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Vizi di forma losangeleni

Vizio di Forma di Pynchon è solo uno dei racconti letterari e cinematografici di Los Angeles. Dal numero 7.

In occasione dell’uscita nelle sale di Vizio di Forma, l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, riproponiamo un pezzo pubblicato su uno dei primi numeri di Studio e firmato da Cristiano de Majo. Si parla di Los Angeles, la cornice delle vicende narrate da Pynchon, e di altre storie ivi ambientate.

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Los Angeles, 26 febbraio 2012, sull’Hollywood Boulevard, davanti al Kodak Theatre, viene allestita la scena déjà vu che ogni anno si ripete uguale, con qualche piccola variante nei protagonisti e nelle comparse. Ognuno di noi conosce Los Angeles perché ha puntato miliardi di volte lo sguardo su quel preciso e inevitabile punto della città californiana. Un pezzo di strada che, a percorrerlo in un giorno normale, è di uno squallore raro; tutto negozi di souvenir e personaggi folcloristici, un’aria abbruttita e vacua, che anche una volta smessi i panni dei telespettatori e indossati quelli dei turisti la gran parte delle persone identifica con l’essenza della città.

Visitare L.A. significa il più delle volte verificare i grossi nomi del cinema iscritti nella Hollywood Walk of Fame o fotografare con lo zoom dal centro commerciale Hollywood & Highland la scritta a caratteri cubitali sulle colline; al massimo, spostandosi verso ovest, fare una passeggiata guardando le vetrine dei negozi di lusso su Rodeo Drive. Di certo è difficile separare la città californiana dalla sua principale industria, ma ovviamente Los Angeles, una delle stratificazioni urbane più complesse e contraddittorie del pianeta, non è soltanto un’inquadratura di E! Entertainment Channel: dalla rudezza di una downtown ancora sorprendentemente desolata all’idillio residenziale di Silverlake, dalla coolness tranquilla di West Hollywood alla brezza dopata di Venice, dallo storico pier di Santa Monica ai quartieri ghetto neri e chicani, e molto altro ancora… Los Angeles è una città-non-città che ha sempre convissuto con la fama di essere brutta – se non si considerano i compound dove vivono le star – al contrario della sua rivale New York, che da molti anni ha conquistato la fama di bella.

Oltre la Grande Mela, il turista europeo preferisce di gran lunga San Francisco, ammira Chicago, si trova più a proprio agio a Boston. Los Angeles è respingente e incomprensibile, una città senza baricentro, un reticolo di strade che è impossibile esplorare se non in macchina.Anche per me, che la amo, sarebbe difficile convincere qualcuno della sua bellezza, se non elencando piccoli ricordi intensi – l’Union Station, le curve tortuose di Mullholland Drive che attraversano le colline sabbiose spruzzate di verde, una mostra di Baldessari al LACMA, un negozio di oggetti bizzarri a Los Feliz, una colazione a un diner di Mid-City, una passeggiata davanti all’oceano sotto le palme, la vista dalla collina di Hollywood – dentro un quadro d’insieme inafferrabile. Ma, nonostante la sua natura destrutturata, è altrettanto difficile sostenere che la città non abbia un’anima, seppure condizionata – e anche qui risiede la ragione del suo fascino, come del resto quello di New York – dalla sua iper-rappresentazione. I racconti letterari e cinematografici di Los Angeles non si contano.

Il noir si pone «come una grammatica della trasformazione», che muta «ogni fascinoso ingrediente dell’Arcadia in un suo sinistro equivalente».

Un elenco abbastanza esaustivo, aggiornato alla fine degli Ottanta, si può trovare nell’imprescindibile saggio di Mike Davis, Città di quarzo (Manifestolibri), dove si legge anche una convincente analisi che spiega le ragioni per cui storicamente Los Angeles ha dato i natali e ha ospitato moltissime storie d’impronta noir (da Chandler e Cain, fino a Ellroy, Blade Runner, Michael Mann). In estrema sintesi: negli anni Trenta, con la Depressione, la Terra delle Opportunità per la middle class emigrata in California del sud si trasforma in un «inferno urbano senza radici», e in questo scenario il noir si pone «come una grammatica della trasformazione», che muta «ogni fascinoso ingrediente dell’Arcadia in un suo sinistro equivalente». Da qui in poi il genere in città non conosce tramonto, si auto-rivitalizza di generazione in generazione fino a oggi. E smontato, rimasticato, stilizzato finisce per ispirare in tempi recenti due tra i più importanti scrittori americani vidaventi (anche se diversissimi tra loro per età e poetica): Bret Easton Ellis e Thomas Pynchon, che entrambi hanno ambientato a Los Angeles i rispettivi ultimi romanzi, i due noir sui generis: Imperial Bedrooms (Einaudi) e Vizio di Forma (Einaudi Stile Libero).

Ellis, losangelino di nascita e newyorkese pentito, nel 2005 ritorna a vivere a L.A. e di nuovo qui ambienta il seguito di Meno di zero. Il titolo è un’altra canzone di Elvis Costello. In epigrafe una citazione di Raymond Chandler. Il protagonista è ancora Clay, diventato sceneggiatore, che, come il suo creatore, ritorna a Los Angeles dopo molti anni vissuti a New York. Il romanzo inizia con una capriola metanarrativa che, insieme all’autofiction horror di Lunar park, dovrebbe fare impallidire chi si ostina a incasellare Ellis nel realismo tradizionale. Poi attraversa alcuni classici temi ellisiani – la paura, la paranoia, la violenza del successo – ma soprattutto si rifà a uno dei più frequentati topos della letteratura noir californiana: la donna ingannatrice ingannata, icona sacra del pericoloso mito hollywoodiano (da L.A. Confidential a Mullholland Drive, non a caso giudicato da Ellis su Twitter «il film più emotivamente complicato mai fatto su cosa significhi credere nel mito hollywoodiano»).

Così come Meno di zero, che però descriveva una Los Angeles più selvaggia e meno metallica, Imperial Bedrooms è uno di quei romanzi-mappa in cui la città ha più dignità di eroe che di sfondo. I personaggi si muovono soprattutto nella parte ovest. Clay vive a West Hollywood, frequenta il bar dello Chateau Marmont, va alle feste di Beverly Hills e al Kodak Theatre per le prime, si spinge a Culver City per un casting. Il crescente senso di oppressione non è dato solo dal corso degli eventi, ma anche dal paesaggio monotono e iper-protetto in cui si muove Clay. Sempre gli stessi locali, sempre le stesse strade, sempre le stesse piscine, sempre le stesse palme al vento. Ne esce fuori una Los Angeles recintata, racchiusa in uno spazio che va da Hollywood a Santa Monica, dove la violenza non origina da uno scontro etnico o di classe, ma è il risultato di un’implosione delle élite, auto-confinatesi in un arroccato spazio urbano, seppure sotto un cielo azzurrissimo e un sole che spacca le pietre.

Se questo è il presente di Los Angeles, il magico passato degli anni Sessanta evocato da Thomas Pynchon in Vizio di Forma ci mostra, al contrario, una città aperta, percorsa in lungo e in largo, tra luoghi veri e immaginari, da Doc Sportello, solitario investigatore privato fricchettone, anche lui, guarda caso, alle prese con un fantasma femminile, la sua ex Shasta, sparita insieme al nuovo amante, il palazzinaro Mickey Wolfmann. Un altro romanzo-mappa, ma di estensione maggiore, della città dove pare che anche il maestro del postmoderno abbia vissuto mentre scriveva L’arcobaleno della gravità: da Manhattan Beach a Inglewood, dal Topanga Canyon a downtown. Tra film di serie Z, poliziotti corrotti, erba, usurai, gruppi surf e tavole da surf, dentisti zombie e mamme eroinomani, ogni zona contiene un universo culturale: l’utopia hippie, gli anni Trenta, il sogno hollywoodiano, la tetra epopea del capitale.

«È come un peccato originale? – opinò Doc. – È quello che non puoi evitare, – disse Sauncho».

E tutto il libro a partire dal titolo, in originale Inherent Vice, come si evince a pagina 448 dell’edizione italiana, elegge Los Angeles come simbolo di un sogno di impossibile realizzazione: «Un elemento come quello che i colleghi di Sauncho nell’assicurazione marittima amavano chiamare un vizio intrinseco. – È come un peccato originale? – opinò Doc. – È quello che non puoi evitare, – disse Sauncho. […] – Be’, – Sauncho sbattendo gli occhi, – forse se tu redigessi una polizza marittima su L.A., considerandola per qualche ragione accuratamente definita, un’imbarcazione… – Ehi che ne dici di un’arca? È un’imbarcazione, giusto? – Assicurazione per arche? – Quel grande disastro di cui parla sempre Sortilège, che risale ai tempi in cui Lemuria affondò nel Pacifico. Alcune delle persone che si salvarono si dice siano scappate qui per trovare la salvezza. Il che renderebbe la California, diciamo, una specie di arca. – Oh proprio un bel rifugio. Carino, stabile, bene immobile affidabile».

Insomma, questo sarebbe il vizio intrinseco di Los Angeles, la ragione del suo fallimento come esperienza urbana e, insieme, la spiegazione del suo stranissimo fascino: essere stata considerata dalla Conquista in avanti una meta di salvezza per le più diverse specie di esseri umani: dai borghesi in fuga dal Midwest durante la Depressione agli affamati messicani della frontiera, fino alle schiere di giovani cavie ossessionate dal successo… Los Angeles è l’arca che non ci salverà.

Dal numero 7 di Studio.

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