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Un’altra storia

La presentazione di un nuovo brand di moda conferma sul campo un report dell'Economist. Lo spread fra noi e il modello scandinavo

Sono stato alla presentazione in anteprima di un nuovo progetto di H&M. Si chiama & other stories, come i sottotitoli delle più classiche raccolte di racconti. Brevemente: un nuovo marchio di moda femminile pensato per un pubblico attento al fashion, con fascia di prezzo variabile e, soprattutto, un mondo molto ben studiato da comunicare. Saranno proprio la cura dei dettagli, lo studio dei consumi e delle passioni e la creazione di un racconto molto vicino al rapporto reale che molte ragazze hanno con la moda secondo me a fare la differenza. Ma vedremo. È difficile dilungarsi qui nel cercare di spiegare perché & other stories sarà praticamente certamente un gran successo – come già le altre iniziative del gruppo fra cui Cos – ma ieri a un primo sguardo e una prima chiacchiera con le due persone incaricate di idearlo, veniva in mente questo: incredibile che non ci avesse pensato nessuno prima. Chi ci lavora? Un team di 45 persone, in maggioranza under 30. Da quanto ci lavora? Tre anni. All’inizio doveva essere un marchio di cosmetica, poi tutto si è evoluto su richiesta dei creativi. “Le foto le fanno due ragazzi di 25 anni alla prima esperienza. Guarda, sono perfette per noi proprio perché non aspirano a e non ispirano affatto alcuna perfezione. È un punto di partenza da cui evolvere, che poi è il concetto di tutto quello che faremo”, raccontava uno dei responsabili.

 

Ricapitolando quello che mi interessa sottolineare qui: un’azienda dal successo e dal fatturato globale gigantesco ha dato tre anni di tempo, carta bianca e molti soldi a disposizione  a un team di una trentina di ragazzi per pensare a qualcosa che evolvesse il rapporto fra moda e donne.
Fra breve, quando arriveranno qui da noi (nei prossimi mesi con un negozio in centro a Milano), partiranno i consueti allarmi dei soloni del made in italy che si rivolteranno contro i vichinghi che ammazzano il mercato e svalutano la qualità. E gli rubano fette fondamentali di clienti.

Invece di lagnarsi, la domanda che dovrebbero porsi è: perché noi non riusciamo a fare come questi svedesi, e cioè investire tempo, denaro e coraggio su idee fresche e innovative?

Molte delle risposte sono in questo report dell’Economist, che vi linko qui.
Chi ha tempo lo legga; ci si specchia dentro tutta l’enorme distanza culturale ed economica fra noi e il nostro futuro.

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