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Intrecci rivoluzionari?

Incontro con Mark Parker, Ceo di Nike, con cui abbiamo parlato di design, industria e novità in arrivo

UNA RIVOLUZIONE?

Quella cui ci hanno invitato ad assistere lo scorso febbraio in una vecchia warehouse di Manhattan riconvertita per l’occasione in playground di lusso, è una rivoluzione – così la chiama senza tanti fronzoli Mark Parker, Ceo di Nike e deus ex machina della multinazionale di Beaverton – da collocare prima di tutto nell’ambito del design e delle sue conseguenze industriali: un processo computerizzato di intreccio di fili che permette di confezionare una scarpa composta da un solo pezzo. Trentacinque in meno di una calzatura dello stesso genere. A questo si deve l’enfasi con cui l’azienda lancia Flyknit: la convinzione di non trovarsi solo davanti a un prodotto che probabilmente sbancherà il mercato, ma a un punto di svolta epocale nel processo di concepimento e produzione.
Le prospettive di impatto sull’aspetto industriale rischiano in effetti di essere notevoli: l’industria scarparia è fatta soprattutto di procedimenti di assemblamento di pezzi differenti. Saltando questi processi, viene a mancare la ragione principale della delocalizzazione della manifattura in Asia per abbattere i costi del lavoro. “Siamo di fronte a un cambio epocale: c’è un abbattimento dei costi tali che rischiamo di poter produrre scarpe ovunque” ha dichiarato Charlie Denton di Nike al settimanale Businessweek.

PARKER E “LE CALZE COME SCARPE”

Ma torniamo al design, primo amore di Parker e vero motore dei cambiamenti sopracitati.
“Tutto, da sempre, parte per noi dalla volontà di avvicinarsi il più possibile al concetto di calzatura sportiva perfetta che i numerosi atleti con cui lavoriamo da sempre riassumono così: vogliamo una scarpa che somigli il più possibile a una calza. Bene, questa è la cosa che ci assomiglia di più fra quelle che abbiamo prodotto in tanti anni, non solo nel risultato ma anche nel concepimento. Da oggi cambia tutto” ci racconta Parker, seduto con Studio sui gradoni del playground occasionale. Gli chiediamo se però non sia così ogni volta che viene lanciato un prodotto, l’enfasi, la rivoluzione, etc. Ci dice che sinceramente queste sensazioni non le ha dai tempi di Air, i celebri cuscinetti sotto i piedi di un paio di generazioni di aspiranti Jordan. Cosa diventerà Flyknit non lo sappiamo. Certo è che a tenerla in mano la creatura fa uno strano effetto di mai visto e toccato prima. E pesa pochissimo. Vediamo se basterà a volare già dai prossimi Giochi Olimpici di Londra.

GLI ATLETI, OLTRE L’ENDORSEMENT

Il colore attorno a Mark Parker, lo Steve Jobs della calzatura sportiva fattasi lifestyle, è piuttosto noto: maratoneta teenager con l’ossessione per il miglioramento performativo delle proprie scarpe, poi (da tempo immemore ormai) designer al servizio del brand col baffo di cui rappresenta da subito la tendenza più innovativa a tal punto da diventarne la guida anche industriale, spassionato collezionista d’arte (celebre il faccione di Keith Richards opera dall’artista tedesco Kruger in bella mostra dietro la sua scrivania ), grande amico dei grandi atleti a tal punto da riuscire a creare un album di famiglia in cui figurano leggende del calibro Carl Lewis e Michael Jordan. A proposito di atleti, patti chiari e amicizia lunga: io lavoro per te e i tuoi i risultati con piglio maniacale. Tu fai lo stesso.

“La relazione con gli atleti è per noi fondamentale. Non sono solo facce e testimonial: sono il motivo e la causa per cui al primo posto delle nostre priorità c’è la ricerca del miglioramento delle loro performance. Poi ovviamente la relazione con alcuni di essi entra e esce dagli impianti sportivi di allenamento, e la relazione costruita in laboratorio continua e si sviluppa nella creazione di icone e di stili di vita”. La vicinanza personale di Parker con alcuni mostri sacri dello sport è nota. “Si, non lo nascondo. Sono nate grandissime amicizie che sfociano nella collaborazione professionale in modo molto naturale. Penso a Carl (Lewis, ndr) che oggi non a caso è qui con noi a presentare questa novità; ma penso anche a uno come Sebastian Coe, un amico, un ambasciatore di Nike nel mondo, oltre che un uomo che ha fatto tantissimo per l’atletica e lo sport”.

Curiosità. E’ proprio da uno di questi atleti, e proprio in occasione del lavoro su Flyknit che Parker ha ricevuto il complimento migliore per uno che fa il suo lavoro: “Dopo un po’ che ci correvo, mi sono guardato i piedi per vedere se avevo per caso dimenticato di mettermi le scarpe. Non le senti”.

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