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Valerio Massimo Manfredi

Parlare con l’autore dello Scudo di Talos di droni e Alessandro Magno, di Game of Thrones e intrattenimento che si ispira all’epos.

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo numero di Studio, che per l’occasione cambia nome e diventa Scrivo. Si tratta di uno speciale annuale soltanto digitale dedicato al mondo della letteratura e, per l’appunto, all’arte dello scrivere. I possessori di iPad possono scaricarlo direttamente dalla nostra applicazione (che, in caso non ce l’aveste, è qui), mentre tutti gli altri possono rivolgersi all’edicola virtuale di PortReview, dov’è in vendita.

 

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Uno dei primi libri che ho letto nella mia vita aveva una copertina blu sormontata da lettere dorate in rilievo. Si intitolava Lo scudo di Talos, e raccontava la vita di un giovane spartano abbandonato sul monte Taigeto per via di una malformazione congenita, come da celebre costume della polis della Laconia. L’autore, Valerio Massimo Manfredi, è uno di quegli uomini di cui si può leggere la biografia come fosse un romanzo: nato in provincia di Modena, da archeologo tra gli anni Settanta e gli Ottanta ha diretto le spedizioni Anabasi per ricostruire la ritirata dei Diecimila del re persiano Ciro; ha partecipato a dozzine di scavi in giro per l’Europa, il Medio Oriente, l’Asia; ha tenuto lezioni e seminari in una lunghissima serie di atenei mondiali (tra gli altri: il New College di Oxford, la University of California di Los Angeles, la National University di Camberra, Australia, l’Università dell’Avana,  a Cuba, l’Universidad de Antiochia a Medellin, in Colombia) ha scritto soggetti e adattamenti per il cinema e la televisione (L’Ultima legione, Le memorie di Adriano) ha condotto programmi Tv (Stargate – linea di confine, Impero). E poi, come sottolinea, giustamente compiaciuta, la biografia del suo sito web, ha venduto dodici milioni di copie dei suoi romanzi in tutto il mondo. L’ultimo, Il mio nome è nessuno – il ritorno, il secondo capitolo di un’opera ispirata dalle epiche vicissitudini di Ulisse, uscirà in libreria il 10 settembre prossimo.

Ho chiamato al telefono Manfredi per parlare con lui del suo rapporto con la storia, intendendo “storia” in senso lato, ovvero soprattutto ciò che ha vissuto in prima persona in decenni di totalizzante devozione a miti e leggende dell’antichità. Gli ho chiesto se ha maturato un rapporto sentimentale con i luoghi dei suoi libri, cosa pensa della scena culturale italiana odierna, e diverse altre cose, da una sua opinione sulla funzione della letteratura a un parere su Game of Thrones e l’èpos reso pop. Ne è venuto fuori un confronto con una persona che, a quanto mi è parso, ha legato indissolubilmente la sua esperienza di vita alle sue storie, tanto da rendere labile il confine tra lo scrittore e l’uomo. Parlando della sua gioventù Manfredi ricorda i tramonti di Micene, cita a memoria interi passi dell’Odissea con tono sostenuto e solenne, da attore tragico, e sottolinea ripetutamente l’importanza di non trascurare le radici culturali, etnografiche e storiche a cui, volente o nolente, siamo legati. Pur non avendo trovato nei suoi lunghi discorsi tracce di malinconia, mi ha dato l’impressione di essere una persona che non dimentica.

Davide Piacenza: In un’intervista del 2002 rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti racconta di una notte passata a parlare con Fidel Castro di raffronti tra l’ellenismo, l’impero romano e lo scenario internazionale di allora. Oggi, a dodici anni di distanza da quel giorno, crede che la storia possa ancora essere una lente attraverso cui leggere il presente? Si può guardare ai regni antichi per spiegare, almeno in parte, la questione irachena, il ruolo degli Stati Uniti e quello della Cina?

Valerio Massimo Manfredi: Il passato torna sempre, è l’infanzia dell’uomo. Io sono convinto che sia un’ottima lente attraverso cui guardare alle dinamiche del presente, anche se ovviamente non può valere come criterio unico per inquadrare la realtà. Tutti gli imperi sono sempre stati fondati sul sangue e la volontà di potenza (e, per inciso, la volontà di potenza è ciò che riaffiora anche in momenti insospettabili: prendete i Mondiali, in cui le nazioni si affrontano mediante l’immagine di undici uomini in un’arena), e lo stesso è per i loro rimasugli, quelli odierni.

DP: Guardando all’America di oggi, comunque, direi piuttosto che gli imperi odierni sono fondati sui droni.

VMM: Non è mica vero, sa? Tempo fa ho letto un articolo su un magazine americano che parlava degli uomini che manovrano i droni. Vanno al lavoro, comandano a distanza quelle macchine che magari operano in Pakistan, poi tornano a casa e chiedono ai figli cos’hanno fatto a scuola. Stanno impazzendo. In gioco c’è il potere, in qualunque forma lo si voglia intendere, e gli inevitabili spargimenti di sangue che richiama. Come ai tempi di Alessandro.

DP: Da storico, qual è il suo punto di vista sull’Europa?

VMM: Tendiamo troppo spesso a dimenticare: l’Unione Europea ci ha dato il periodo di pace più duraturo della storia del continente. Dovremmo ringraziarla. Chi vorrebbe invece disintegrarla, spesso con un bieco populismo, non sa di che parla. I suoi malfunzionamenti sono dovuti al fatto che il processo di unione non è ancora completato: siamo pur sempre olandesi, tedeschi, spagnoli, italiani. Ma è questo il punto vero.

L’Unione Europea ci ha dato il periodo di pace più duraturo della storia del continente. Dovremmo ringraziarla.

DP: Oggi diverse produzioni concorrono, come ha avuto certamente il merito di fare anche lei con le sue opere, a rendere popolare un certo storytelling improntato sul modello del romanzo storico. Le è mai capitato di guardare Game of Thrones, ad esempio, una delle serie Tv più popolari del momento?

VMM: La mia opera non è propriamente pop, per quanto il bacino di lettori comprenda anche i ragazzini delle scuole superiori e ceti meno istruiti: ho lettori di alto livello, laureati, ricercatori, storici. Dietro a Il mio nome è Nessuno, ad esempio, c’è un lavoro di ricostruzione immane. Ora va di moda l’intrattenimento che si ispira all’èpos (d’altronde la stessa Odissea, raccontata oralmente, aveva inizialmente un fine anche ricreativo). Io Game of Thrones non lo guardo: lo seguono i miei figli, però, e gli piace molto. Ma c’è differenza tra ciò che faccio io e queste produzioni. È però vero che l’uomo per natura ha bisogno di evasione, di vivere altre vite, la propria non gli basta. In questo senso, ricordo alla presentazione di un mio libro a Parigi, una volta, un signore che mi si avvicinò e mi disse soltanto: »Sono un impiegato di banca che si occupa di contabilità tutta la settimana. Lei mi ha fatto cavalcare Bucefalo. Grazie». E se ne andò.

DP: Quando non si dedica all’archeologia e alla storia, quali sono le letture preferite di Valerio Massimo Manfredi? E perché? Ho letto su una vecchia intervista che da ragazzino impazziva per fumetti come Il Vittorioso;

VMM: Il Vittorioso,  a parte il nome vagamente fascisteggiante, fu un giornale incredibile: il suo messaggio, al tempo, era: vi diranno che abbiamo perso, popolo italiano, ma c’è un gigante che cammina con noi su questa penisola. Io non sono nazionalista, trovo il nazionalismo una forma di stupidità, ma – come dire? – a volte al cuor non si comanda, è questione di legami con la propria cultura. Comunque, adesso leggo più che altro su treni e negli aeroporti: mi sono piaciuti Ammaniti e l’esordio di Giordano, ma per il resto mi dedico a ciò che segnala la critica (del premio Strega, invece, mi fido poco: negli ultimi anni mi ha molto deluso, devo dire).

DP: Tempo fa ospitammo su Studio un lungo ritratto di Emmanuel Carrère che spiegava, essenzialmente, come lo scrittore francese abbia scavato dentro se stesso per scrivere opere come L’Avversario e Limonov. È capitato anche a lei di ritrovarsi in un suo personaggio o accorgersi di aver messo qualcosa di lei all’interno di un suo libro?

VMM: Mi è capitato una sola volta, con Palladion, il mio esordio, e da allora non l’ho più rifatto. Né ho mai riletto quel romanzo, francamente me ne vergogno. Credo che l’autore dell’opera debba essere invisibile, scomparire del tutto. Altrimenti la pregiudica, perlomeno in questi casi.

DP: All’interno delle sue opere la componente descrittiva di paesaggi e città antiche è centrale. Ci sono luoghi a cui si sente particolarmente legato? E che rapporto ha con Roma – il centro topografico “obbligato” dei suoi libri?

VMM: In tutti i luoghi si respira la storia. Mi ricordo ventenne, arrivato a Micene, e ho ancora davanti agli occhi un tramonto che tingeva di rosso le mura ciclopiche. Decisi di leggere ad alta voce il passo dell’Odissea in cui Agamennone racconta a Ulisse come venne assassinato («Come maiali ci scannavano… senza pietà. Il pavimento fumava tutto di sangue… Non ebbe cuore la cagna di chiudermi gli occhi mentre scendevo gemendo nell’Ade»). Fu magnifico. Nei miei libri però la descrizione dei luoghi risponde più a un’esigenza di realismo che ad altro: è come un manuale di ornitologia, per certi versi. Serve un contesto naturale credibile in cui inserire l’oggetto di studio. Di Roma, invece, si possono dire un milione di cose. È un lascito di trenta secoli, per cui è normale che non sia Stoccolma o Ginevra, e anzi: secondo me va bene così. Ricordo una volta, qualche anno fa, in cui mi trovavo dinnanzi al Pantheon con un signore straniero abbastanza fissato con le peripezie di Silvio Berlusconi. Allargai le braccia a indicare il luogo in cui eravamo è dissi «Noi siamo questi». Ed era vero: noi siamo anche e soprattutto quelli che hanno fatto Roma, la città di gran lunga più affascinante del mondo, che porta le testimonianze di ogni epoca che ha vissuto.

DP: Il presente è meno importante?

VMM: No, ma dobbiamo ricordare sempre chi siamo e da dove veniamo. È fondamentale.

DP: Cosa salverebbe (e cosa no), dovendo scegliere, dello scenario culturale italiano odierno? C’è un autore, un editore, una testata, un regista che le piace particolarmente?

VMM: Mi è piaciuto molto Il Divo di Sorrentino, un’opera mirabile realizzata in maniera incredibile. Ne lessi una recensione sul NYTimes che sintetizzava al meglio il punto: «Magari non sapete nulla di politica italiana, ma questo film va visto». Ho fatto i complimenti di persona a Toni Servillo, per la sua interpretazione magistrale: era più Andreotti di Andreotti stesso. La Grande Bellezza invece non l’ho visto. È stata una scelta consapevole: sapevo cosa mi sarei trovato davanti e ci sarei rimasto sicuramente male. Passando all’architettura, Renzo Piano mi commuove. L’Auditorium di Roma sembra una libellula posatasi lì quasi per caso. Un vero colpo di genio.

La Grande Bellezza non l’ho visto. È stata una scelta consapevole: sapevo cosa mi sarei trovato davanti.

DP: La letteratura deve avere per forza una funzione civica? In molti, specialmente da noi, sembrano esserne convinti.

VMM: Dipende, se l’autore ha questa intenzione fin dall’inizio non c’è nulla di male, credo. Così sia. D’altronde anche i grandi poemi dell’antichità avevano una funzione eminentemente civica: educavano i cittadini, li ammonivano a seguire certi comportamenti e disdegnarne certi altri attraverso modelli positivi da imitare e antagonisti da avversare.

DP: Che pensa delle scuole di scrittura?

VMM: Si tratta di un tasto molto dolente: per i ragazzi con vocazione umanistica sembra non esserci più spazio, mentre ai miei tempi la mobilità sociale era normale (ho amici provenienti dalla piccola borghesia o famiglie contadine diventati direttori di giornali, accademici, rettori). È pur vero, però, che scrivere non è cosa da tutti: ci vuole un talento che a molti è negato fin dal principio. Si può imparare – e gli strumenti dati da queste scuole sono più che necessari, in questo senso – ma è anche qualcosa che hai già dentro, secondo me.

DP: Una richiesta finale piuttosto estiva, a chi ha fatto di tanti viaggi, immaginari e non, la sua fortuna letteraria: che itinerario consiglia di seguire, quest’estate, in un’ipotetica vacanza su strada?

VMM: Ricordo che, quand’ero giovane, chi partiva per andare a Oriente iniziava da Istanbul, al famoso Pudding Shop. Erano i tempi degli hippie, e chi era in partenza poteva lasciare un messaggio su una bacheca appesa fuori da quel luogo mitico. Era sempre piena di richieste di aspiranti compagni di viaggio, offerte, annunci.

Partendo dall’Italia, oggi si potrebbero attraversare i Balcani, passando per Zagabria e visitando Belgrado, per poi continuare a sud a Nis, sempre in Serbia e poi, attraversato il confine con la Bulgaria, Sofia e Plovdiv, la mitica capitale della Tracia, detta“la Firenze bulgara” per la bellezza del suo centro storico. Quindi varrebbe la pena di percorrere l’Anatolia e godere della varietà di panorami che presenta passando da ovest a est. Finirei magari al Nemrut Daği, l’imponente montagna turca sulla cui cima sorge l’enorme mausoleo di re Antioco I di Commagene. Ai miei tempi si sarebbe potuto continuare valicando il confine con la Siria, passando per Aleppo e costeggiando l’Eufrate. Oggi no, è troppo pericoloso.

Illustrazione di Karin Keller.

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