Già durante il Conclave abbiamo visto come il cattolicesimo stia diventando un trend. Adesso assistiamo anche al successo del prete influencer, figura chiave nella diffusione del churchcore.
«Comunque Dio non ha fatto cose orribili? Il terremoto? Il cancro ai bambini?». Non avrei mai pensato di scrivere di una fenomenologia di Alberto Ravagnani, prete classe ’93 spretatosi dopo sette anni di sacerdozio, partendo da una domanda di teodicea, come se il mistero del male nel mondo fosse il mistero stesso di Dio. Anche perché in questi mesi dall’uscita de La scelta (edizioni SEM, 2026) ci siamo visti e ho avuto modo di intervistarlo. Eppure, tutte le volte, c’era sempre qualcosa che non tornava, un nodo che il suo libro-confessione non scioglie, né tantomeno lo fanno le dichiarazioni che non si stanca di ripetere in ogni podcast che riesce a intercettare. Quando la Iena Alessandro Sortino lo ha intervistato, però, chiedendogli se anche Hitler possa andare in Paradiso, se il male – ecco – sia una performance a punti nella contropartita che chiamiamo vita, Alberto ha risposto opponendovi un Dio primitivo, ancestrale, dispensatore di affanni, elargitore di benedizioni. Questa risposta, che mi ha tanto turbato, di certo non basterà a riassumere una vita al giro di boa, come la sua. Ma dice tanto di un ex prete in una società in cui alzare il tiro, suscitare il rage bait, riflettersi come in un quadro di Dorian Gray, diventa voce del verbo esistere.
L’it-priest
Cosa questo ex sacerdote è diventato non sta a me dirlo, lui stesso ci ha scritto un libro in salsa autobiografica. M’interessa piuttosto vedere come Alberto Ravagnani, morto prete e risorto gymbro a 33 anni, parli di sé stesso attraverso ciò che più non è. Il massimo, per il mondo dei media italiano che, coltivando con la Chiesa un rapporto di attrazione e repulsione ai limiti del freudiano, ha capito bene dove collocarlo: in un cassetto quel tanto di intimo che basta per essere aperto quando si ha voglia di parlare di chiesa e ministero come di un’experience border line, complice anche – qui va detto a onor di cronaca – la lunga lista di scandali e abusi di cui la Chiesa cattolica si macchia da tempo immemore, come ha di recente confermato una lunga inchiesta de El País. Alberto è ontologicamente il contenuto perfetto per chi vive nell’idea che il prete sia una maschera di Fleabag, un it-priest con sotto la talare qualcosa di ancora pruriginoso come ai tempi di Uccelli di rovo. Che noia quando si pensa che parlare con un prete di sesso sia la cosa più avanguardista del 2026!
Con Alberto Ravagnani valgono le regole del mito nei termini di quello che Alessandro Barbero raccontava, per esempio, di san Francesco e del suo Testamento (San Francesco, Laterza, 2025): «Francesco vuole presentare il suo Francesco, desidera che i frati lo ricordino così e non in un altro modo». Così lui vuole presentare la sua nuova versione come la vera scelta di vita, nella quale la vocazione che lo ha fatto uscire dal bozzolo non riesce a competere con la metamorfosi edonistica che lo ha trasformato da bruco di oratorio in Adone da palestra milanese. La scoperta del suo corpo, centimetro dopo centimetro, gli abiti che hanno perso il collarino così tanto rivendicato per restringersi in t-shirt da weightlifter, sono fasi di una trasformazione che Alberto ha trasformato in vocazione, giustapponendovi la chiamata a essere altro: un non prete brillante, alla ricerca di un posto di transizione perfetto per uno che dal catechismo è passato a mettere in dubbio tutti i dogmi che in questi sette anni ha condiviso prima su Facebook, poi su Instagram.
La fede come una performance
Il dubbio non è il problema, le storie dei santi mistici sono costellate di notti oscure. Ciò che stona è piuttosto il passaggio da una fase di dogmatismo a una di scetticismo senza il momento di rottura, quel silenzio consapevole che anticipa ogni resurrezione. Alberto Ravagnani oggi sostiene la sua verità di ex prete in un’istituzione piena di contraddizioni, e ha anche ragione. Il disagio di molti sacerdoti è il segno di questa Babele, come spiega il rapporto di Giorgio Ronzoni Ardere, non bruciarsi (Edizioni Messaggero, 2008) dove termini come «sindrome del letto in chiesa» e «burnout» sono la lingua parlata da tanti ministri a cui vengono chieste capacità e competenze che vanno ben al di là delle attività relazionali e di accompagnamento spirituale. Ma nel tentativo di dare risposte a processi complessi, appare lui stesso confuso, basta vedere l’intervista de Le Iene o di Giacomo Poretti. Come si è arrivati a un prete osannato nel 2020 da L’Osservatore Romano che nel 2026 parla dei preti con una veemenza per nulla presente nei suoi reel dello scorso dicembre? Dov’è l’uomo confuso che mette in discussione la sua intera vocazione nei video di fraternità dove parla di evangelizzazione e catechismo? Confesso che questo di Alberto mi mette a disagio: il suo modo di ridurre tutto, persino la vocazione, a una performance, la fede alla stregua di un prodotto che segue i suoi trend, e il prete il cosplayer di una religione dai finali aperti e insipidi, come il Caino di Borges, quando Abele gli chiede: «Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima».
In questo lungo processo di autoassoluzione, Alberto Ravagnani non chiede mai scusa. Neppure se scrive che deve il libro «a chi, da omosessuale, vive schiacciato dai sensi di colpa» contraddicendo se stesso che, soltanto pochi mesi fa, usava la domanda sulla partecipazione di un prete al Gay Pride solo per rendere il suo reel virale: «A volte quello che facciamo come Chiesa, cioè ad alcune domande non diamo mai risposta, io facevo quello, metto lì delle domande, quelle a cui non diamo risposta» ha puntualizzato, come se l’empatia fosse qualcosa che s’impara ai corsi di marketing e i processi di riparazione siano un vademecum. Mi sono risposto che i temi caldi sul sacerdozio che lui enumera citando saggi come La casta dei casti di Marco Marzano (Bompiani, 2021) non sono la genesi della sua scelta, quanto piuttosto istruzioni per una via di fuga da un ambiente vissuto in prima persona con limiti e contraddizioni fin dal seminario: la ricerca di surrogati paterni, il rischio di abuso di potere nelle realtà comunitarie, sono l’altro nome di un’alienazione che, in un sistema gerarchico e patriarcale come quello sacerdotale, può diventare il destino del prete: «Ci avevo messo sei anni di seminario per diventare don Alberto, quindi non ero disposto a rinunciare a quel prefisso. Non per orgoglio, ma per principio» scrive nel libro. Lungo il suo sentiero di mattoni gialli, così, Alberto Ravagnani ha trovato nei social la sua città di smeraldo, cioè quel posto dove le relazioni vere sono impastate alle illusioni.
Cosa sogna don Alberto Ravagnani?
Ho capito molto di un prete che, nei ritardi per prepararsi alla messa, era già fuori tempo. La sponsorizzazione degli integratori, il passaggio di Alberto dall’era a.C. al d.Creatina, è stata solo un giro di boa. Ne La scelta torna tante volte la parola bisogno, Papa Francesco nei suoi dodici anni di pontificato parlava invece di sogno, mi chiedo se ai seminaristi i formatori chiedano: cosa sogni? «Non ci ho mai provato con una ragazza, ma con Dio sì. E con lui ce l’ho fatta. Non gli ho chiesto di uscire, gli ho chiesto di entrare in seminario» scrive, e per me non c’è ammissione più vicina all’idea di inferno. Quando esce dai recinti teologici e cerca Dio altrove smettendo di essere strumento della propria salvezza, Alberto Ravagnani entra in contraddizione con quel don che ripeteva il compendio del Catechismo della Chiesa cattolica e parlava di dottrina, con il prete che si sistema il collarino e fingeva che andasse tutto bene quando ora scopriamo che bene per lui non stava andando. Come, però, un prete, che per vocazione parla della Verità con la maiuscola, scelga la verosimiglianza, è quanto mi lascia più perplesso di questa storia.
Ne I riti di passaggio l’antropologo Arnold Van Gennep scrive che «tra il mondo sacro e il mondo profano c’è un’incompatibilità tale che il passaggio dall’uno all’altro non può avvenire senza uno stadio intermedio». In questo limbo, Alberto Ravagnani ha scelto di separarsi dal don e dall’idea di ministero presa come paradigma di quel mondo. Solo che lo faceva già da prima, e noi lo scopriamo adesso: «Il vero problema era l’impostazione di fondo: il bravo bambino che era entrato in seminario e si era cristallizzato nel prete perfetto». Nel libro c’è un momento topico che lo riassume. Sta finendo l’estate, Alberto è all’inizio del suo ministero, e ai suoi ragazzi domanda: «Volete che quest’estate resti solo una parentesi della vostra adolescenza, un bel ricordo da tirare fuori un giorno per nostalgia, oppure volete vivere così per sempre?». Ma la domanda la sta facendo a sé stesso, lui che desiderava vivere un’estate perenne e senza stagioni. È questo il punto? Un paradiso perduto che, prima la chiesa ora le piattaforme, promettono? Forse, come dice l’Ecclesiaste, il senso di ogni vita è l’alternanza delle stagioni, quei movimenti di mondi che l’astronomia chiama, appunto, rivoluzioni.
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