Hype ↓
07:44 lunedì 5 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Luca Sofri e l’Italia tra 20 anni

19 Luglio 2011

Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, è ormai da lunghissimo tempo una presenza fissa nel mio reader nonché uno dei pochi che controllo più e più volte al giorno. Essenzialmente perché, nello stato di confusione generale in cui versa parte dell’informazione italiana, rappresenta uno dei rari contesti in cui si cerca di fare chiarezza, di spiegare bene i fatti ai lettori, di distinguere tra notizie rilevanti e notizie che non sono nemmeno notizie. In cui si cerca di usare la testa (e di farla usare), insomma. E di alzare un po’ quella famosa asticella. Questione di attitudini a fare le cose per bene, credo. Attitudini che Sofri ha riposto anche ne Il Post, quotidiano online che ha fondato l’anno scorso e attualmente dirige, e in Un Grande Paese. L’Italia tra 20 anni e chi la cambierà il libro che ha pubblicato per BUR un paio di mesi fa.

Un Grande Paese è un libro allo stesso tempo semplicissimo ed “enorme”. Semplice perché è  scritto in modo chiaro, assolutamente accessibile e quasi didattico; “enorme” perché tali sono i temi che affronta e la sfida pedagogica che lancia nelle sue 188 pagine. La tesi di Sofri è riassumibile così: oggi l’Italia è un paese grossomodo «spacciato», ma ci sono ancora delle possibilità di salvarlo e di tornare a esserne orgogliosi – certo non subito e non senza fare dei sacrifici. Ci vorranno forse 20 anni e solo a patto di avviare immediatamente un serio progetto di rinnovamento del nostro modo di essere e intenderci italiani, sia a livello dei singoli che della collettività. Occorrerà – tra le altre cose – rimboccarci le maniche, accettare lezioni da chi la sa più lunga di noi e scegliere le persone in base alle loro capacità; specialmente quelle destinate a compiti fuori dal comune, come la politica di alto livello. Occorrerà – in definitiva – tornare a cercare di fare le cose giuste invece di quelle sbagliate, in tutti i campi.

Riassunto in poche righe sembra un progetto generalissimo o una speranza tra le tante, ma grazie all’inclinazione del suo autore alla chiarezza, allo spiegare bene e in modo convincente le cose ne esce un libro istruttivo e stimolante nell’accezione migliore di queste parole. Ne ho discusso con Luca Sofri una mattinata di qualche giorno fa.

Vorrei partire da quello che secondo me è uno dei concetti centrali del tuo libro, nonché uno degli snodi chiave per trasformare davvero l’Italia in Un Grande Paese, ovvero quello della “democrazia informata”: una democrazia in cui la qualità delle informazioni metta gli elettori in grado di scegliere consapevolmente e competentemente i propri eletti. È bizzarro che un paese con un numero enorme di quotidiani, i quali dedicano ogni giorno un altissimo numero di pagine alla politica, non sia ancora riuscito a porre le condizioni per una democrazia di questo tipo. Forse perché gli stessi giornali danno spazi enormi al feuilleton politico (scandali, intercettazioni, cronaca parlamentare etc) e spazi molto più risicati a temi più concreti come l’azione di governo. Come si esce da questa situazione? Esigendo maggiore responsabilità dalle elite giornalistiche? Costruendo modelli alternativi, come hai fatto tu con Il Post?

Credo che il tempo della critica e delle pretese a un certo punto diventi un po’ sterile se uno non si assume la responsabilità di fare delle cose in prima persona, e di farle possibilmente meglio – nei campi e nei modi in cui ne ha le competenze – di quelle esistenti. In Italia si fa molta informazione ma la si fa molto sbrigativamente. Il tasso di affidabilità e quindi di conseguenza di utilità delle informazioni che riceviamo è scarsissimo. Esiste sicuramente un problema di perdita di assunzione di responsabilità da parte delle cosiddette elite, di chi dispone di poteri maggiori di fare delle cose per migliorare il mondo o quantomeno il proprio paese. C’è una sottrazione di responsabilità dovuta un po’ a rassegnazione e a disincanto circa l’efficacia di quello che si fa, un po’ a una ricerca continua di ampi consensi. Sia che si faccia politica, sia che si facciano i giornali quello che conta oggi è il consenso, meglio se immediato. E questo impedisce ogni forma progettuale più a lungo termine, che implichi quindi una mancanza di consensi nel breve periodo, dei sacrifici o dei momenti di minore soddisfazione istantanea. Così si distrugge l’offerta ma anche la domanda di qualità, e non solo nell’informazione. Per quanto mi riguarda, cerco di fare un giornale online che abbia come priorità l’informazione affidabile, che si basi su una gerarchia di notizie rilevante e dotata di senso. Ma soprattutto cerco di superare un problema che è anche un problema di comunicazione rispetto all’impatto pedagogico insito nelle cose che si fanno in quanto giornalisti o editori.  Qualunque intento pedagogico oggi è vissuto con grandissimo fastidio e insofferenza da chi è il destinatario d’informazioni e insegnamenti, e con grandissimo imbarazzo da chi quegli insegnamenti dovrebbe darli.

A tal proposito nel libro dedichi molte pagine al disagio, quasi alla “paura” contemporanea di ricevere lezioni e insegnamenti, un disagio che va a braccetto con l’antielitismo, ovvero l’avversione all’idea che esistano persone più capaci di altre in determinati ambiti o per determinati compiti; la politica in primis. Non credi che quest’ avversione per le elite sia in parte giustificata da come le elite politiche e culturali, specie quelle di “sinistra”, si sono rappresentate negli ultimi trent’anni? Non pensi che ci sia o ci sia stato qualcosa di vero nello stereotipo della cosiddetta sinistra salottiera, della gauche caviar?

Sono d’accordo con te nel dire che ogni volta che si creano dei cliché qualche cosa di vero al fondo c’è. Dopodiché basta ricordarsi che sono dei cliché, e trattarli come tali. Il cliché della sinistra fighetta, salottiera e “lontana dal paese” lo trovo però veramente strumentale. Fotografa una fetta di sinistra quantitativamente molto poco rilevante. È un’immagine che se non fosse stata creata ad arte, in particolare da certi giornali di destra, non sarebbe stata percepita con così tanta forza. Posto che io attribuisco loro una competenza, una cultura e un’esperienza politica tuttora imbattibili – almeno in questo paese – a volerle cercare le elite di sinistra hanno semmai altre responsabilità: per esempio quelle del loro mancato aggiornamento. Anche solo per banali motivi generazionali, è una classe politica a cui mancano svariati strumenti di comprensione di questi tempi. Per quanto riguarda l’antielitismo più in generale e non solo a sinistra, le origini del problema vanno sicuramente ricercate in Tangentopoli che è stato un momento di grande perdita di fiducia verso classi dirigenti che pure avevano delle grandi competenze e delle ampie capacità di gestione politica, ma che si sono dimostrate fortemente inaffidabili sul piano della fiducia. Così, per reazione, si è iniziato a preferire la rappresentanza di “persone normali”, piuttosto che di politici capaci ed esperti, perché, proprio in quanto persone normali, ci sembrava di poterle controllare meglio, di poterle prendere maggiormente le misure. Di capirle anche nei difetti e nelle debolezze.

Perché questo ricambio tarda ad avvenire? E perché secondo te sarebbe così importante?

Credo che tardi ad avvenire perché effettivamente esiste una mentalità per cui, a parità di competenze e qualità, in Italia si continua a dare un grande peso all’esperienza, a promuovere persone di generazioni più anziane. Mentre si dovrebbe fare assolutamente il contrario e non in forza di un qualche assioma secondo cui i giovani sono per forza migliori, esistono anzi anche molti giovani stupidi. Si dovrebbe fare il contrario perché le persone giovani, quelle qualificate quantomeno, hanno una comprensione inevitabilmente maggiore del presente; il che è fondamentale specie in politica e soprattutto in un mondo e in un tempo che è in grandissima evoluzione e in cui la rapidità di comprendere ciò che succede è una priorità. Inoltre i giovani hanno inevitabilmente, per evidenti ragioni di interesse personale, una visione sul futuro molto più ambiziosa e progettuale di quella che possono avere le persone di 60 o 70 anni.

Specie nel PD la questione del rinnovamento della classe politica, e quindi dei giovani, si intreccia spesso con la questione dei leader. A un certo punto del libro sottolinei che, forse, oltre che di una piattaforma e di un programma sarebbe necessario anche dotarsi di volti e nomi in grado di suscitare nuovi entusiasmi e partecipazioni. Fatti salvi quelli che ci sono ora, vedi all’orizzonte nomi credibili in tal senso o almeno una volontà in atto di andare in direzione di un sistema interno al partito che possa produrne in futuro?

Credo che il mio sia un libro molto individualista e che attribuisce ai singoli molte responsabilità e molte opportunità. Per quanto riguarda le opportunità, io penso – in una semplificazione schematicissima, se vuoi anche un po’ da bar – che le cose le cambino i leader e non le masse. O – al massimo – i leader con le masse, ma la spinta al cambiamento arriva solo quando un singolo è in grado di raccogliere consenso e di tradurlo in una visione. Purtroppo – naturalmente con alcune eccezioni – per tante ragioni c’è stata una grandissima riduzione del tasso di qualità umana e d’intelligenza all’interno di chi pratica la politica e di conseguenza anche degli eventuali leader. Per rispondere più puntualmente alla tua domanda, personalmente guardo con grande interesse e curiosità le cose che fa Matteo Renzi, da cui ho una distanza di formazione e anche di visioni politiche su molte cose – lui è un giovane cattolico e io sono un po’ meno giovane, ateo e di formazione molto più di sinistra – ed eppure sono molto più in sintonia con Matteo Renzi di quanto lo sia con molte altre persone più a sinistra di lui. Di Matteo apprezzo la duttilità e la capacità di contestualizzare le scelte, due doti che oggi sono particolarmente importanti per il ruolo di un politico, specie in un paese ancora molto ideologico, dove talora la duttilità viene erroneamente vista come una forma di superficialità, di mancanza di solida strutturazione del pensiero. Detto questo, il contesto mi sembra non lo aiuti molto, perché – un po’ per indole e un po’ in modo progettuale – si è messo molto in conflitto con una parte del suo partito dalla quale quindi è molto osteggiato. Inoltre non ha strutture forti che lo sostengono – editoriali, imprenditoriali o economiche – e quindi se decidesse di farsi largo dovrebbe o svolgere un lavoro politico più tradizionale dentro il suo partito per costituire una forza e un consenso interno al PD che adesso non ha, oppure lavorare sulla costruzione di un grande consenso popolare che lo legittimi senza passare dal suo partito. Una cosa, la seconda, in cui finora è stato bravo ma su cui dovrebbe lavorare ancora di più.

Un altro argomento molto interessante che tratti in Un Grande Paese è quello del linguaggio. Giustamente scrivi che in Italia c’è sempre più questa tendenza a polarizzarsi intorno alle parole più che a valutare con attenzione il loro contenuto, finendo col giungere a conclusioni e giudizi mossi dal fatto che una data parola contiene già in sé un’indicazione di giudizio, positivo o negativo che sia. Quindi, per citare un tuo esempio, se in Italia discutiamo per giorni di “censura” finiamo col decretare che la “censura” è sbagliata perché è così che siamo naturalmente portati a giudicarla, e non perché abbiamo valutato il significato di quel termine nel contesto in cui lo stiamo usando. Qual è il lavoro che si può fare sul linguaggio per far passare in contenuti e smettere di discutere intorno a parole vuote?

È un lavoro molto difficile perché, come sai, funzionano le semplificazioni e non passano le complessità. Il lavoro da fare è appunto un lavoro di contestualizzazione, spiegazione delle cose, cercando di non schematizzare mai, di non generalizzare mai, di non usare parole vuote. Noi cerchiamo di farlo tantissimo anche nella scrittura de Il Post. Cerchiamo cioè di raccontare le cose con grande chiarezza e coerenza senza espressioni ridondanti e di stare alla larga dalla retorica strumentale. Detto questo è molto difficile perché, come testimonia la sua stessa esistenza e il suo successo storico-filosofico, la retorica strumentale ha una grande efficacia. Però, secondo me, una responsabilità soprattutto di chi lavora con le parole, di chi scrive e di chi fa i giornali, è quella di stare alla larga dalla parola a effetto, dalla parola che contiene nel suo uso molto più del significato necessario in quel caso. Intanto perché è fuorviante e suggestiva e quindi, come giustamente dicevi, contiene già un giudizio, in altri perché è generica abbastanza da essere usata in modi e contesti completamente diversi e così finisce che ti ritrovi con persone che si accapigliano per giorni su una parola; persone che potrebbero scoprire di pensarla in modi non troppo distanti se solo si facesse chiarezza sull’uso di una parola in un dato contesto.

A pag. 115, in una nota scrivi che uno dei rischi a cui Internet rischia di andare incontro è che le persone finiscano col leggere sempre più spesso delle opinioni con cui sono già d’accordo essenzialmente – o almeno la interpreto così – attraverso i social network. Il rischio sembra quello di ritornare a un conformismo di pensiero e di utilizzo da cui, almeno alle sue origini, la rete sembrava lontana. Ora mi chiedo, se dobbiamo temere anche per lo sviluppo di questo “nuovo” media, cosa resta da sperare?

Non penso che un nuovo media di per sé abbia delle qualità intrinseche. Quello di buono è che nasce senza essere ancora stato devastato da una serie di pratiche deplorevoli e controproducenti che ormai colpiscono altri ambiti. Dall’altra parte, sicuramente tende a replicare tutti i meccanismi più normali e più umani delle persone e delle società che lo usano. Io non sono critico nei confronti della normalizzazione e della “mainstreamizzazione” della rete, soprattutto di quella italiana. Mi sembra inevitabile; succede sempre così: ci sono le avanguardie e ci sono le retroguardie. Semmai è interessante vedere quale rivoluzione c’è stata negli ultimi anni, soprattutto attraverso Facebook, nell’uso della rete. Le retroguardie raccolgono un pochino di quello che le avanguardie hanno costruito e progettato e lo inseriscono all’interno dei loro processi più tradizionali e convenzionali. Secondo me comunque qualche cosa di buono si è costruito e progettato nel frattempo. Diciamo che alle retroguardie sono stati lasciati in eredità pensieri, dibatti e strumenti interessanti. Credo non ci siano ragioni per essere troppo pessimisti, mi sembra che la rete offra ancora oggi alcuni dei dibattiti più ricchi, avanzati e interessanti degli ultimi anni. Dibattiti che spesso finiscono anche sui giornali anche se a volte con colpevole ritardo o in mezzo ad altre sciocchezze tipo la leggenda della “libertà” della rete, come se in Internet vigesse una sorta di anarchia assoluta, o a termini abbastanza stupidi come “il popolo della rete” come se “il popolo della rete” fosse una fantomatica identità separata dal mondo, quando ormai “il popolo della rete” siamo io, te, mia madre e lo stesso giornalista che scrive gli articoli su “il popolo della rete”.

Articoli Suggeriti
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai

Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».

La crisi climatica è talmente grave che siamo in autunno e sul Cervino non c’è ancora nessuna traccia di neve

Con l'Europa sotto una cupola di calore le Alpi perdono ghiaccio e pezzi di roccia, e sul Monte Bianco quest'anno si attendono quattrocentocinquanta cadute di massi.