Il progetto Avventure in primo piano mette assieme cinema documentaristico e viaggio “vero”: ogni regista scelto partirà per una meta diversa, che poi dovrà raccontare in un documentario.
Due di notte. Ho venticinque anni e sono in consolle all’Atlantique. Lampadari di cristallo, piastrelle nero lucido, camerieri che girano tra i tavoli con bottiglie di champagne, luci strobo che tagliano la sala. Davanti a me la pista è piena, la gente è tutta sudata, le camicie bianche sono aperte fino al terzo bottone, i tacchi battono sul pavimento. L’atmosfera è molto calda e così faccio quello che si fa sempre in questi casi: tengo il ritmo alto. Metto in sequenza “Around the World” dei Daft Punk, “Windowlicker” di Aphex Twin, “Who Said” dei Planet Funk, “Fucking in a heaven” di Fatboy Slim. La pista ondeggia. Poi urla. Fischi di approvazione, ululati, braccia levate al cielo. In consolle i CDJ sono illuminati e accanto al mixer una sigaretta lasciata lì da qualcuno si consuma lentamente nel posacenere. Di colpo ho un’illuminazione e decido di fare una cosa che durante una serata succede raramente: invece di cercare il pezzo successivo che alzi ancora la pressione penso ad una canzone che non c’entra niente con tutto quello che ho suonato fino ad ora. Un pezzo con un pianoforte lento, una voce bassa e con delle parole che tutti conoscono. Quando di colpo fermo la musica il silenzio è come un boato. Mi guardano tutti. Alzo la testa e premo il tasto PLAY. Il cielo in una stanza.
Per qualche secondo mi chiedo se non sia una pessima idea. Poi succede una cosa strana: qualcuno smette di ballare, qualcuno sorride, altri iniziano a cantare piano. La pista non esplode, magicamente si trasforma. Ed è proprio in quel momento che capisco una cosa abbastanza semplice: che molto prima delle consolle, molto prima dei dj set, Gino Paoli aveva già scritto una canzone capace di fare esattamente questo. Cambiare l’aria dentro una stanza.
È a quella sera che ripenso quando, anni dopo, scorrendo distrattamente le notizie sull’iPhone, leggo della morte di Gino Paoli. È una cosa strana pensare a Paoli dentro una discoteca eppure è la prima immagine che mi viene in mente quando vedo la sua fotografia comparire sullo schermo. Non il cantautore, non la scuola genovese, non la nostalgia delle vecchie canzoni italiane, ma una pista piena di gente sudata, il silenzio improvviso prima di un pianoforte e una stanza che cambia forma nel giro di pochi secondi. “Come ti è venuto in mente di mettere Gino Paoli?”, mi aveva chiesto una ragazza alla fine della serata. “Perché Gino Paoli è la vera rockstar della musica italiana”, le avevo risposto. All’epoca non ero nemmeno sicuro di crederci davvero, era più una battuta da dj, una di quelle frasi che si dicono alle quattro di notte per impressionare le ragazze, quando la musica è finita e la gente sta uscendo dal locale. Eppure, ripensandoci oggi, non sono più sicuro che fosse una battuta.
Un colpo al cuore
Perché sì, con le sue camicie di denim, le bottiglie di whisky, le milioni di sigarette fumate, i Ray-ban da aviatore con le lenti scure sempre addosso, la sua biografia somiglia molto meno alla storia di un cantautore e parecchio di più a quella di una rockstar capitata per errore nella storia della musica leggera italiana. Negli anni Sessanta Gino Paoli già distrugge Ferrari sulla Riviera ligure, viene accusato di omicidio colposo in seguito ad un incidente d’auto, vive relazioni scandalose con Ornella Vanoni e con una Stefania Sandrelli ancora minorenne, scrive canzoni talmente perfette che entrano immediatamente nell’immaginario collettivo. E nel 1963 si spara al cuore. Il colpo non lo uccide. Il proiettile gli rimane nel petto per il resto della vita perché i medici dicono che toglierlo sarebbe troppo pericoloso.
È uno di quei dettagli biografici così romanzeschi da sembrare inventati: un cantautore romantico che vive per oltre sessant’anni con una pallottola nel cuore. A raccontarlo non ci si crede. «Avevo tutto, e non sentivo più niente. Le due donne più belle d’Italia, Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, erano innamorate di me. In garage avevo una Porsche, una Ferrari e una Flaminia Touring. Cos’altro potevo avere? Volevo vedere cosa c’era dall’altra parte. Così mi sono sparato al cuore». Non a caso nella sua biografia Cosa farò da grande, edita da Bompiani, racconta di quella volta che cercò di investire in auto un paparazzo o di quando entrò nella redazione di un giornale di gossip con una mazza da baseball minacciando di spaccare la testa ad un giornalista che aveva scritto un articolo che non gli era piaciuto o di quando ancora diede un pugno al boss della Ricordi. «Sembravo intimista e invece facevo le stesse cose dei rocker», avrebbe detto anni dopo in un’intervista. A proposito della sua biografia, fu in occasione della presentazione del libro che pronunciò una delle sue ultime frasi celebri: «Ho 90 anni, quindi tra un po’ me ne vado e fortunatamente lo lascio a voi questo mondo di merda». Aveva detto anche che stava scrivendo sei nuove canzoni ma che ci voleva tempo perché era «un gatto pigro». Al giornalista che gli aveva chiesto cosa lo ispirasse ancora, Paoli aveva risposto che non scriveva canzoni partendo da ciò che lo ispirava. «Perché di questo mondo non mi ispira niente, non mi piace niente».
La vita di Gino Paoli accadeva a Genova, all’inizio degli anni Sessanta, in una città che allora era soprattutto un porto, persa tra navi che arrivavano e partivano, marinai, bar aperti fino a tardi e vicoli stretti di cui si faceva fatica a intravedere la fine. Non il posto classico in cui ci si aspetterebbe di trovare una rivoluzione musicale. E invece fu proprio lì che nacque e si sviluppò una generazione di musicisti destinati a cambiare per sempre la storia della canzone italiana. Gente come Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, un gruppo di ragazzi che la sera si ritrovavano nei bar a parlare di musica americana, di jazz e di letteratura francese. All’epoca non esiste ancora un termine per definirli, la parola “cantautore” arriverà dopo. In quel gruppo di maudits genovesi Gino Paoli è forse il più difficile da incasellare. Non ha il cinismo poetico di De Andrè né la disperazione di Tenco. È più ermetico, più irregolare.
Quando nel 1960 compone “Il cielo in una stanza”, la leggenda narra che lo faccia semplicemente guardando il soffitto viola di una casa di appuntamenti nel centro di Genova. All’inizio la canta lui, quasi sottovoce, come se fosse più una confidenza che una canzone, ma quando il brano finisce nelle mani di Mina succede qualcosa di raro: la canzone smette di appartenere al suo autore e diventa immediatamente di tutti. È quello il momento in cui il pezzo diventa un successo enorme perché Mina la porta nelle radio, nei juke-box, nei locali. E sarà così anche per molti altri suoi successi. “Sapore di sale” per esempio, Paoli, dirà di averla scritta in meno di mezz’ora. L’immagine è quella di una scena che sembra tratta da un film: il mare della Versilia, l’estate, una ragazza che esce dall’acqua e ancora bagnata «si viene a sdraiare». Una melodia che arriva quasi per caso e immediatamente diventa una delle canzoni più riconoscibili della musica italiana a livello mondiale.
Le canzoni come panorami
Non è un episodio isolato. Nel tempo in sequenza tra gli altri arrivano anche: “Senza fine” (scritta per Vanoni), “La gatta”, “Una lunga storia d’amore” (tratta da un film erotico con la Sandrelli), “Quattro amici”. Canzoni apparentemente semplici che però diventano impossibili da dimenticare. È la stessa logica che si vede nei grandi autori pop: poche parole, pochi accordi e una sensazione che rimane addosso per anni. Sensazioni simili a certi panorami che restano scolpiti nella memoria, come quelli che ad esempio si possono scorgere dalle scogliere di Quinto da cui era affacciata la sua casa, con Genova alle spalle e il mare di fronte.
Il punto è che Gino Paoli non è stato solo un autore di canzoni, è stato fin dall’inizio un personaggio pubblico, uno di quelli capaci di attraversare epoche diverse senza davvero mai cambiare. E così succede che te lo ritrovi ovunque. Sul palco del Festival di Sanremo, dove le sue canzoni continuano a tornare come standard di un repertorio ormai condiviso. In Parlamento, quando tra il 1987 e il 1992 entra tra gli indipendenti di sinistra nelle liste del PCI. Oppure ancora alla guida della SIAE, quasi a chiudere simbolicamente il cerchio della sua carriera. «Mi stavo seriamente spendendo per difendere i diritti dei musicisti quando ecco che mi denunciano per evasione fiscale. Si trattò di una bolla di sapone, di un’accusa infondata come fu dimostrato, ma intanto la frittata era fatta», dichiarò in seguito commentando l’accaduto.
Nel frattempo le canzoni continuano a muoversi, passano da una voce ad un’altra, cambiano genere, circolano da sole, suonate dai jazzisti, dai cantautori più giovani, finiscono nelle colonne sonore, nei programmi televisivi, nei concerti. È la sorte che tocca ai brani che escono dalle biografie di chi li ha scritti. Forse è anche per questo che basta sentire una nota di “Il cielo in una stanza” o di “Sapore di sale” per ritrovarsi immediatamente da un’altra parte. Non importa dove: una spiaggia, una macchina in autostrada, un luogo qualunque.
Oppure, ogni tanto, una discoteca alle due di notte. E per qualche minuto succede ancora la stessa cosa. La stanza cambia forma.
Il progetto Avventure in primo piano mette assieme cinema documentaristico e viaggio “vero”: ogni regista scelto partirà per una meta diversa, che poi dovrà raccontare in un documentario.
Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Era già successo con Killers of the Flower Moon, adesso la storia si ripete con il nuovo film di Scorsese, What Happens at Night. Sempre su richiesta (insistente) di Leo.
