Niente smart glasses in parchi, spiagge, musei, centri commerciali, scuole, asili, strutture sanitarie, palestre ed eventi pubblici, così ha deciso il governo norvegese.
Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione è un classico della filosofia della scienza. Il suo autore, Alexandre Koyrè, pone l’attenzione sul momento di passaggio da una visione qualitativa a una quantitativa del mondo. È la scienza moderna, naturalmente, a segnare il cambiamento, una nuova visione del mondo. Impossibile passare da un mondo a un universo senza che la struttura filosofica e teoretica attraverso cui guardiamo il reale non cambi. Giocando con questo titolo, si potrebbe tradurre così: dal mondo dell’errore all’universo della precisione. Una formula poetica, quasi: una tensione che tratteggia il tempo presente. Ma anche una formula psico-sociolinguistica, almeno in relazione al Vecchio Continente. Perché l’Europa parla Eurish, crasi colloquiale e giocosa per indicare l’Euro English, la lingua franca anglofona tipica degli stati continentali.
Dove l’inglese è per tutti la seconda lingua, serve a lavorare, studiare, comunicare, divertirsi, stringere amicizie e relazioni amorose. Una lingua, a guardarla con le lenti del British English, imperfetta, che trasforma l’inglese da quando gli europei possono viaggiare e lavorare in tutti gli stati dell’Unione senza barriere né passaporti da esibire. Una lingua che si è lasciata influenzare dalle costruzioni semantiche delle lingue madri di ogni parlante, che ha accolto terminologie economiche, finanziarie e legali nate tra le stanze del Parlamento Europeo, ma anche della vita quotidiana di chi tutti i giorni la parla ma è cresciuto e vive immerso in altri universi linguistici…
I versi che Paolo Conte cantava in Blue Haway, «Tu parlavi difficile, come fa l’Europa quando piove» non possono che risuonare nella mente, insieme alla domanda se stia nascendo una lingua nuova. Di sicuro, stiamo uscendo dal mondo dell’errore, quello cioè di un inglese giudicato inadeguato dai canoni britannici, per constatare la nascita di una libertà espressiva intermedia, viva e comprensibile da tutti, dentro e fuori dal vecchio continente. L’Euro English non sta né nel mondo dell’errore né nell’universo della precisione. Quest’ultimo forse ha a che fare con il Globish, l’inglese internazionale, standard, magari un po’ freddo, ma corretto, esatto. Allora, in questo nuovo paradigma, l’inglese britannico e statunitense non sono altro che varianti linguistiche geolocalizzate, tipiche, cioè, di una particolare realtà geografica.
Già, la geografia. Costringe a fare dei passi indietro, nel tempo in cui la colonizzazione imponeva la lingua dei dominatori. Il linguista Braj Kachru ha proposto una visione rivoluzionaria sulla diffusione dell’inglese nel mondo. Era il 1985 e già allora Kachru spiegava l’inesistenza di un inglese “perfetto” o “legittimo”, mettendo in luce piuttosto l’esistenza di una serie di inglesi (al plurale), storicamente e socialmente radicati. La sua teoria dei cerchi concentrici pone al centro la lingua parlata in Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda: è il luogo simbolico del prestigio linguistico tradizionale. Nel cerchio immediatamente successivo, Kachru colloca India, Nigeria, Pakistan, Singapore e Kenya: i territori coloniali dove l’inglese si è istituzionalizzato e ha sviluppato norme proprie, rispondenti a varietà linguistiche autonome.
Nel legittimare questi inglesi, Kachru fa una dichiarazione dirompente: l’inglese che si è sviluppato in quei territori non è “sbagliato”. Il terzo cerchio, poi, si occupa dell’inglese in espansione, fatto di geografie in cui è una seconda lingua, il cui utilizzo è in crescita, ma dipende da norme esterne. La sua legittimità però non è subordinata all’idea che solo l’inglese nativo sia corretto e quello appreso possa raggiungere tale status solo se imita perfettamente il primo. Come l’Euro English. «Questo termine, utilizzato per descrivere l’evoluzione della lingua inglese in Europa, presenta due aspetti distinti», spiega Marko Modiano, professore di inglese all’Università di Gävle, in Svezia, e tra i maggiori studiosi del fenomeno, «Il primo riguarda l’uso della terminologia relativa al funzionamento interno dell’Unione Europea, in cui si riscontra un ampio ricorso a gerghi e espressioni tecniche di carattere piuttosto specialistico. Questo fenomeno viene talvolta definito “Euro-Speak”.
Un altro modo di definire il termine è come designazione descrittiva del modo in cui molti europei continentali parlano oggi l’inglese. Ciò include nuovi termini e differenze nella pronuncia, perché i parlanti presentano caratteristiche dell’inglese standard (americano e britannico) ma anche influenze della loro lingua madre. Chi parla l’euro-inglese spesso non suona come un madrelingua e non ha bisogno di farlo. Al contrario, è un parlante competente della lingua franca. L’inglese è una seconda lingua e chi lo parla non cerca di imitare i madrelingua. Di conseguenza, non si impara e usa l’inglese come se fosse una lingua straniera. L’Euro-inglese, inteso come concettualizzazione del modo in cui l’inglese può essere utilizzato in Europa, segue lo stesso ragionamento alla base del riconoscimento di qualsiasi varietà parlata da non madrelingua, come l’inglese indiano o l’inglese nigeriano».
Cosa si intende esattamente per lingua franca? «Il termine lingua franca è usato per descrivere il modo in cui una lingua funziona nelle società multilingue. Quando le persone non condividono una lingua madre, o non possiedono competenze in un’altra lingua che faciliti la comunicazione, ricorrono alla lingua comune universale della loro comunità. Il termine «lingua franca» non si riferisce alla forma o alla grammatica della lingua, bensì al ruolo che essa svolge nelle comunità in cui è comune che le persone abbiano lingue madri diverse», risponde Modiano. Un film di dieci anni fa, Victoria, del regista Sebastian Schipper, mette in scena questa realtà in un unico piano sequenza realizzato tra le 4.30 e le 7 del mattino per le strade di Berlino. La protagonista è spagnola, non conosce bene il tedesco e parla con gli altri personaggi in inglese. Anzi, in Euro-inglese.
Quella lingua viene rappresentata come imperfetta, funzionale, utile a capirsi ma senza segnare un’appartenenza. Il pianeta delle lingue franche mette in discussione anche il concetto di identità. Potremmo sostituire questa parola, scivolosa verso nazionalismi e suprematismi, con partecipazione? La proposta affermativa è della storica Anna Foa che ne ha parlato in una recente intervista sul suo ultimo libro. Ma se si prova ad applicarla all’Euro English, calza piuttosto bene: è la lingua che consente a tutti di partecipare. E non è un caso che si sia sviluppata in maniera sempre più forte da quando, causa Brexit, il Regno Unito è uscito dall’UE. Nelle parole di Modiano: «La Brexit ha influito sull’evoluzione dell’inglese perché ora, per la prima volta, l’UE ha una lingua franca che non vanta una vasta comunità di madrelingua. A parte gli irlandesi, se consideriamo solo l’Europa continentale, dove vive il 95 per cento della popolazione dell’UE, i madrelingua inglesi sono pochissimi.
Allo stesso tempo, quasi il 40 per cento degli europei continentali parla inglese e la percentuale è in crescita. Nessun’altra lingua si avvicina a queste cifre. Inoltre, a causa della Brexit, abbiamo un numero minore di cittadini britannici coinvolti negli affari dell’Unione Europea, una minore cooperazione nel settore imprenditoriale e un calo degli scambi studenteschi. Di conseguenza, data la minore interazione con i britannici, si riduce la loro capacità di influenzare il modo in cui gli europei continentali insegnano, imparano e utilizzano l’inglese». Per il professore svedese gli standard richiesti dalle università agli studenti stranieri certificati attraverso l’IELTS (International English Language Testing System), non sono altro che strumenti «di promozione dell’inglese britannico. In quanto tale, questo sistema può essere visto come uno strumento di neocolonialismo, come un mezzo per promuovere la sfera d’influenza britannica. Il concetto di Euro-English è esattamente l’opposto. Offre a chi non è madrelingua inglese l’opportunità di utilizzare la lingua inglese padroneggiandola appieno in quanto lingua franca».
Antonio Taglialatela, professore associato di inglese all’Università della Basilicata, concorda nel considerare ancora fortemente anglocentrico il sistema educativo e didattico, ma va oltre: «Le ricerche degli ultimi anni si sono spostate gradualmente verso il concetto di “super-diversity”», spiega, «un termine introdotto dall’antropologo Steven Vertovec con cui non si indica semplicemente un “aumento” della diversità linguistica e culturale, ma una trasformazione qualitativa del tessuto sociale. L’ibridazione tra popoli dovuta ai continui flussi migratori anche extra-europei, porta in Europa varietà di inglese già “indigenizzate”, come l’Indian English o il Nigerian English. L’Euro-English non è più solo influenzato dalle lingue materne europee, ma sta diventando un “crogiolo” dove pronuncia, lessico, sintassi e semantica si semplificano per accogliere parlanti con background linguistici radicalmente diversi. Contrariamente all’influenza spontanea dei migranti, esiste anche un condizionamento istituzionale. I documenti dell’UE, come il New Pact on Migration and Asylum del 2024, propongono un lessico tecnico che sta diventando la norma nell’Euro-English.
Termini come returnee, third-country national, readmission agreement sono costrutti legali che filtrano nel linguaggio quotidiano di giornalisti, accademici e cittadini, standardizzando un modo “europeo” di parlare di migrazione, che conduce quasi a un paradosso, quello della “disenfranchisement”, l’emarginazione linguistica. Alcuni studi sottolineano che se da un lato l’Euro-English si evolve grazie ai flussi migratori, dall’altro, la sua crescente tecnicizzazione burocratica può creare una barriera linguistica e, di conseguenza, una gerarchia tra chi lo parla, funzionari o migranti», conclude Taglialatela. Una questione di identità, ancora una volta. Come si dice in Euro English “decolonizzare”?
