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La politica nell’armadio

Gli stilisti che si rifiutano di vestire Melania, i tributi sartoriali a Bernie e altre storie di questi mesi confermano il sempre più stretto legame tra fashion e politica.

Quel gran conoscitore di coorti umane che fu François VI, duc de La Rochefoucauld, prince de Marcillac, sosteneva che «il nostro amor proprio è ferito più dalla condanna dei nostri gusti che da quella delle nostre opinioni». Nel mondo del 2017, invece, non si capisce dove finisce lo shopping e cominciano le elezioni. Perché nel mondo del 2017 gusti e opinioni sono pronti a mescolarsi con entropica determinazione, come il bianco e il nero della Nutkao, la crema spalmabile bicolore. Michelle Obama lo capì da subito che lo stile è collegato alla sostanza, almeno per come funziona la mente della classe media americana. La scelta di indossare un ensemble J. Crew, un brand la cui visione pare il manifesto politico dell’era Obama – “FOR US, THE MAGIC IS IN THE MIX” – il 27 ottobre del 2008 al Tonight Show With Jay Leno, non poteva non risuonare con le audience televisive, scandalizzate dal guardaroba da 150.000$ di Sarah Palin. Il 2008, cioè l’anno in cui l’economia mondiale ha affrontato la crisi più grave dalla Grande Depressione degli anni Trenta.

Le scelte sartoriali delle donne in politica finiscono sempre per contare più di quelle politiche o, comunque, per confondersi, ed è per questo che l’armadio di Angela Merkel ha l’appeal di un frigorifero inchiavardato. Angela Markel non rappresenta la Germania, Angela Merkel è la Germania. Tra gli effetti secondari di questa femminilizzazione della sfera pubblica c’è che il giornalista di moda, una certa mattina, ha dovuto baloccarsi di acconciature, completi sartoriali e politiche di austerity. E mai come nel 2016 l’industria della moda ha sentito forte il richiamo all’autenticità, alla trasparenza, alle virtù civiche. Dimmi come ti vesti e ti dirò chi voti. La moda americana, a quanto pare, vota democratico e infatti, a vestire Melania Trump, la moglie del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, nel giorno dell’Inaugurazione, dopo che il fior fiore dei designer americani ha detto no, è stato Ralph Lauren, campione dell’americanismo bipartisan; ha vestito Hillary Clinton durante tutta la campagna elettorale.

Balenciaga show, Runway, Autumn Winter 2017, Paris Fashion Week Men's, France - 18 Jan 2017

Queste elezioni americane hanno rivelato che la politica è penetrata a fondo negli armadi della gente normale. Nell’epoca dei social e della trasparenza quello che si vede conta più di quello che si scrive, e la moda si carica di significati. Stai a vedere che gli iper-politicizzati anni Settanta non siano davvero tornati. Per esempio, Steve Wynn ha rimosso la linea di cosmetici e occhiali Tom Ford dai suoi store lo scorso weekend, come reazione al rifiuto di Tom Ford di vestire i Trump. Per non parlare dell’iniziativa #grabyourwallet.

L’ultimo caso da registrare è quello della collezione Uomo Autunno 2017 di Balenciaga, disegnata dall’ubiquo Demna Gvasalia, che ha mandato in passerella un tributo sartoriale a Bernie Sanders, per poi passare a quello al capitalismo globale, incarnato da Kering, multinazionale francese del lusso. Il design del logo esibito su alcuni capi, “Balenciaga 2017”, richiamava l’altro, “Bernie 2016”. Maria Grazia Chiuri, intanto, ha fatto del femminismo la cifra del suo Dior, e per prepararsi alla prima sfilata aveva letto Donne che corrono coi lupi, classico testo del pop-femminismo del 1996. E front row c’era niente di meno che la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, il cui TedX del 2013 intitolato “We Should All be Feminists”, era divenuto virale dopo che Beyoncé l’aveva campionato in “Flawless”.

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Prima, a giugno, i designer inglesi avevano dichiarato pubblicamente la loro presa di posizione anti-Brexit durante la settimana della moda uomo, con Daniel W. Fletcher che organizzava un sit-in vestendo i suoi protestanti in felpe e t-shirt “stay”, e i designer di Sibling, Sid Bryan e Cozette McCreery, a esibire maglie e slogan. Opening Ceremony a settembre 2016 voleva celebrare “l’immigrato americano”, però i vestiti, come rilevava Cathy Horyn dalle pagine del New York Magazine, avevano poco a che fare con il concetto. Nel 2015 Chanel mette in scena una poco credibile protesta femminista, lo sciamano Rick Owens manda in passerella i modelli nudi, mentre Walter Van Beirendonck reagisce alla strage di Charlie Hebdo con canotte in pvc ricamate con la scritta arancione “Stop terrorising our world”.

Da sempre la moda ha un legame con la politica. Un nome su tutti, Vivienne Westwood, ma anche l’Alexander McQueen di Highland Rape, la sfilata del 1995 che fa riferimento allo ‘stupro’ della Scozia da parte delle forze britanniche nel diciassettesimo e diciottesimo secolo. I vestiti dei gruppi sottoculturali, dagli afroamericani al mondo queer alle working class, hanno usato la moda come gesto di affermazione politica, di fuga nell’immaginario. Adesso la fuga riporta dritta dentro l’armadio. E vogliamo rinnovare il mondo come si rinnova il guardaroba, senza sapere se è estate o inverno.

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