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Sulla sostenibilità del romanzo

È un tardo pomeriggio di sole e fibrillazione elettorale a Milano (è la domenica del ballottaggio tra Giuliano Pisapia e Letizia Moratti) quando mi metto in moto per raggiungere “l’Isola” a piedi e godermi gli ultimi scampoli di luce. “L’Isola” è il quartiere milanese dove abita Vincenzo Latronico, il quartiere dove per comodità ci siamo dati appuntamento. Attraverso Corso Como e dal ponte che unisce la zona Garibaldi alla mia destinazione, osservo i profili dei nuovi grattacieli in costruzione; ancora alieni in quel panorama si riflettono l’uno nell’altro per via dei vetri specchiati. È una passeggiata assolutamente propedeutica all’incontro che sto per fare visto che ne La cospirazione delle colombe, il secondo romanzo per Bompiani del 27enne Latronico, quegli stessi grattacieli e questo stesso quartiere chiamato Isola sono al centro di una storia che parte da qui – dal violento mutare di questo pezzo di Milano – e si allunga fino ad Harvard, fino a Londra, fino a New York e Berlino. Fino all’Albania, anche se è meno glamour da dire. Nella Cospirazione si ritrova anche il bar rilevato da cinesi in piazzale Lagosta, dove decidiamo di bere qualcosa: «Questo è il posto in cui Eltjon e Donka progettano la loro “piramidale”» mi fa notare Vincenzo mentre ci sediamo. Eltjon e Donka sono due personaggi del suo libro, anzi, per la precisione Donka è addirittura uno dei due protagonisti. All’epoca il romanzo l’avevo appena finito ma questo piccolo particolare non lo ricordavo. Non preoccupatevi, cercherò di non rivelarne altri. La cospirazione delle colombe, a differenza di tanti romanzi italiani e non solo che mi sia capitato di leggere ultimamente, è un romanzo in cui succedono “delle cose”, in cui la trama è funzionale all’esposizione delle idee e delle riflessioni dell’autore e non viceversa: dirne troppo sarebbe fare un torto al lettore.

Una delle cose migliori del tuo libro è che oltre a essere interessante e ricco di spunti brillanti ha anche una trama scorrevole e… mi verrebbe da dire divertente… se non fosse che ormai questa è quasi una brutta parola da associare alla letteratura “letteraria”. Da cosa nasce questo approccio, piuttosto diverso da quello del tuo precedente romanzo?
«In realtà se dici che lo hai trovato “divertente”, nel senso che non hai dovuto fare degli sforzi per leggerlo, mi fai soltanto piacere: è fondamentale che sia così. Un tempo forse non l’avrei considerato tale ma ora mi sembra un grandissimo complimento. Comunque, per rispondere alla tua domanda, l’idea è nata in questo modo: dopo il mio primo romanzo Ginnastica e rivoluzionesentivo l’esigenza di scrivere una storia che avvicinasse il lettore, che lo appassionasse; la voglia di scrivere un “romanzo di trama” insomma: una cosa che se mi avessero detto tre anni fa forse sarei inorridito, ovviamente sbagliando. Il cuore dell’idea era di usare un meccanismo d’immedesimazione nella trama per farti “entrare”, te lettore, in un personaggio che alla fine fa una scelta che – sempre tu lettore – non convideresti. A farti confrontare con una vicenda e con dei personaggi che alla fine vengono gradualmente condotti – aldilà delle loro buone intenzioni iniziali – a fare delle scelte che dall’esterno molti giudicherebbero sbagliate se non addirittura mostruose. M’interessava illustrare la grande dissonanza tra i punti di partenza e i punti d’arrivo dei protagonisti e raccontare come e perché si era creata»

È evidente l’intenzione di confrontarsi in termini molto precisi con temi “macro” di grande rilievo e attualità, in Italia specialmente ma non solo: le speculazioni finanziarie e quelle edilizie, la gentrificazione, la meritocrazia, le istituzioni del sapere, il denaro, le condotte individuali e collettive, il concetto di responsabilità. Saresti d’accordo se si definisse La cospirazione delle colombe un romanzo realista?
«Direi di sì. O almeno quella era l’ambizione mentre lo scrivevo. In particolare mi premeva misurarmi con alcuni temi che ultimamente la letteratura sta sempre più rifuggendo o semplificando. Se leggi Le illusioni perdute di Balzac, per fare un esempio, ritrovi la descrizione di un mondo e di un’epoca fin nei più piccoli dettagli della sua complessità, fino alle più piccole annotazioni di denaro, che resta un tema fondamentale ma che è sempre più marginale in molta letteratura»

E quando non è marginale è spesso avvolto dai fumi della retorica…
«Perché, per fare un esempio tra i tanti, è facile descrivere sempre il precario come “quello buono e vittima” e il bocconiano o il ricco in generale come “quello cattivo e carnefice”. È comodissimo ma è anche falso e inaccurato: la realtà non è fatta così. E infatti i grandi autori realisti non se la cavano mai in questo modo, con queste semplificazioni. La mia idea era di confrontarmi con questo tipo di romanzo e con questo tipo di autori. Poi è ovvio che contro i giganti ci perdi. Ma, con tutto il rispetto, preferisco perdere il confronto con Balzac che pareggiare o vincere quello con la Avallone»

Questa cosa che hai detto sui precari è sensatissima, eppure sembra che in un certo panorama letterario italiano il nuovo e unico metro della realtà siano soltanto i precari.
«Perché scriverne è semplice. Ed è semplice perché è codificato. È come se fosse diventato un genere. Come una volta Salgari scriveva “i libri sui pirati” adesso esistono “i libri sui precari”, anche se poi comunque ci sono delle eccezioni da fare, per esempioIl mondo deve sapere di Michela Murgia secondo me è un gran bel libro. Non c’entra niente ma tralaltro una cosa divertente che ho scoperto di recente è che il primo libro di Hemingway era un “libro di pirati”»

I due protagonisti de La cospirazione delle colombe, Alfredo Cannella e Donka Berati – pur se con presupposti molto differenti (Alfredo è un ricco rampollo veneziano, Donka è un talentuoso immigrato albanese) – partono con un grande carico di aspettative per le loro vite, dopodiché un numero sempre maggiore di circostanze inizia ad andare storto e le cose peggiorano inesorabilmente. Prendendo queste loro traiettorie come delle metafore del nostro tempo, oltre che realista sembra anche essere un libro pessimista (tanto più che la vicenda del libro si conclude nel 2015 e quindi la storia si proietta nel futuro)
«Non lo definirei così. Significherebbe implicare un giudizio morale che nel libro secondo me non c’è. Se devo proprio trovare una morale, credo che alla fine coincida con uno degli argomenti liberisti ed economicisti per eccellenza: le persone si comportano a seconda degli incentivi che ricevono. E in questo momento, nella situazione italiana in particolare, la struttura degli incentivi spinge sempre più spesso le persone a comportarsi da squali o da falchi, a massimizzare il loro profitto individuale immediato, piuttosto che ad agire in modo più lungimirante e cooperativo, cioè da colombe. E alla fine ogni singolo individuo, così come la società che poi è la somma dei singoli individui, ne paga le conseguenze. Falchi o presunti tali compresi»

Fammi un esempio di quello che intendi con sistema d’incentivi.
«Beh, prendi il sistema universitario. Perché, facendo un esempio astratto, il professore di medicina dell’Università X assume come ricercatore il proprio figlio o nipote inetto anziché uno studente di talento? Perché non esiste un sistema d’incentivi adeguato che lo spinga a fare diversamente. Se, sempre per ipotesi, ci fosse una legge che prevede che i fondi di una facoltà dipendono dal numero e dalla qualità delle pubblicazioni che escono da quel dipartimento, probabilmente sceglierebbe diversamente, cioè secondo il merito, perché a quel punto ne andrebbe del suo stesso stipendio. Dopodiché noi possiamo comunque condannare la sua scelta familista, anzi dobbiamo farlo perché è dannosa, ma il fatto è che – stando le cose come stanno in questo momento – l’unico argomento che abbiamo per biasimare la sua decisione è quello della “coscienza” che è un argomento piuttosto debole»

Vorrei tornare un attimo sul fatto che il tuo è un” romanzo di trama”. Mi sembra una questione interessante, dato che sembra quasi che la trama sia diventata un’orpello “fuori moda” del romanzo.
«Credo che questa sia una grandissima tara che il romanzo non solo italiano deve scontare. L’idea che la trama sia in qualche modo un mezzuccio con cui adeschi il lettore per somministrargli le cose davvero importanti che vuoi dirgli»

Beh credo sia un po’ una conseguenza del postmoderno. È il motivo per cui non conosco quasi nessuno che abbia finito Infinite Jest, per esempio.
Tu lo hai finito?

No.
Nemmeno io. E credo che se uno scrittore capace e con tutti i mezzi intellettuali di cui disponeva Wallace perde due lettori fortemente motivati… che hanno una buona predispozione alla lettura… dispongono del tempo necessario per leggere un romanzo anche molto lungo etc… beh se uno scrittore perde due lettori così, due lettori che, detto fuori dai denti, rappresentano quello che ogni romanziere vorrebbe… beh significa che ha sbagliato qualcosa; in fondo. Se perdi dei lettori che leggono due libri l’anno allora puoi legittimamente dire che aspiravi a fare qualcosa di più alto, ma se sistematicamente perdi quasi tutti i tuoi lettori come nel caso della domanda: “Hai finito Infinite Jest?” “No, anche se l’ho iniziato più volte” vuol dire che, per quanto tu sia bravo e Wallace era bravissimo, c’è qualcosa che non va.

E si torna al problema della sostenibilità di un romanzo.
«Esatto, c’è questa idea che la trama sia una specie di male necessario. Per cui tu fai della bella analisi psicologica, della bella analisi sociale, della bella prosa e usi la trama per adescare il lettore a beccarsi la pillola; il bastone e la carota. La trama è la carota e il bastone sono le pagine di grande scrittura. E secondo me spesso questa è una prospettiva sbagliata

 

Pubblicato sul Numero 3 di Studio

 

 

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