Trovare una casa sul Tetto del mondo

Il documentario di Niccolò Donatini è il diario di un viaggio in moto sul Bam i-Duya, altopiano di 4500 metri tra Afghanistan e Tagikistan. Un viaggio alla ricerca di ciò che tutti gli esseri umani cercano nel mondo: un luogo a cui appartenere. Una casa.

09 Ottobre 2026

Il film di cui state per leggere in questo articolo lo potete anche vedere in anteprima sul nostro canale YouTube. Ma sarà disponibile solo per un periodo limitato di tempo, quindi affrettatevi, andate a vederlo, non perdete l’occasione. Questo articolo invece sarà sempre qui, avrete sempre tempo di leggerlo.

A un certo punto, per qualche ragione, ci siamo convinti che la vicenda umana si svolge nelle moltitudini. Gli esseri umani esistono soltanto se accanto a loro esistono contemporaneamente altre centinaia, migliaia, milioni di esseri umani. La certezza che chissà perché, chissà come, abbiamo acquisito ci dice che esistere significa osservare attorno a sé il dispiegamento di forze brulicanti, scomparire nella polvere alzata dai movimenti di quei colossi che chiamiamo città e Stato, popolazione e folla. Oggi siamo fatti così ed è difficile ricordarci che non siamo sempre stati fatti così (e che non dobbiamo esserlo per forza, soprattutto). È difficile ricordare che è esistito un tempo in cui gli esseri umani conservavano la consapevolezza – dolce, romantica, consolante – che la vita trovava il modo di manifestarsi ovunque, che il ciclo di nascita e morte, amore e dolore, trasformazione e conservazione attraverso cui si articola la storia di ogni individuo si ripete in ogni luogo, anche in quelli sui quali l’occhio non si posa perché stanno troppo oltre l’orizzonte.

Un giovane regista decide di raccontare questa storia antica e dimenticata, perché per lui il mestiere di regista consiste nel «trovare ciò che di interessante c’è negli altri», come mi ha detto quando l’ho incontrato e intervistato a Venezia, nelle settimane in cui al Lido c’era la Mostra del Cinema e lui era lì per presentare in anteprima il suo film, a Villa Giffoni. Questo giovane regista ha trovato una storia di esseri umani che esistono al di là della consapevolezza del resto della specie e una storia di esseri umani che decidono di raggiungere quel punto oltre l’orizzonte per ricordarsi che non c’è luogo sulla Terra in cui la solitudine abbia trionfato, in cui una persona non possa trovarne un’altra che, come lei, non stia prendendo parte al potente spettacolo dell’esistenza. Niccolò Donatini è il nome del giovane regista che per raccontare ciò che di interessante c’è negli altri si è arrampicato fin sopra il tetto del mondo, su un altopiano che sta nel Pamir, a 4500 metri di altezza, un muro di roccia che separa il Tagikistan dall’Afghanistan. Ha un nome, questo altopiano: Bam i-Duya. Ma è un nome che usano soltanto coloro che sul tetto del mondo ci nascono e ci vivono. Perché sì, anche sul tetto del mondo si nasce e si vive, anche sul tetto del mondo il potente spettacolo continua e attori e attrici contribuiscono ognuno con un verso.

Restano nella mente, proprio come nei viaggi, i volti e i colli e le braccia e i denti e le rughe di coloro per i quali il tetto del mondo è il tetto di casa. C’è Yuri Ancarani negli sguardi che Donatini posa su questi esseri umani, c’è Yuri Ancarani nei pochissimi inserti di fiction che il regista si concede nel film, quando i dialoghi quasi ermetici tra le due guide, Nas e Sharif, che accompagnano i viaggiatori su per questa scala verso il cielo, diventano una didascalia poetica e struggente, e altrettanto buffa e autoironica, alle peripezie che il viaggio attraverso questo pianeta così lontano così vicino impone. Del tetto del mondo, alla fine, ci si ricorda il volto umano. E ogni volto è più umano che mai quando si volge nella direzione in cui si trova casa. Ed è infatti il volto di Nas – una delle due guide che accompagnano i viaggiatori su su fino in cima al tetto del mondo, paterno nella sua maniera di accomodare le necessità e le incertezze e le curiosità di quelli che chiama «i motociclisti italiani» – che dopo chissà quanta assenza torna a casa per portarci un gruppo di esausti ed estasiati stranieri. Christopher Nolan si commuoverebbe, a vedere come la xenia, la legge dell’ospitalità con cui Zeus provò a incivilire le selvagge genti dell’Età del Bronzo, conservi tutta la sua sacralità qui, in questo luogo così lontano dal mare e dalla terra della sua Odissea. La stessa tavola, lo stesso letto, la stessa musica, gli stessi abbracci e gli stessi sorrisi per il figlio a lungo assente e per gli stranieri che a breve se ne andranno. Il tetto del mondo è vasto quanto il cielo terso delle belle giornate, accogliente come quello notturno, punteggiato di stelle che esistono per far luce a chi altrimenti brancolerebbe nel buio. Sotto il tetto del mondo c’è spazio per tutti, l’unica differenza tra autoctono – o local, come si dice nell’orrenda neolingua della turistificazione – e straniero è la consuetudine, l’ampiezza dell’intervallo tra un ritorno e l’altro. Racconta Nas, nel voice over in cui si destreggia come il più navigato dei narratori, che per lui anche andare a scuola, da bambino, significava partire: nove kilometri a piedi, sotto il sole dell’estate e nella neve dell’inverno, per raggiungere il villaggio più vicino e imparare a leggere, scrivere e dare di conto, attività che così tanti bambini e bambine nel mondo raggiungono nel tempo che si impiega a guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada. E ogni volta, dopo una stagione o due o tre o tutte passate lontano, per Nas tornare a casa significava tornare al luogo ancestrale, non tetto ma centro del mondo, e ritrovare tutto assieme, tutto in una volta, il suo posto sulla Terra. Per stare sempre a Christopher Nolan, è il nostos, il ritorno del poema omerico, non a caso impresa degna dell’eroe: lasciare casa è sempre una mutilazione, la distanza è una malattia, il ritorno è guarigione, è rimettere assieme l’arto spezzato di una vita adulta. E infatti, Donatini stropiccia il tessuto dello spazio-tempo per raccontare il ritorno a casa di Nas: il presente dell’adulto si mescola ai ricordi del bambino, la danza e la musica sono l’ago e il filo con il quale l’uomo ricuce i lembi della sua ferita, quella di chi da piccolo non poteva che andare via e quella di chi da grande ha trovato sempre intralci sulla via del ritorno. Fino a quando non ha deciso di rimuoverli lui, quegli intralci.

Spesso commettiamo l’errore di far coincidere narrativa e finzione, ma non è così. Non c’è niente di più narrativo di un uomo che manca da casa da tempo immemore e che ci torna interpretando il ruolo antichissimo di guida, per affidare un pezzo del suo mondo ai viaggiatori che lo seguono, e che quel pezzo di casa lo porteranno giù, lungo la via del ritorno, fino nelle pianure della Terra, dove racconteranno che alla fine di un lunghissimo viaggio hanno trovato casa in un luogo su cui solo pochissimi occhi umani si sono posati da quando gli uomini hanno iniziato a camminare eretti sulla terra.

«Saluti da un altro pianeta», dice infatti un uomo che urla nel deserto, uno degli uomini che Nas guida verso quella che per lui è casa e per l’uomo è la meta. Addosso ha una tuta da motociclista, in effetti somiglia a un astronauta, il paesaggio attorno a lui potrebbe essere un cratere lunare o una valle marziana. Ma ha le mani nude, il volto scoperto, i guanti accartocciati tra gomito e torace e il casco appeso al gomito. La moto è parcheggiata poco più in là. L’uomo è chiaramente sulla Terra e infatti sta facendo quello che fanno tutti gli uomini sulla Terra oggi: sta parlando al telefono, lo tiene puntato soprattutto sul suo volto, ogni tanto gira la videocamera per inquadrare uno dei suoi compagni di viaggio. È una delle prime scene de Il tetto del mondo. L’uomo però non è un attore, anche se ha un talento naturale per il palcoscenico e il monologo, una voce narrante che a inventarsene una alla pari ci vuole un grandissimo scrittore. L’uomo è un viaggiatore, sta attraversando il Pamir in motocicletta, in un motoraid organizzato da Avventure nel Mondo. Qui è utile fare una breve digressione “mitologica”: Il tetto del mondo fa parte di un progetto che si chiama Avventure in primo piano, realizzato in collaborazione da Avventure nel Mondo e Giffoni Hub. Si tratta di una chiamata rivolta a giovani registi: prendete la cinepresa, partite assieme a un gruppo di viaggiatori, andate e riprendete, tornate e raccontate. Il primo film realizzato per Avventure in primo piano si intitola Sahayatra – Nelle valli del Nepal, lo ha diretto Niccolò Corti e racconta il percorso di un gruppo di viaggiatori che partono dal caos di Kathmandu per arrivare fino ai piedi dell’Annapurna. Fine della digressione, torniamo sul Tetto del mondo, che è il secondo film realizzato nell’ambito di questo progetto. Altri ne verranno in futuro, ma oltre non si può dire.

Eravamo all’uomo che urla nel deserto e che riprende sé stesso e i suoi compagni di viaggio. Sta raccontando una delle soste che separano lui e i suoi compagni dalla destinazione: un villaggio incastrato tra le montagne, in un punto della Terra in cui non funzionano neanche i telefoni satellitari e in cui le persone macellano ancora con le proprie mani gli animali che mangiano, suonano la musica che ballano, fanno dormire gli ospiti negli stessi letti in cui dormono loro.

Un uomo riprende un uomo che si riprende, e miracolosamente pezzettini di verità rimangono appiccicati alle lenti dell’uno e dell’altro. È il primo e fondamentale pregio di questo documentario: potrebbe cedere a tutte le sofisticazioni e tutte le mistificazioni e tutte le finzioni del documentario moderno (soprattutto di quello che racconta il viaggio), e invece non cede. Con la stessa naturalezza con la quale il meccanismo del viaggio si inceppa – perché un pezzo di una moto si spacca, perché ci si impantana nel fango, perché l’aria a quell’altezza è troppo fina e la testa gira e bisogna fermarsi finché il mondo attorno non smette di vorticare, perché dopo una notte a scapicollarsi verso il successivo villaggio ci si addormenta giusto quel tanto che serve a non crollare dalla stanchezza e ci si risveglia con la neve fino alle ginocchia – il film lascia che il suo meccanismo narrativo si inceppi. E nelle lunghissime pause tra un traguardo e l’altro, tra il checkpoint precedente e quello successivo, Donatini muove la cinepresa attorno a sé, con l’entusiasmo di un allievo appena uscito dalla lezione di John Ford: «Quando l’orizzonte è in alto è interessante, quando l’orizzonte è in basso è interessante, quando sta nel mezzo è una noia mortale». La regia, in questo film, è sostanzialmente manipolazione dell’orizzonte: Donatini lo mette quasi sempre nel terzo più alto o più basso dell’inquadratura, ai lati lo taglia brutalmente, a dimostrare che certi paesaggi non sono fatti per essere colti da quello strumento imperfetto, da quel senso ingannevole che è la vista umana. Il mondo, nel Tetto del mondo, resta sempre al di là del bordo, imponente e invisibile allo stesso tempo. Chi guarda acquisisce la straniante consapevolezza dell’immensità del Creato osservandone giusto la porzione, minuscola e magnifica, che sta all’interno di un’inquadratura. Una porzione che la (favolosa, in senso letterale: sembrano i colori di un libro di favole) fotografia del film esalta con colori che sembrano applicati a mano sulla tavolozza del mondo: la roccia non è marrone ma rossa; l’erba non è verde ma smeraldo; la neve è così bianca che pare illuminata da miliardi di minuscole puntine al neon nascoste sotto la sua stessa superficie.

E a furia di stringere l’inquadratura, Donatini arriva a cogliere le presenze più minuscole che si muovono su questi titani di roccia e terra che chiamiamo continenti. Cosa fa un uomo quando raggiunge l’estremo confine del suo spazio, lontano da tutte le ombre che proiettiamo continuamente sulle pareti delle nostre moderne caverne, nel disperato tentativo di non rimanere soli con noi stessi, costretti a contemplare l’altra immensità che al mondo esiste, quella che si apre al centro del petto dell’essere umano, dove sta assiso quel muscolo e voragine che chiamiamo cuore? Finalmente solo, finalmente libero, l’essere umano torna istintivamente alla sua natura di animale sociale e cerca, come una bestia smarrita, la strada che lo riporti al branco. Tra gli avventurieri che sono partiti verso il tetto del mondo, c’è un uomo che va in giro con un paio di vecchi occhiali da montagna, lente nera e montatura rossa sgargiante. Erano di suo padre. «Vuoi dirci altro», chiede la voce fuori campo. «Non ci riesco», dice l’uomo, che è salito fin lassù per sentire più chiaro, più limpido il suono del suo cuore che giustamente si spezza al ricordo del babbo, e avvertire quel suono riverberare nello spazio infinito attorno a sé. È lo stesso uomo che urlava nel deserto. Ma visto da vicino appare così minuto, colto nel dolore la sua voce si fa così debole che non riesce a compiere neanche il quotidiano sforzo di uscirgli dalla gola.

Tra gli avventurieri che sono partiti verso il tetto del mondo, c’è un uomo che appena vede che il telefono ricomincia a funzionare, dopo tre giorni di viaggio in un luogo che nessuna onda elettromagnetica può violare, chiama la moglie. Lei gli chiede se, anche in cima al tetto del mondo, pensa a lei. Lui, nella lingua dell’amore, cioè il dialetto (veneto, in questo caso) le risponde che certo che sì. «E tu? Tu pensi a me?», le chiede. Lei, nella lingua delle madri, risponde che sta pensando al suo ritorno, al momento in cui tornerà a casa e riabbraccerà i figli. Prima di tornare dalla moglie, il figlio troverà casa, per un momento, là dove la maggior parte degli uomini pensa, arrogantemente, che esista solo la desolazione dell’inabitato, l’asprezza dell’inospitale. E invece un figlio trova proprio lì altre madri e altri figli, padri e fratelli, pronti ad accoglierlo prima di ripartire per un lungo viaggio. Il fuoco che scalda e cuoce la carne, la musica di tamburi e fisarmoniche, tazze di tè caldo e bicchierini di liquori forti, un’ultima notte in cima al mondo prima di tornare nella vasta valle che sta in basso, dove si svolge, adesso i viaggiatori lo sanno, la stessa vicenda umana che si svolge nel villaggio che hanno appena lasciato.

Che succede quando un viaggio del genere finisce, quando è il momento di tornare a casa? Il tetto del mondo è il film che bisogna vedere per capire che questo è esattamente il tipo di domanda che non ha senso porsi: il viaggio non finisce mai, se per viaggio si intende «la ricerca di ciò che di interessante c’è negli altri». Il viaggio è infinito, se la ricerca continua. Il viaggio è ovunque, proprio come la vicenda umana: nella moltitudine della città e nel deserto in cima al tetto del mondo. E in ogni spazio che separa l’uno e l’altra.

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