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A Oxford sta per aprire la prima libreria che vende esclusivamente romantasy Si chiama Bad Girl Books e l'ha aperta Starlin Marot, che prima di diventare libraia faceva la tiktoker. La booktoker, per la precisione. Di romantasy, ovviamente.
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.

C’è un problema di datazione con alcune opere di Damien Hirst

20 Marzo 2024

Lo ha scoperto il Guardian: tre famose opere di Damien Hirst non sarebbero state realizzate negli anni Novanta – come si era sempre letto in tutte le descrizioni che hanno accompagnato queste opere nelle esposizioni di mezzo mondo – ma nel 2017. Le opere in questione sono “Cain and Abel”, “Dove” e “Myth Explored, Explained, Exploded”, rispettivamente i cadaveri di una coppia di vitelli, una colomba e uno squalo conservati per mezzo della formaldeide ed esposti come sculture. Tutte e tre le opere sono state realizzate nello studio di Hirst a Dudbridge, nel Gloucestershire, in Inghilterra, ed esposte per la prima prima volta nello stesso anno a Hong Kong, nella galleria Gagosian, come parte di una mostra – Visual Candy and Natural History – che raccoglieva lavori dell’artista mai visti prima e realizzati tutti «tra l’inizio e la metà degli anni Novanta». Come racconta anche Craig Simpson sul Telegraph, nelle descrizioni allegate alle sculture si leggeva che erano state realizzate nel 1993 (“Myth Explored, Explained, Exploded”), nel 1994 (“Cain and Abel”) e nel 1999 (“Dove”).

Nell’articolo del Guardian si legge che non esiste nessuna menzione di queste opere prima del 2017, nemmeno come progetti in corso o idee possibili. Fonti definite nell’articolo come «familiar with all three works» hanno confermato che, contrariamente a quanto suggerito dalle informazioni fin qui fornite da Hirst, tutte e tre le sculture erano state realizzate da meno di un anno quando sono state esposte per la prima volta a Hong Kong. Interpellati sulla vicenda, gli avvocati di Hirst hanno spiegato che le sculture sono opere concettuali la cui data d’attribuzione è da intendersi in senso altrettanto concettuale, pare. Il 1993, 1994 e 1999 non sarebbe dunque gli anni in cui le sculture sono state realizzate ma quelli in cui sono state “pensate”. Gli anni subito successivi alla realizzazione della prima versione dello squalo in formaldeide, “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living”, datata (per davvero) 1991. Secondo Science Ltd, lo studio di Hirst, l’artista è sempre stato molto chiaro da questo punto di vista: secondo lui, nell’arte concettuale non è importante l’anno in cui un’opera diventa un oggetto ma quello in cui nasce come idea. Questo, come si osserva nell’articolo del Guardian, nonostante nel mondo dell’arte viga la convenzione universalmente accettata di accompagnare l’opera con l’anno in cui è stata realizzata e non ideata.

Ci sono poi altri dettagli che rendono la spiegazione dello studio e degli avvocati di Hirst tutt’altro che convincente. All’epoca della prima esposizione a Hong Kong, infatti, l’artista aveva sottolineato in un’intervista al South China Morning Post che le tre sculture gli piacevano «di più adesso rispetto a quando le ho realizzate» (non che le opinioni non possano cambiare nel giro di qualche mese, figuriamoci). In più, nello stesso pezzo si raccontava come queste sculture avessero su di loro dei segni che ne dimostravano chiaramente l’età non più giovanissima. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la “vecchiaia” delle opere sarebbe frutto di un apposito lavoro dello studio di Hirst, sempre negato dall’artista, però, che ha smentito questa versione dei fatti in cui ai suoi collaboratori veniva impartito l’ordine di invecchiare artificialmente le opere.

https://www.instagram.com/tv/CJN3kgFgCIi/

Ci sono poi altre dichiarazioni fatte da Hirst in passato che complicano ulteriormente la vicenda. Nella prima esposizione, quella a Hong Kong, l’artista era presente e spiegava al pubblico che l’idea per la statua dello squalo gli era venuta nel 1993 e che per un po’ di tempo, però, aveva rimandato l’inizio dei lavori. Precisando subito dopo, tuttavia, che alla fine l’aveva realizzata nello stesso periodo in cui stava lavorando a “Mother and Child Divided”, presentata alla Biennale di Venezia nel 1993. In un post Instagram, poi, Hirst ha raccontato che “Myth Explored, Explained, Exploded” appartiene a una serie di opere completate nel XX secolo, prima del 2000. Di nuovo interpellati sulla questione dal Guardian, gli avvocati di Hirst hanno ribadito che l’artista ha l’abitudine di datare le sue “sculture di formaldeide” seguendo l’anno in cui ha avuto l’idea e non quello in cui ha completato il lavoro. Resta però il fatto che altre opere di Hirst seguono un altro metodo di datazione, quello universalmente accettato. Secondo gli avvocati, in sostanza Hirst decide di volta in volta come datare le sue opere, certe volte seguendo un metodo e certe volte l’altro. «Agli artisti spetta il diritto di essere incoerenti nelle pratiche di datazione dei loro lavori», spiegano gli avvocati. E, dicono, in ogni caso Hirst non aveva certo intenzione di ingannare nessuno. Sicuramente non i collezionisti che quelle sculture le hanno comprate credendole opere degli anni Novanta. Realizzate negli anni Novanta, per la precisione.

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