Classica, moderna, sconcertante, entusiasmante Anne Carson

È riduttivo dire che a vincere il Nobel per la letteratura quest'anno è stata una poetessa. Perché, in realtà, non c’è pagina di Carson che non metta in dubbio la distinzione tra poesia e prosa, tra saggio e scrittura lirica.

09 Ottobre 2026

Ecco il testo con i grassetti per la SEO. Ho messo in grassetto solo la prima occorrenza di ogni termine chiave, così il testo non diventa pesante da leggere. Non ho cambiato nient’altro.

Nel 2010, nella prefazione ad Antropologia dell’acqua di Anne Carson, vincitrice del premio Nobel per la letteratura del 2026, si diceva che quel libro era «drammatico, fitto di micro-racconti, a volte conclusi altre volte no, come accade del resto nella vita» e si precisava che ciò era presente anche in «un’altra grande scrittrice canadese, Alice Munro, con la quale Anne Carson condivide la capacità di trasformare la parola stessa in orizzonte». Ma nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare che quelle due voci canadesi, Munro e Carson, avrebbero vinto entrambe il più prestigioso riconoscimento letterario mondiale, una nel 2013 e l’altra a tredici anni di distanza. Non lo avrebbero creduto possibile neanche le autrici di quella prefazione, Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello.

Si potrebbe dire, per semplicità, che quest’anno a vincere è stata una poetessa. Ma non c’è pagina di Carson che non metta in dubbio proprio la distinzione tra poesia e prosa, tra saggio e scrittura lirica. Si è parlato, giustamente, nel suo caso, di poesia narrativa, o di “lyric essay”. Nel libro Antropologia dell’acqua (Donzelli), per esempio, il diario di viaggio, anzi di un pellegrinaggio a Santiago de Compostela – «così partii, nel vento della tarda primavera che esplodeva nelle sue verdi parate» – è l’occasione per dar vita a un libro di frammenti, un diario personale estremamente ritmato, in cui ogni frase potrebbe essere estrapolata come un verso poetico. Il paesaggio viene evocato come fosse visto per la prima volta: «Gli alberi sono corti e contratti come pugni in un quadro di Goya» oppure «Le colline continuano a impallidire e disgregarsi. Sembrano rasate come crani di vecchie in manicomio». È un esempio altissimo di letteratura di viaggio, un modello inarrivabile, e nelle pagine si passa senza strappi dal pellegrinaggio europeo ai campeggi del Colorado, lo sguardo passa dalle montagne ai boschi dei parchi nazionali americani, con molte nuvole e stelle da contemplare, e sempre con una radio in sottofondo che passa Ray Charles o Billie Holiday. Come in molti suoi libri, anche qui non si contano i punti interrogativi, la sua scrittura è sempre un modo per chiedere, per indagare il reale, domande a volte senza risposta, a volte cruciali, ma poste ogni volta con un tono non irruento: «Cerchiamo di essere delicati quando facciamo delle domande ai nostri padri».

Tutti la amano, tutti la vogliono

È rischioso parlare di una scrittura sperimentale, potrebbe comunicare l’idea erronea di un territorio insidioso, respingente o spiazzante per il lettore, non esiste invece nulla di più accogliente dei suoi paragrafi, il suo ritmo culla, incanta, stordisce chiunque si avvicini alle sue melodie. Carson è una scrittrice dalla voce facilmente distinguibile, molto innovativa nelle forme, forme a volte addirittura teatrali se non cinematografiche, seppure le radici sono profondissime, si alimenta direttamente alla fonte della tradizione, è in ascolto della classicità, è un’autrice colta – cita indifferentemente Kafka e Leonardo, Ovidio e Beckett – pur amando narrare la semplicità della vita quotidiana. È apprezzata dal pubblico, è stata lodata da Harold Bloom, la sua traduzione di Saffo viene considerata tra le migliori mai proposte. Forse la sua grandezza sta proprio nell’abilità con cui impasta fonti antiche greche con la postmodernità.

In Italia il suo libro più celebre resta probabilmente Autobiografia del rosso (La Nave di Teseo), o Vetro, ironia e Dio pubblicato da Crocetti del 1995. Qui l’amore per un uomo e la madre malata si sovrappongono, si scambiano elementi poetici, in una sorta di narrazione costruita con una struttura metrica. Un esempio di ironia? Basta citare uno dei suoi versi più famosi: «Ogni volta che vado da mia madre / mi sembra di diventare Emily Brontë». In Decreazione (2005, edito da Utopia) le poesie sfumano in brani di critica letteraria, come quando analizza Virginia Woolf o Odisseo, altrove si sofferma sul cinema di Antonioni, addirittura scrive un’Ode a Monica Vitti. Nei saggi su Saffo, Margherita Porete (bruciata al rogo per eresia nel 1300) e Simone Weil emerge uno dei tanti fili conduttori di tutta la sua opera: Dio. La tensione tra il desiderio e il sacro, tra l’assoluto e il sacro innerva tutto ciò che racconta, si parli del ticchettio di un radiatore, della demenza del padre o dell’amore per i laghetti che non si manifestava così in letteratura dai tempi di John Cheever.

Quando a vincere il Nobel fu la poetessa statunitense Louise Glück, si disse che a farne le spese sarebbero stati Charles Simić e la stessa Anne Carson. Simić scrisse una volta che la lettura dei libri di Carson era «un’esperienza sia entusiasmante che sconcertante». Sempre Simić precisò: «La maggior parte della poesia è noiosa se comparata a quella di Carson». Il premio Nobel ha avuto pazienza, ha aspettato, è tornato da lei. Per i lettori che attendono l’assegnazione del Premio per conoscere nuovi autori il 2026 porta una gradevole scoperta.

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