Sembrava essere il prete che la Chiesa aspettava. Ma il suo travaglio, le sue controverse uscite pubbliche e la decisione di abbandonare l'abito lo hanno trasformato nell'ennesimo creator.
«Il vostro batter d’ali a Losanna fermerà il volo di milioni di farfalle». Una giovane donna – sola – a fine marzo reggeva un cartello davanti alla Casa Olimpica di Losanna. Ben descriveva il simulacro di una illusione, quella che l’odio di cui è oggetto la comunità trans esista “nonostante”, in una sorta di principio di indeterminazione in cui dietro a pochi attori dalle cattive intenzioni ci sia una maggioranza che crede in buona fede di esser nel giusto, di proteggere le donne, inconsapevole delle conseguenze di politiche feroci, spietate. All’interno – nel quartier generale del Comitato Olimpico – si sanciva quel giorno l’esclusione delle atlete trans dalle olimpiadi.
Nel 2015 i matrimoni tra persone dello stesso sesso divennero una realtà negli Stati Uniti, J.K. Rowling scriveva ancora libri per bambini. Non aveva ancora investito centinaia di migliaia di sterline al fine ridurre gli spazi di esitenza delle donne trans. Il mondo sembrava aver imboccato molte buone strade dal punto di vista dei diritti individuali e quando Steve Bannon decise che il prossimo obiettivo del Partito Repubblicano e della destra sarebbe stata la comunità trans nessuno pensò davvero si sarebbe potuti tornare tanto indietro e tanto in fretta.
La decisione più inaspettata
In questa corsa a ritroso, la decisione del CIO è forse la più inaspettata. Non riguarda i diritti delle donne, gli spazi delle donne, i record, le medaglie. In gioco c’è il diritto a esistere della popolazione trans, ormai così spesso negato che si confidava nello sport come uno dei pochi ambiti in cui essere ancora accettati e accettate. Uno status garantito dal fatto che il Comitato Olimpico è – era? – l’indiscussa autorità scientifica in materia. Quando nel marzo 2026 si è annunciato che gli atleti trans sarebbero stati esclusi dalla categoria femminile ai giochi olimpici di Los Angeles 2028, non è cambiata solo la vita delle uniche tre atlete trans d’élite attualmente in attività, è cambiata l’esistenza di decine di migliaia di persone, soprattutto giovani uomini e giovani donne.
Le olimpiadi non esistono in un vuoto, non appaiono ogni quattro anni per poche settimane per poi svanire fino all’edizione successiva. Le olimpiadi determinano l’attività non solo agonistica di migliaia di sportivi, anche e soprattutto dei tantissimi che il sogno olimpico non arriveranno ad accarezzarlo mai. Il CIO garantisce l’esistenza di fondi per le associazioni e per le federazioni sportive, sostiene i programmi scolastici di intere nazioni, le olimpiadi sono una fabbrica di sogni, ma anche di contanti, di sponsor, di visibilità. Un divieto tanto categorico ha dato il via libera, in nemmeno un mese, ad alcune delle leggi più bigotte, retrograde, punitive che si possano immaginare. Ad aprile negli Stati Uniti quattordici amministrazioni statali hanno bloccato i fondi a qualsiasi istituzione non escludesse immediatamente gli atleti e le atlete trans dalle attività sportive. Un provvedimento che colpisce programmi dove spesso lo sport non è nemmeno differenziato per genere. Nessun sopruso è stato sanato, sono solo state sconvolte le vite di centinaia di adolescenti, così come quella delle loro famiglie.
Per applicare la nuova norma allo sport d’élite il Comitato Olimpico Internazionale ha imposto un test genetico obbligatorio – una ricerca del gene SRY, indicatore della presenza del cromosoma Y. Per chi ha seguito la tormentata storia tra il movimento olimpico e i test per la determinazione del sesso, la sensazione è quella di un déjà-vu – anche se questa volta il copione si ammanta di linguaggio pseudo-scientifico. Va assai peggio nello sport amatoriale, nelle scuole, nelle palestre, dove i test genetici si traducono in «ispezione genitale obbligatoria».
Le critiche scientifiche e umane
Non a caso le prime reazioni critiche – durissime – non sono arrivate dal mondo dello sport ma dalle organizzazioni per i diritti umani. La professoressa Paula Gerber della Monash University – Australia – la definisce senza mezzi termini «una risposta brutale e discriminatoria, senza fondamento scientifico. Viola il diritto internazionale e i diritti umani. Il test genetico obbligatorio e i rigidi criteri biologici come condizione per partecipare alla categoria femminile violano diritti umani fondamentali e universali, incluso il diritto all’uguaglianza, alla non discriminazione, alla dignità, alla privacy e all’autonomia corporea», ci ha detto. «Le definizioni binarie del sesso rafforzano stereotipi dannosi e erodono i progressi verso una sostanziale uguaglianza di genere. Qualsiasi test sugli atleti deve essere individualizzato e basato sull’evidenza, non arbitrario o degradante».
Nikki Dryden, avvocata per i diritti umani ed ex nuotatrice olimpica canadese, conferma come le ripercussioni vadano ben oltre la comunità LGBTQAI e gli sport d’élite. «Non si tratta solo di atleti trans o intersex. Riguarda ogni ragazza che oggi pratica sport», dice «può giustificare prassi come un test genetico o ispezioni genitali all’atto dell’iscrizione a scuola di tua figlia. Peggio ancora, crea una cultura in cui qualcuno – un allenatore, un dirigente, o persino un altro genitore – si possa sentire autorizzato a mettere in discussione se tua figlia “sembri abbastanza donna”. Questo non è proteggere lo sport femminile. Questo è controllare i corpi delle ragazze. E quando lo sport inizia a decidere quali donne sono ‘accettabili’, nessuna donna o ragazza è veramente al sicuro».
Dryden aggiunge che il test è «illegale in molti paesi, in Australia confligge con il Sex Discrimination Act e con gli obblighi di tutela dei minori. Muoversi verso regole escludenti e invasive non solo è inutile, ma è un passo indietro di oltre 25 anni che espone atleti e organizzazioni a seri rischi legali e di integrità». Peggio va dove non ci sono tante tutele in essere, peggio andrà laddove negli Stati Uniti i legislatori sono impegnati in una corsa ad approvare sempre più leggi che hanno come obiettivo quello di cancellare non solo atleti ed atlete, ma l’intera popolazione trans dall’esistenza in vita. La nuova dottrina del CIO è un ritorno a un’epoca in cui i corpi delle donne venivano ispezionati, misurati e giudicati. È un ritorno alle “sfilate in nudità”, ai risultati dei test trapelati, alle umiliazioni pubbliche. Evoca ricordi dolorosi. Una pratica che ha una lunga e vergognosa storia – e che non ha mai avuto lieto fine.
Il problema con i test
I test per determinare il sesso iniziarono a metà del XX secolo, spinti dal sospetto che atleti maschi potessero fingersi donne per ottenere un vantaggio competitivo. Erano grossolani e umilianti. Le atlete che gareggiavano a livello internazionale nell’atletica furono sottoposte a vere e proprie sfilate collettive, ispezioni genitali obbligatorie, spesso condotte senza spiegazioni né consenso. I funzionari esaminavano i corpi delle atlete alla ricerca di segni di mascolinità. Il trauma di quelle esperienze persiste ancora decenni dopo. Alla fine degli anni Sessanta, le sfilate furono sostituite dai test cromosomici, presentati come alternativa “più scientifica”. Ma i risultati non furono meno devastanti.
Millenovecentosessantasette. Ewa Klobukowska, sprinter polacca. Tre ori alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 e svariati record. Viene sottoposta a un test cromosomico e dichiarata “maschio”. Le furono tolte le medaglie, fu bandita dalle competizioni e umiliata pubblicamente. L’anno dopo diede alla luce un figlio. Oggi si ritiene che avesse mosaicismo genetico.
Millenovecentottantacinque. María José Martínez‑Patiño, ostacolista spagnola. Mentre si prepara a gareggiare alle Universiadi, viene convocata. Le dicono che un test cromosomico ha rivelato che aveva cromosomi XY. È costretta a ritirarsi dalla competizione. Il suo nome finì sui giornali spagnoli come atleta maschio. Perse amici, il fidanzato, il posto nella squadra nazionale.
Martínez‑Patiño ha la sindrome da insensibilità completa agli androgeni. Il suo corpo non risponde al testosterone. Non traeva alcun vantaggio dai suoi cromosomi XY, ma al test non importava. Fu cancellata dallo sport che amava.
Da allora – anche su pressione dell’allora presidente, lo spagnolo Juan Antonio Samaranch – il CIO divenne la prima autorità negli studi per la determinazione e la differenziazione del sesso. Non solo nello sport.
Il CIO abbandonò i test cromosomici obbligatori nel 1999, riconoscendo che tali test erano scientificamente discutibili ed eticamente inaccettabili. Per un po’ sembrò che potesse prevalere un approccio più umano e basato sull’evidenza. Nel 2003 il via libera alle atlete trans. Celebrato come indice di progresso dagli stessi governi e dalle stesse testate che ora giubilano per l’inversione di tendenza. Altre voci – più autorevoli di chi è impegnato in una campagna tutta politica – si sono levate. Scienziati, avvocati per i diritti umani, ex olimpionici. La Ministra dello Sport francese, Marina Ferrari, ha definito la decisione un passo indietro. Ha ricordato che i test genetici erano stati abbandonati dal CIO nel 1999 «a causa di forti riserve nella comunità scientifica sulla loro rilevanza». La nuova politica – sostiene – «solleva grandi preoccupazioni, poiché prende di mira specificamente le donne introducendo una distinzione che mina il principio di uguaglianza».
È un po’ più complicato di così
La Ministra spagnola dello Sport, Milagros Tolón, ha espresso una posizione analoga, sostenendo i diritti degli atleti trans e chiedendo un approccio più sfumato. «Come ministra dello Sport, per me la cosa più importante è l’uguaglianza, non solo dal punto di vista dell’inclusione, ma anche, naturalmente, tra uomini e donne, e anche in questo caso delle persone trans che praticano sport».
Per capire l’ingiustizia della svolta bisogna tornare al novembre 2021. Fu allora che il CIO pubblicò il “Quadro per l’equità, l’inclusione e la non discriminazione sulla base dell’identità di genere e delle variazioni del sesso”. Era il frutto di anni di consultazioni con scienziati, atleti ed esperti di diritti umani. Intendeva allontanarsi dall’approccio brutale delle soglie di testosterone – dal 2015 era stato il criterio di eleggibilità dominante – per abbracciare un approccio più individualizzato e basato sull’evidenza. Al centro del quadro c’era un insieme di dieci principi. Tra questi spiccava il quinto. «Nessuna presunzione di vantaggio prestazionale».
Affermava, senza ambiguità, che non ci dovesse essere un’assunzione automatica che determinati tratti fisiologici – inclusi i livelli di testosterone circolante – conferiscano un vantaggio competitivo. Chiedeva valutazioni caso per caso, fondate su solide evidenze scientifiche. Il quadro sottolineava che la prestazione atletica è multifattoriale, plasmata non solo dalla biologia ma anche dall’allenamento, dalla tecnica, dalla strategia e dalla resilienza mentale.
Il quadro fu accolto come un passo progressista. Rifletteva il crescente consenso scientifico secondo cui sesso e genere sono complessi e che approcci binari e semplicistici all’eleggibilità sono siano ingiusti e antiscientifici. Una revisione critica pubblicata nel 2026 sulla rivista Frontiers in Sports and Active Living – pochi mesi prima del nuovo bando del CIO – prese di mira proprio quel principio. Un team internazionale di fisiologi dell’esercizio ed endocrinologi, sosteneva che l’approccio “Nessuna presunzione di vantaggio” contraddiceva “un ampio corpo di evidenze scientifiche”. La revisione riconosceva però anche la complessità della questione. Proponeva un nuovo quadro di valutazione multilivello che integrasse dati in tempo reale da sensori e profilazione molecolare – un approccio ben più sofisticato del bando generalizzato che il CIO ha infine adottato.
Il CIO ha abbandonato l’intero quadro normativo. L’odierna dottrina non cita i principi del 2021. Non menziona la “Nessuna presunzione di vantaggio”. Sostituisce la valutazione individualizzata con un test genetico universale. Quarant’anni di studi, esperienza, know-how nel tritarifiuti. In favore di un test binario che la comunità scientifica ha rigettato un quarto di secolo fa. Perché il sesso biologico non è così “semplice”.
«La decisione del CIO ignora la complessità», scrive Sarah S. Richardson, professoressa di biologia e autrice di un libro di prossima pubblicazione, The Binary Delusion: How Biology Defies the Myth of Two Sexes. In un’analisi pubblicata su The Conversation, Richardson spiega che il test SRY non identificherà le atlete trans – che sono rarissime nello sport d’élite – ma distruggerà la vita di persone intersex che hanno sempre vissuto come donne. «Le persone intersex hanno una combinazione di caratteristiche biologiche tipicamente femminili e tipicamente maschili. Alcune variazioni intersex sono particolarmente rilevanti per la nuova dottrina».
C’è la sindrome da insensibilità agli androgeni. Donne con insensibilità completa agli androgeni che hanno cromosomi XY e producono testosterone. Il loro corpo non risponde a quell’ormone, non traggono alcun vantaggio atletico dal loro testosterone e i loro genitali esterni sono tipicamente femminili.
C’è il deficit di 5‑alfa‑reduttasi. Le persone con questa condizione producono testosterone ma non riescono a convertirlo in diidrotestosterone, un androgeno più potente. Spesso presentano genitali ambigui alla nascita e vengono frequentemente cresciute come donne. Risulteranno positive al test SRY – e squalificate.
C’è il mosaicismo genetico. Donne che hanno cellule con cromosomi Y e cellule senza. Questo può accadere quando le cellule fetali attraversano la placenta durante la gravidanza. Un’atleta che ha partorito – una donna, indiscutibilmente – potrebbe risultare positiva al test a causa delle cellule rimastele dal figlio.
Diritti umani e rigore scientifico
La nuova dottrina, conclude Richardson, «escluderà e attirerà attenzioni indesiderate su centinaia di donne. Nessuna di loro è una donna trans». E – in the process – fornirà la scusa per schedare, “catalogare”, discriminare potenzialmente milioni di minori in tutto il mondo in base a volte anche solo all’aspetto.
Se le atlete trans non stanno dominando lo sport femminile, perché questa urgenza? Perché un cambio di politica così radicale? Parliamo di atlete rarissime nello sport d’élite. Nessuna alle Olimpiadi di Parigi 2024. Nella storia dei Giochi Olimpici moderni, una sola donna transgender è nota per aver gareggiato: Laurel Hubbard, sollevatrice di pesi neozelandese. Partecipò ai Giochi di Tokyo 2021. Non vinse medaglie.
Nel 2024, davanti al Senato degli Stati Uniti, il presidente della NCAA dichiarò che su 510 mila atleti che gareggiano negli sport universitari statunitensi, era a conoscenza di meno di 10 atleti transgender – meno dello 0,002 per cento. «La rarità degli atleti transgender nelle competizioni d’élite suggerisce che la loro esclusione sia una soluzione in cerca di un problema», conclude Richardson. L’occhio “nudo” vede ciò che vuole vedere. L’occhio nudo vedeva Ewa Klobukowska come donna finché il test non disse il contrario. L’occhio nudo vede la pugile Imane Khelif come donna, a meno che non si cerchino motivi per vedere altro.
La scienza avrebbe dovuto liberarci dai limiti dell’occhio nudo. Avrebbe dovuto fornire obiettività, sfumature, comprensione. Invece il CIO ha impugnato la scienza come una mazza ferrata – uno strumento brutale di esclusione, travestito da camice bianco. Non deve essere per forza così. Il quadro del 2021 mostrava una strada diversa – una che dava priorità all’inclusione, alla valutazione individuale e al rispetto della dignità delle atlete. Quella visione è ancora possibile. Richiederebbe al CIO di rallentare, di resistere alle pressioni politiche, di investire nella ricerca, di sviluppare i quadri di valutazione multilivello che gli scienziati stanno proponendo. Richiederebbe il riconoscimento che la categoria femminile può essere protetta senza ricorrere a test invasivi ed esclusioni generalizzate. Richiederebbe al CIO di ricordare la propria storia – e di imparare da essa.
«Qualsiasi test sugli atleti deve essere individualizzato e basato sull’evidenza, non arbitrario o degradante», conclude Paula Gerber. Non è una richiesta radicale. È un principio basilare dei diritti umani e dell’integrità scientifica.
Sembrava essere il prete che la Chiesa aspettava. Ma il suo travaglio, le sue controverse uscite pubbliche e la decisione di abbandonare l'abito lo hanno trasformato nell'ennesimo creator.
Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
