Ernest Thesiger era un’attore teatrale britannico di tradizione shakespeariana, di quelli la cui presenza incuteva un certo timore reverenziale (e infatti poi al cinema si affermerà soprattutto tramite l’horror, come quando interpretò il dottor Pretorius ne La moglie di Frankestein di James Whale del 1935). Tra una tournée de L’Amleto e l’altra, le macchine fotografiche lo hanno ritratto nel backstage, intento a ricamare, cosa che continuò a fare anche dopo la prima guerra mondiale, proponendo al ministero delle Pensioni britanniche di istituire un laboratorio di ricamo, per fornire formazione e lavoro agli ex combattenti disabili. Flash forward al 2021 delle Olimpiadi di Tokyo: il tuffatore inglese Tom Daley, seduto sulle gradinate in attesa del suo turno, con la mascherina d’ordinanza, lavora a maglia.
Nonostante quasi un secolo sia intercorso tra questi avvenimenti, in entrambi i casi la stampa si è dimostrata molto meno che progressista, con dileggi e illazioni rispetto all’orientamento sessuale di quegli uomini che altrimenti, secondo le loro implicazioni, mai avrebbero potuto trovare conforto, piacere o pace in un’attività come quella di ago e filo (dimenticandosi allegramente che da secoli i pescatori si dedicano quotidianamente a riparare reti, sostanzialmente cucendo, senza per questo esser tacciati di una mancata mascolinità). Si tratta di uno dei tanti aneddoti che Domitilla Dardi racconta nel suo libro Cucire Universi – Perché le arti minori e femminili non esistono, edito da Einaudi. Il titolo del tomo è abbastanza esplicativo rispetto al suo obiettivo, ma stupisce che a scriverlo non sia una storica di moda, quanto una curatrice di design, co-fondatrice di EDIT Napoli e incaricata dal 2007 al 2023 di occuparsi dell’area del design al MAXXI di Roma. E proprio di qui partiamo per intervistarla.
ⓢ Come mai una difesa così appassionata del mondo del cucito e della creazione degli abiti arriva da una professionista che si occupa di design?
Forse perché chi viene dall’esterno rispetto a quegli universi ha uno sguardo vergine, meno condizionato. La ricerca che mi ha portato a scrivere questo libro è nata diversi anni fa sulla scia di piccole scoperte che hanno accesso la mia curiosità, e la mia esperienza è abbastanza dimostrativa rispetto a quello che racconto. Credo sostanzialmente che fare dei “salti di specie” disciplinare faccia bene ad ogni arte, penso ad esempio a quanto negli ultimi anni il design abbia beneficiato del contatto con scienze come l’antropologia o la biologia botanica, con autori come Stefano Mancuso. Cucire universi, come prescrive il titolo del libro, vuol dire anche spostarsi da una parte all’altra, per poi notare cose diverse rispetto a quelle che abbiamo sempre visto.
ⓢ E infatti nel libro citi moltissimi esempi e casi storici nei quali scienze come la matematica o lo stesso design siano stati ispirati all’arte della creazione di vestiti o accessori, per adottarne la metodologia nel loro campo. E allora perché persiste storicamente lo stereotipo che relega la moda a “arte minore”?
Credo che la ragione sia che ci viene insegnata, fino da quando siamo piccoli, una storia dell’arte fortemente impostata su delle ideologie culturali più che su fatti storici reali. Se vai invece a studiare ti rendi conto che fino a pochi decenni prima del Medioevo c’era una grande fluidità tra le arti, tra le quali ci si poteva muovere liberamente, senza pregiudizi. La rottura tra arti considerate maggiori e minori arriva nel Rinascimento, ed è una posizione storiografica. Le vite di Vasari (per esteso il titolo dell’opera è Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, e scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, opera di Giorgio Vasari del 1550, ndr) è proprio l’emblema di questo approccio, che rispondeva a un sistema politico (l’opera stessa è dedicata a Cosimo I de’Medici, ndr).
A rompere nella modernità con questa distinzione sono state le avanguardie storiche che hanno sperimentato tantissimo in termini di tecnica: basta pensare a Giacomo Balla. Nella sua casa di Roma abbiamo trovato un tesoro, per lui i vestiti erano sculture viventi, con le sue figlie Elica e Luce andava in giro per un quartiere grigio e ministeriale, e accendeva di colore il paesaggio. Per lui l’abito aveva una dimensione quasi paesaggistica, e sperimentava a 360°: tutta la sua casa era completamente rivestita di questa sorta di decorazione espansa che non conosceva limiti e andava oltre le cornici e le boiserie. Quello che ho cercato di sottolineare nel libro è che le tecniche, tutte le tecniche e gli strumenti, sono innocenti: è come noi ce ne appropriamo e le finalità a cui le destiniamo a essere frutto di uno specifico orientamento. Oggi, guardare le cose in questa luce mi sembra una restituzione dovuta e non meramente una questione di giustizia scientifica quanto di riscoperta delle potenzialità di tecniche che possono essere utilizzate anche in ambiti diversi da quelli che conosciamo.
ⓢ Quali sono le somiglianze, in questo senso, tra progetto di moda e progetto di design?
Entrambe progettano l’abitare, solo che nel caso della moda si tratta di un corpo che abita un vestito. Come cito nel libro, non è un caso che nel 1975 durante un seminario chiamato Progettarsi addosso, i partecipanti, che aderiscono al gruppo Cavart, vengono invitati a realizzare una camicia di carta, aderendo al motto “indosso un abito, indosserò un’abitazione, voglio indossare un progetto”. All’altro capo della creazione rispetto alla camicia, un elemento piano che tramite taglio e cucito diventa tridimensionale, c’è il sari, un piano continuo che avvolge tutto. Se guardiamo a questi due elementi con occhi non contaminati dal pregiudizio del retaggio culturale ci rendiamo subito conto che stiamo parlando delle due grandi famiglie dell’architettura. In questo senso dico che l’architettura ha molto da imparare dalla moda nel momento della progettazione. Sono tornata di recente dal mio primo viaggio in Giappone e uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpito è essermi resa conto di come il kimono è la vera architettura giapponese, più della casa o della villa imperiale perché è un micro habitat, che poi è anche quello che sosteneva Nanni Strada con Il Manto e la pelle ( abiti politubolari con i quali vinse nel 1979 il Compasso d’oro, trattando la moda come disciplina progettuale, ndr).
ⓢ Il dato che metti in nuce però, quello delle arti femminili considerate minori, non ha solo radici storiche e politiche, ma persino religiose…
Certo, ne L’uomo artigiano del sociologo Richard Sennett si spiega che a un certo punto le donne sono obbligate dalla Chiesa a usare ago e filo perché essendo la donna tentatrice per definizione, avere le mani libere poteva concederle di dedicarsi alla licenziosità. Assimilare solo il mondo del femminile al cucito ha cancellato un portato importantissimo, perché molti uomini di diverse culture non vedevano nulla di vergognoso nell’usare ago e filo non solo per le tele da pesca, ma anche per produrre berretti che potevano essere funzionali a un ricavo economico. Dall’altra parte c’è comunque una contro-discriminazione, forse il caso più eclatante è quello di Rosey Grier, simbolo di machismo in quanto campione di football americano poi divenuto guardia del corpo dei Kennedy. Protegge Ethel Kennedy quando Bob viene assassinato e diviene così un eroe nazionale: di conseguenza ci si interessa al suo mondo e alle sue passioni, tra le quali figura il punto croce, su cui scrive addirittura un libro, e racconta nell’introduzione di aver convinto i suoi compagni di poker – altra pratica considerata testosteronica – a fare degli intervalli durante le partite insegnando loro il punto croce, come forma psicosociale e terapeutica di condivisione. Oggi siamo grandi abbastanza per superare le questioni di genere e renderci conto che queste tecniche possono essere in ogni senso trasformative.
Un altro stereotipo da sconfessare: quello che essendo pratiche femminili e quindi “minori” non siano qualificabili come vere e proprie scienze…
La matematica Diana Taimina ha dimostrato per prima l’esistenza fisica, e non solo teorica, del piano iperbolico, attraverso l’uncinetto, per dirne una. Nessuno dei suoi colleghi maschi ci era riuscito. E il punto è forse tutto qui: nell’avere l’intelligenza di mettere a sistema campi apparentemente lontani per risolvere problemi, senza pregiudizi.
ⓢ Questo libro è una novità e anche una rarità in un mercato editoriale come quello italiano, dove nonostante la prominenza della moda, di studi teorici sull’argomento, ma anche saggi, se ne scrivono pochi. Perché succede secondo te?
Si tratta di una domanda che mi sono posta anche io, perché quando ho studiato per scrivere il libro mi sono trovata con molti testi di area anglosassone. La risposta che mi sono data è che c’è un problema di formazione. Al di là di chi si iscrive ad accademie di moda per avere uno sbocco pratico, questa parte teorica potrebbe essere coltivata nelle facoltà di lettere, storia dell’arte, filosofia, antropologia e via dicendo. Ma si tratta di istituzioni completamente imbrigliate in un sistema pregiudizievole, che vive ancora di quella discriminazione tra arti maggiori e minori. Quindi o si conta sulle eccezioni, come anche Maria Luisa Frisa (storica della moda che ha da poco pubblicato sempre per Einaudi Il corpo alla moda, ndr) oppure diventa difficile. Noi comunque continuiamo a seminare, sperando che le prossime generazioni riescano nel traguardo che noi abbiamo mancato. Finalmente senza pregiudizi.
