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Chi vestirà le donne dopo Phoebe Philo?

La prima settimana della moda dopo l'addio di Phoebe Philo a Céline lascia un vuoto nell'immaginario del guardaroba femminile.

Quando lo scorso 22 dicembre Phoebe Philo ha annunciato che avrebbe lasciato la direzione creativa di Céline, il marchio francese che guidava con successo dal 2008, sono stati molti gli analisti a scrivere – a volte con quella certa tragicità comica che caratterizza il mondo della moda – che un’era si era definitivamente conclusa e che con Philo se ne andava una delle poche designer che disegnava vestiti pensando alle donne e per le donne. Con tutte le specifiche del caso, certo, perché si parla pur sempre di una casa del lusso considerata di nicchia, i cui costi sono inaccessibili ai più: ciò non toglie, però, che l’estetica di Philo, con le sue silhouette così semplici eppure inconfondibili, ha incarnato nella seconda decade degli anni 2000 una precisa attitudine al guardaroba quotidiano e, conseguentemente, una ancora più precisa idea di donna, eleganza e femminilità stessa.

Poteva essere quella cosa lì di appoggiarsi il cappotto sulle spalle con studiata nonchalance – una postura già reiterata fino alla parodia dalle influencer che sfidano il gelo per farsi fotografare fuori dalle sfilate, o dalle modelle negli editoriali patinati – per ricreare la “gobbetta” dei suoi cappotti cocoon (a forma di uovo, per intenderci), o la predilezione per i pantaloni ampi e tagliati alla caviglia, le scarpe con i tacchi a rocchetto e le scollature a punta, gli abiti sottoveste che scendono morbidi sul corpo, le borse capienti o le postine con le cerniere comode, infine le ciabatte pelose, di cui Philo è stata la prima sdoganatrice convinta. Per aderire al culto di Céline, d’altronde, era necessaria in fondo una cosa più di tutte, ancor di più della evidente disponibilità economica, di un fisico snello e asciutto (l’oversize è notoriamente difficile da indossare) e di un certo disprezzo per ciò che è popolare, nel senso di banale: per essere una delle donne di Phoebe Philo bisognava sentire innanzitutto la necessità di esprimere una femminilità che è pratica e artefatta allo stesso tempo. E lo è da un punto di vista delle donne, ecco perché ha fatto breccia nel cuore di moltissime: i suoi capi rispondevano al bisogno, illusorio ma consolante, di proiettare sul mondo una versione migliore di se stesse, ma secondo i propri termini.

Una cosa è certa, ora che alla direzione creativa c’è Hedi Slimane (debutterà a settembre): Céline nelle sue mani sarà qualcosa di completamente diverso, a partire, com’è ovvio, dalla silhouette, e tutte quelle donne – ma anche gli uomini, perché Philo è una che piace in maniera trasversale – che aspiravano a essere quella cosa lì, dovranno trovarsi un altro marchio feticcio. La sfida è aperta: a contendersela ci sono gli eredi naturali, come Lemaire disegnato da Christophe Lemaire e Sarah-Lihn Tran, oppure Loewe di Jonathan Anderson, ma anche alcuni brand che possono giocarsi la carta dell’identificazione, come Victoria Beckham e The Row delle gemelle Olsen, sebbene in questi ultimi due casi la comparazione sia impietosa. Guadagnarsi quella fetta di mercato è d’altronde un’operazione non di poco conto, come sottolinea Lauren Sherman su Business of Fashion: significa accaparrarsi quella clientela che, almeno in parte nell’epoca in cui la chiave è mescolare cose diverse, sta fuori dall’estetica predominante, quella stratificata e complessa immaginata da Alessandro Michele con Gucci.

Commentando uno dei ritratti più celebri della designer (quello scattato da David Sims per Vogue nel 2013), Stella Bugbee di The Cut ha scritto «Sembra seria. Intelligente ma umile. Questa è una donna che presta molta attenzione ai dettagli, ma non è artificiosa». Parte del fascino e dell’attrattiva di Philo era poi il suo stile personale, fonte d’ispirazione per le sue clienti. Basta pensare ai maglioncini di Uniqlo, alle Birkenstock o alle Stan Smith: tutte cose che la stilista ha indossato per i suoi furtivi saluti a fine sfilata e che, di volta in volta, hanno funzionato da barometro infallibile di ciò che era desiderabile. E poi c’è la questione della femminilità, che come aveva raccontato Naomi Fry sul New York Times in un bell’articolo dedicato al “vestirsi modestamente”, nel caso della versione Philo di Céline creava un cortocircuito interessante: mi vesto così per coprirmi e dare un’immagine intellettualmente stimolante di me o perché in questo modo, come racconta una gallerista da lei intervistata, vengo presa sul serio perché sembro meno disponibile? Recensendo le ultime sfilate di Milano, Natalia Aspesi ha scritto su La Repubblica di «Donne oltre che intoccabili, guerriere, future, talvolta terrorizzanti, che diventano manifesto politico: io sono talmente mia che ti proibisco di desiderarmi se non sono io che ti obbligo, e in più non con una scollatura ma con un pensiero», a proposito del ritorno dell’abito “politico” e della moda copertissima della prossima stagione. Dove sono finite le minigonne, che pure sono state un simbolo di liberazione?

Sono tutte considerazioni legittime, tanto più nell’era del #MeToo e dei mercati altri, delle ancelle televisive di The Handmaid’s Tale e di Vogue Arabia, dove gli elementi identitari di ciò che indossiamo diventano sempre più rilevanti. Più che rimpiangere la scomparsa del sexy (che ritornerà, state tranquilli, nel frattempo c’è sempre Donatella Versace), però, quello che abbiamo perso con la fine dell’era Philo da Céline ha più a che fare con una maniera “intuitiva” di pensare alla moda, che secondo Cathy Horyn sta scomparendo: «Vedremo sempre meno design che sia rispettoso dell’ampio spettro delle emozioni, esperienze ed età femminili. Questo cambiamento ha a che fare con il cambiamento sociale più generale del modo in cui passiamo il nostro tempo libero, cosa fondamentale quando si tratta di shopping e nel perseguimento di nuovi modelli di bellezza». Che equivale a dire che viviamo il tempo di Instagram, e di conseguenza ci vestiamo.

In foto: Phoebe Philo (foto Getty Images).
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