso per fargli una foto. Cioè io faccio la foto all’alberello, poi gli do una pacca, gli dico grazie fratello, poi vado via.
ⓢ Ora ti sei trasferita a Milano, ma sembri molto legata alla natura. Ti manca la provincia di Creazzo?
Creazzo non mi manca tanto. Ma perché a Milano ho costruito una famiglia, a Milano ho la maggior parte dei miei amici. Le top persone della mia vita sono quattro, due sono a Milano. Io sono riuscita un po’ a ricostruirmi una vita in una città che fondamentalmente mi dà tutto, quindi io non mi sentirei mai di parlare male di Milano e dire: “Oddio quanto mi manca vivere a Creazzo”. Le persone che mi legano a Vicenza sono la mia famiglia di prima, ma adesso sono in una fase della mia vita in cui voglio farmi una famiglia io, in cui voglio emanciparmi. Quindi è un po’ il momento, diciamo, di naturale stacco, definitivo, dalle mie origini. Non a Creazzo, però in provincia di Vicenza c’è Matilde. Infatti molto spesso torno per andarla a salutare o appunto per la nonna, la mamma, il papà eccetera. Però sì, sto davvero bene e se questo album andrà bene, se tutto andrà bene e magari anche quello dopo andrà bene, magari mi prendo una casina da qualche parte, tipo al mare o qualcosa di simile. Sarebbe molto bello.
ⓢ Tornando alla fotografia, dopo Madame non hai più utilizzato immagini per le tue cover, in particolare non hai più usato il tuo volto. Com’è nata la copertina dell’album?
La copertina di L’AMORE era nata perché ho pensato: che cos’è l’amore? Qual è la prima cosa che ti viene in mente con l’amore? Ho pensato al rosso e quindi ho messo la copertina rossa. Per DISINCANTO, invece, ho pensato: qual è la cosa più disincantata che potrei fare? Scrivere il prezzo sulla copertina. E dato che il prezzo non si può mettere in tutte, in una abbiamo appiccicato sopra il titolo questo barcode e nell’altra invece abbiamo scritto il prezzo, che è quella speciale. Non c’è poi un motivo per il quale io non metto fotografie. C’è sicuramente un motivo per il quale non metto più me, ma perché non mi interessa mettere me stessa in copertina, chissenefrega. Tanto io sarò dappertutto, nei video ci sono io, su Instagram ci sono io, sulle altre foto ci sono io, nelle interviste ci sono io, sui giornali ci sono io. Sulla copertina non serve che ci sia ulteriormente io. Quindi preferisco magari un’idea che rappresenti l’album per com’è. Tipo in MADAME c’ero io, perché era il mio primo disco e l’album si chiamava MADAME, quindi chi altro poteva esserci se non Madame? Invece fare un disco, chiamarlo L’AMORE, chiamarlo DISINCANTO e mettere il mio viso… un po’ strano, no? Un po’. Non l’ho fatto per un fattore forse logico, coerente con il mio discorso.
ⓢ A proposito della componente visiva dell’album, ti va di raccontare la sua campagna, che definirei quasi di guerrilla marketing?
La campagna è partita tutta da un album che ho sul telefono che ho chiamato booklet, perché io all’inizio avevo l’idea di mettere tutte queste foto che avevano fatto parte del mio percorso di questi anni appunto nel booklet. Tutte foto reali di cose che mi sono accadute. E quindi abbiamo capito che non ci sarebbe stato un modo migliore se non usare quelle. Legarci il concept della copertina, ovvero del prezzo, no? E tutti mi hanno detto che è stata una scelta molto coraggiosa… Per me anche qui è stata la scelta più naturale. Cioè quando mi è arrivato il mockup ho detto sì, è questo. È stato un percorso naturale, anche quello. C’è la scena dei capelli appena tagliati, dopo l’ultima data a Napoli del tour di L’AMORE; ci sono io piccolina con la mamma e mio fratello. Poi c’è questa gigantografia di me nuda che mi taglio le unghie dei piedi in un meraviglioso hotel in Nepal. C’era uno specchio lì di fianco a me. Ho guardato, ho detto: “Madonna che figa”, e ho fatto un video. E poi da questo video ho ricavato uno screen. Il viaggio in Nepal è stato molto importante perché oltre ad avermi fatto scrivere NO PRESSURE, che è una delle tracce, mi ha anche fatto risentire padrona di me stessa, nonostante io viaggiassi appunto da sola, nonostante io non conoscessi le persone con cui sarei stata per otto giorni. Insomma è stata una grandissima rivalsa personale, una rivincita molto forte dopo un bel periodo buio e quindi l’ho messo. Poi è piaciuto a tutti, quindi sono felice.
Tutte le foto in questo articolo sono di Leonardo Scotti.
Adelphi ha appena ripubblicato – con la bellissima traduzione di Ottavio Fatica – il romanzo del 1993. Rileggerlo oggi è come scoprire un intero mondo che Roth aveva previsto e spiegato già all'epoca.