Bettino Craxi è tornato di moda

Dall'inizio dell'anno sono uscite già tre biografie che raccontano l'ultimo leader del Psi: a 25 anni dalla morte, la sua resta una delle figure più rilevanti, discusse e controverse della storia politica italiana.

06 Febbraio 2025

Basta una passeggiata in libreria per accorgersene: per gli italiani è arrivato il momento di fare i conti con la gigantesca figura di Bettino Craxi, totem di una generazione di uomini politici controversi eppure capaci di garantire al Paese una rilevanza internazionale mai ottenuta, né prima né dopo di loro. Chi conosce la storia sa bene che le rivoluzioni non arrivano mai dal basso e non si fanno per ragioni etiche o per ideali di giustizia ed egualitarismo. Sono sempre, piuttosto, avvicendamenti di potere che coincidono con momenti di profonda trasformazione della società, che i vecchi reggenti potrebbero in qualche modo ritardare oppure ostacolare. E in Italia, al di là delle singole responsabilità giudiziarie, con Tangentopoli era arrivato il momento di sostituire la vecchia classe dirigente, abituata al primato della politica come fondamento della società, come filtro e sintesi dell’equilibrio tra poteri in campo, con una nuova in grado di forgiare una società che fosse diretta espressione del mercato.

Affinché una rivoluzione si compia pienamente, servono essenzialmente due momenti chiave: la scelta di un capro espiatorio da consegnare al popolo, e lo spettacolo della sua “decapitazione”. Craxi, capro espiatorio perfetto, fu decapitato davanti alle telecamere il 30 aprile 1993, quando, davanti all’Hotel Raphaël, sua nota residenza romana, una folla inferocita lanciò addosso a lui e ai suoi collaboratori monetine da 100 e 200 lire. Fu una condanna senz’appello che oggi, a distanza di venticinque anni dalla dolorosa morte del leader socialista ad Hammamet, in Tunisia, merita senz’ombra di dubbio un processo di rivisitazione culturale che non nasce solo da un fattore temporale – ovvero gli anni che passano e consentono di giudicare uomini e sviluppi storici con la giusta distanza – ma nasce anche e soprattutto dall’attualità. Il nostro presente inizia da quella rivoluzione datata 1994, dalla caduta di Craxi e dalle elezioni che sancirono il trionfo di Forza Italia. È stato un passaggio epocale in cui la politica diventava totalmente vicaria e al servizio dei potentati economici.

Il governo Meloni, con la sua sudditanza nemmeno troppo celata verso Trump e Musk, ne è la prova lampante, così com’è lampante il tentativo della premier di richiamare in causa il tema del potere giudiziario come ostacolo alla sua politica debole con i forti e forte contro i deboli. Risuona in tal senso, come esempio di una politica che si cimenta con orgoglio nella difesa della sovranità nazionale e nella gestione degli interessi collettivi di un Paese intero, l’avventura di Craxi a Sigonella, quando l’allora presidente del Consiglio chiarì all’alleato americano che non doveva intromettersi in questioni che riguardavano la magistratura italiana. In quest’ottica, allora, è più che opportuno rinfrescarsi la memoria su tutta la parabola craxiana, attraverso i molti testi che negli ultimi mesi sono stati pubblicati o ripubblicati: a cominciare da Il Fantasma di Hammamet (Solferino, 2025) di Massimo Franco, che ricostruisce l’intera storia politica di Craxi spiegando come il dibattito sull’eredità politica e morale del leader socialista sia più che mai uno specchio dell’identità nazionale con cui fare i conti, con la tendenza degli italiani a correre sempre in aiuto del vincitore, come lampeggiava Flaiano, per poi crocifiggerlo quando perde, un Craxi termometro suo malgrado del rapporto tra politica e magistratura, che deflagrò proprio con Mani Pulite per poi evolversi camaleonticamente fino ai giorni nostri.

Di assoluto interesse, per conoscere lo sguardo teso ed empatico di una figlia su suo padre totemico e approfondire la sfera privata di una famiglia il cui humus è sempre stato la politica, è il memoir All’ombra della storia (Piemme, 2024) a firma di Stefania Craxi, che racconta un Bettino inedito, depositario di una visione politica internazionalista che poggiava le sue fondamenta sul superamento del comunismo in un socialismo meritocratico, fondato sulle idee e sul talento degli interpreti, e al tempo stesso padre distaccato e amorevole perché travolto dal primato della politica, tanto da non poter evitare d’inglobare nella dimensione politica anche gli affetti e chiunque volesse stargli vicino, fino all’esilio tunisino e al rifiuto compatto e orgoglioso della famiglia ad accettare i funerali di Stato, che pure Massimo D’Alema aveva concesso.

Bettino a tutto tondo, insomma, che non si assolveva ma spiegava fuori dai denti un sistema intero nel famoso discorso in parlamento sulle necessità di sostentamento della politica, ben fotografato anche da Aldo Cazzullo nel suo Craxi, l’ultimo vero politico (Rizzoli, 2025), opera che riunisce foto d’archivio e una ricostruzione intima ed emotiva dell’autore dei momenti chiave della vita dell’ex presidente, leader incontrastato di partito e statista di primo livello, di politico votato al progresso e alla modernità e uomo di mondo, di fiero oppositore dei suoi accusatori ed ex monarca in ritiro, messo alle strette dalla malattia.

Esaustivo, e più votato a ricostruire la vicenda craxiana in chiave storia e cronologica è invece Controvento. La vera storia di Bettino Craxi (Rubettino, nuova ed. 2025) di Fabio Martini, che prova a ricercare più a fondo anche la verità sulla caduta del leader, finito nella morsa di intrecci di potere che volevano trascenderlo, tra finanza internazionale e la scelta d’intraprendere la via giudiziaria al potere di quegli agenti politici che credevano erroneamente di poter resistere al ribaltone. Poiché l’opera di rivalutazione culturale è ancora al principio, altri testi e altre analisi verranno, ma il giudizio sull’operato politico di Craxi non potrà prescindere dal tema che per noi, travolti dalla mediocrità umana e politica degli attuali leader, può a tutti gli effetti essere considerata la vera madeleine craxiana: la difesa del primato della politica novecentesca, pur con tutti i suoi chiaroscuri, come arena primaria in cui formare le classi dirigenti e le visioni del mondo che verrà, frattanto sempre più obeso, prono allo showtime, conflittuale, difficile.

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