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12:35 mercoledì 7 ottobre 2026
Il sindaco di Saint-Denis Bally Bagayoko è sceso in piazza con gli studenti francesi e li ha protetti dalle cariche della polizia Ma non è un caso isolato, il suo: vista la violenta repressione, sono tanti gli adulti che stanno proteggendo, con il loro corpo, i manifestanti.
Una ricerca internazionale ha dimostrato che c’è un sensibile aumento dei tumori in età giovanile In questo aumento c'entrano obesità, alimentazione scorretta, poca attività fisica, alcol, fumo e inquinamento, ma anche l'aumento di prevenzione ed esami specialistici.
C’è una base della RAF in Inghilterra che potrebbe come non potrebbe essere sotto attacco dell’Iran Dalla scorsa settimana stanno succedendo strani fatti attorno alla base di Fairford. Adesso, ad aggiungere stranezza a stranezza, c'è anche un'insolita decisione degli Usa.
A vent’anni dall’uscita ci sarà una nuova edizione di King Kong Theory, il manifesto del femminismo brutto, sporco e cattivo di Virginie Despentes Lo riporta in Italia Fandango, esattamente venti anni dopo la scandalosissima uscita in Francia.
Persino i petrolieri ammettono apertamente che con le scorte di petrolio siamo messi malissimo Lo ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco. Che ha definito le attuali scorte «spaventosamente scarse».
Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».

2003, again

Pitchfork, per dirne sola una, ha urlato al capolavoro ma c'è anche chi pensa che il nuovo disco dei Godspeed suoni da subito troppo datato.

26 Ottobre 2012

Sono pochi i dischi per cui oggi si possa ancora spendere la parola “evento” senza apparire ridicoli o fuori luogo. Allelujah! Don’t bend! Ascend! dei Godspeed You! Black Emperor è uno di questi per almeno tre ragioni. 1) È apparso come un fulmine in un cielo senza nuvole, uscito dieci giorni dopo essere stato annunciato. 2) È l’album di un gruppo che possiamo a buon titolo definire storico e che ormai, a seguito di dieci anni d’inattività (intervallati da qualche sporadica apparizione live), un po’ tutti davano per “morto” 3) È un disco che ti riporta a un tempo in cui gli album erano pensati per durare più di una stagione all’interno di una playlist di iTunes.

Bene, ecco. Dunque: il paragrafo che avete appena letto è una decalcomania di una recensione di Pitchfork filtrata da Onda Rock e approdata su Rockit. In realtà mi è tornato utile per dare alcune nozioni di massima sulla materia ma quello che ho davvero da dire è che il nuovo disco dei GYBE mi ha deluso, abbastanza diciamo. Per chi non fosse avvezzo al tema, qui c’è il ripasso (cliccando i link viene meglio): i GYBE sono un collettivo piuttosto esteso di Montreal che, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, ha dato alle stampe una serie di dischi di prodigiosa musica strumentale, tuttora custoditi gelosamente dalle mie orecchie. In particolare c’è una canzone, Sleep, dal loro miglior album Lift your skinny fists like antennas to heaven che è in grado di trasformare una fila in posta in un ciclo epico, anche solo per la sua durata di 23 minuti.

Nonostante alcuni dei loro membri più influenti come Mauro Pezzente, si siano poi voluti dissociare dall’intero movimento («Non facciamo parte di nessuna comunità musicale»), all’inizio del 2000 i Godspeed erano probabilmente quanto di meglio poteva offrire la maturità “quasi mainstream” del post-rock. Univano come nessun altro minimalismo post-albiniano (v. Steve Albini) di alcuni gruppi d’inizio ’90 come Slint e Tortoise e un’attitudine “show-off “pescata dal progressive anni ‘70, alle ripercussioni melodiche degli scozzesi Mogwai. Di quel suono, è innegabile, i Godspeed erano i maestri, ed esso si attagliava perfettamente ai tempi in cui l’hanno battezzato, ovvero a cavallo tra la fine del decennio più asettico del novecento e la fase a dir poco critica apertasi col 2001. Il loro impasto musicale era così espressivo che ha dato vita a una serie di copy-cat, divenuti negli anni delle piccole franchigie nel demi-monde dell’indie americano, Explosion in the Sky, This will destroy you, per citarne solo un paio, ed era un contrappunto sonoro straordinariamente attuale degli anni che si stavano vivendo, il che va sottolineato due volte, dal momento che nella visione artistica dei GYBE, produzione musicale e coscienza storico/politica sono due momenti poietici inscindibili.

Ed è proprio per questo, forse, che la loro nuova opera mi ha in qualche modo deluso, perché mi è parsa priva d’attualità fin dal primo ascolto. È un disco che suona immediatamente datato. Mi aspettavo uno dei loro foschi e apodittici commentari musicali del contemporaneo ma la sensazione che invece mi ha trasmesso è stata ben diversa: l’impressione è che i Godspeed non abbiano preso coscienza di quali e quanti cambiamenti sono avvenuti nel mondo rispetto alla prima parte della loro carriera o che abbiano deliberatamente deciso di ignorarli. Allelujah! Don’t bend! Ascend! non sembra un disco prodotto e pensato per parlare del 2012 e al 2012. Sembra più una cosa tipo: «Ehi, scusate io sarei dovuto uscire nel 2003 ma poi inspiegabilmente tutti si sono dimenticati di me e invece guarda un po’… adesso qualcuno ha un mutuo da pagare!». E la cosa forse peggiore è sapere che è davvero così. Insinuazioni sul mutuo escluse, i due pezzi principali del disco, le due suite che ne giustificano l’ascolto e l’acquisto, Mladic e We drift like worried fire (rispettivamente di 19 e 20 minuti) sono nel repertorio live della band dal 2003, come sa qualunque fanatico di bootleg e semplicemente in questa sede vengono proposte in una versione più pulita e sottoposta a una cura proteica in fase di produzione. E qui arrivo alla seconda cosa che non ho amato né capito di questo disco: l’unico aggiornamento al loro sound, apportato dai GYBE, sembra essere l’aver posto una maggiore cura all’arrangiamento e alla post-produzione, col risultato che quel che dieci anni fa suonava ruvido, caldo ed evocativo oggi suona più che altro metallico, chiassoso e in definitiva frigido.

Che l’impianto originale dei due pezzi forti risalga a nove anni fa, peraltro si sente abbondantemente nella loro costruzione. We drift like worried fire è la classica robusta ed emozionante progressione melodica di matrice Godspeed, quella che tutti poi gli hanno copiato, e che cascasse il mondo loro sapranno sempre fare meglio di chiunque altro, ma appunto, proprio perché sei lo Chef e non un sgobbino di cucina qualunque, forse riproporre la stessa ricetta che nel frattempo hanno poi provato a cucinare altri trenta non è l’idea giusta al momento giusto, o quanto meno è un’idea un po’ pigra. Mladic, invece, è un blitzkrieg sonoro che si apre come una litania vagamente Kraut salvo poi diventare una progressione quasi metal con una sottotraccia di musica araba che poi assurge a tema prevalente mentre si insinuano echi strazianti che si concludono poi con una specie di “Crociata degli straccioni” di percussioni. È chiaramente una canzone concepita avendo negli occhi le immagini della fase calda delle due guerre, Afghanistan e Iraq, di inizio decennio. È davvero un bellissimo pezzo, nel 2003.

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