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Un nuovo grande scrittore americano?

Il suo nuovo 10:04, uscito il 2 settembre negli Usa, dice che Ben Lerner è probabilmente lo scrittore più interessante della sua generazione.

Non ho letto in queste settimane Il cardellino di Donna Tartt, il Pulitzer di 900 e passa pagine che quest’estate pare sia stato avvistato con la stessa frequenza dei cruciverba sulle spiagge italiane. Non l’ho fatto non per quello che Alessandro Piperno descrive in un suo pezzo sull’ultimo IL come una forma di snobismo sprezzante, o peggio di invidia, verso i best-seller, che – sono d’accordo con lui – meritano se non spesso, in alcuni casi, rispetto e curiosità, ma perché è come se sospettassi, prima di leggerlo, a cosa andrò incontro, cosa cioè debbo aspettarmi in termini di esperienza di lettura da un libro come Il cardellino: una storia super-appassionante che tiene benissimo per tutta la sua inusuale lunghezza, ma che non lancia nessuna sfida alla forma. E non ho  intenzione di dedicare così tanto tempo a un libro che, immagino, non produrrà la febbricitante esaltazione della cosa nuova, la sensazione che in fondo e forse ingenuamente cerco in ogni libro, o almeno quella che preferisco.

Nel suo pezzo sul Cardellino, Piperno prende un po’ in giro i cultori di una visione che si potrebbe definire resistenziale della letteratura, quelli che pensano che un libro veramente importante non possa avere più di tanti lettori, gli esaltati profeti della letteratura che non si capisce… E anche in questo caso sono d’accordo con lui. Al tempo stesso, trovo strano che Piperno, nei suoi appunti su “come si scrive un libro nel Ventunesimo secolo”, non si curi di notare che la letteratura, quella che crea  una frattura nel tempo, va avanti grazie al brivido della scoperta e che i grandi scrittori sono sempre anche dei pionieri. Se questa condizione della novità non viene minimamente messa in discussione nelle arti figurative e nella musica, nella letteratura e nel cinema, arti dove la forza narrativa è in grado di sopperire alla banalità della forma, non viene sempre considerata indispensabile. D’altra parte la stessa etimologia di “novel” rimanda all’idea di novità, di qualcosa di nuovo.

Negli anni Novanta in America ha fatto questo effetto – la novità – la fertile generazione dei Wallace, Saunders, Vollmann (e di molti altri). In Europa hanno fatto lo stesso effetto, non in un contesto generazionale, ma come radicali casi isolati,  Roberto Bolaño o W. G. Sebald o Michel Houellebecq.

Nel 2013, con ritardo rispetto alla sua data d’uscita non solo americana, ma italiana per Neri Pozza, ho avuto occasione di leggere un libro che mi ha fatto provare come da tempo non mi capitava la febbricitante esaltazione della cosa nuova. Il libro s’intitolava Un uomo di passaggio ed era di un poeta al suo esordio nella narrativa, Ben Lerner. Aveva sedotto scrittori come David Shields e Jonathan Franzen, diversissimi tra loro proprio nel modo di concepire la letteratura. E nel 2011 era stato nominato libro dell’anno da New Yorker, GuardianNew York Magazine. Geoff Dyer lo aveva definito: «Così brillantemente originale nella forma e nello stile da sembrare una premonizione, una cometa dal futuro». Anche Lorin Stein, editor della Paris Review, lo aveva esaltato come qualcosa con cui da quel momento sarebbe stato impossibile non fare i conti.

Cosa c’è di veramente nuovo in Un uomo di passaggio? Si tratta in fondo di un romanzo di formazione in prima persona di chiara matrice autobiografica, anche se il personaggio e l’autore non hanno lo stesso nome. Apparentemente una forma classica, eppure non lo è affatto. La trama viene sostituita dall’automeditazione. La grana della prosa – la sua apparente sincerità – fa pensare al memoir più che al romanzo. Le continue riflessioni critiche sull’arte e soprattutto sulla poesia sono parte inegrante della narrazione. Una commistione che può far pensare ai libri di Sebald, ma che in realtà ha una qualità emotiva molto più intensa, come se un saggio di filosofia si facesse leggere con la stessa partecipazione di un romanzone di Donna Tartt. Un trattato sulle impossibilità comunicative del linguaggio, che trova una confutazione interna nello stesso linguaggio di cui è composto, e che fa piangere, ridere e ci sembra legga nei nostri pensieri come pochi altri libri.

Un trattato sulle impossibilità comunicative del linguaggio e che fa piangere, ridere

Con 10:04, il suo secondo romanzo, uscito il 2 settembre negli Usa, la sensazione che Lerner sia lo scrittore più interessante della sua generazione (è nato nel 1979) si fa più forte. Leggendolo mi sono fatto l’idea che 10:04 sia il libro non solo dell’anno, ma di questi anni o forse degli anni a venire. Come già per Un uomo di passaggio, ogni possibile descrizione non può rendere grazia alla vitalità, alla naturalezza, alla bellezza e, al tempo stesso, alla complessità di questo libro, che si apre con il successo del precedente e cioè con lo scrittore Ben Lerner che discute con la sua agente in un ristorante di alta cucina di un’offerta ricevuta per il suo secondo libro (quello che stiamo leggendo!), dopo l’attenzione ricevuta per un racconto (che più avanti leggeremo in questo stesso libro!) pubblicato, grazie all’attenzione critica ricevuta dal primo libro, sul New Yorker, e scritto in una terza persona con cui Lerner si autorappresenta come l’Autore. Ma, appunto, già questa mia descrizione rimanda automaticamente a un’idea di auto-meta-fiction un po’ trita, che non corrisponde affatto alla sfida alla forma lanciata da Lerner in 10:04. Come ha detto in un dialogo con Tao Lin pubblicato su The Believer: «Di solito la parola ‘metafiction’ viene applicata a lavori che si concentrano sul loro stesso congegno, sul loro essere artificiali, per parodiare le convenzioni romanzesche e dimostrare l’impossibilità di catturare la realtà esterna al testo o qualcosa del genere. Ma non sono interessato a questo. La maggior parte di noi assume questa posizione ironica adesso e quello che io voglio fare – era quello che realmente sentivo di fare se avessi scritto un altro romanzo – è muovermi verso qualcosa di simile alla sincerità. Voglio dire che l’autoreferenzialità del mio romanzo è un modo per esplorare come la finzione – nel bene e nel male – agisca nelle nostre vite, non un modo di parodiare l’incapacità della finzione di prendere contatto con qualsiasi cosa al di fuori di essa».

Se l’idea alla base di Un uomo di passaggio era rappresentare la relazione tra identità e linguaggio, l’ambizione di 10:04 è rappresentare la relazione tra identità e tempo: un uomo di trenta e qualcosa anni nella New York degli anni Dieci, la scoperta di una malattia cardiaca, la richiesta da parte della sua migliore amica di fare da donatore di sperma («perché scopare sarebbe troppo strano»), un apprendistato di paternità condotto su un ragazzino latino con problemi di adattamento, con cui l’uomo esplora il mondo dei dinosauri, la relazione sessuale con un’artista, e tutto intorno la mondanità letteraria («Anche se avevo letto  un solo suo libro che non mi aveva nemmeno colpito, le dissi che da tempo ammiravo il suo lavoro»), gli uragani stagionali, le comunità di quartiere (tra le pagine più belle, una tirata sulla contraddizione di essere membro di una specie di mercato cooperativo e di odiarlo e di trovarlo utile al tempo stesso), una serie di storie di episodi curiosi e drammatici di altre vite che s’intrecciano a quelle dell’uomo, e infine le prolungate meditazioni che si trovavano anche nel romanzo precedente sull’arte, il cinema (Ritorno al futuro è il film più citato), la letteratura (altre bellissime pagine sono quelle in cui Lerner individua il momento in cui decide di diventare poeta nel discorso che Reagan tenne per commemorare le vittime dell’incidente dello Shuttle del 1986).

Se l’idea alla base di Un uomo di passaggio era rappresentare la relazione tra identità e linguaggio

Alla complessità dell’impalcatura non corrisponde quella tipica ostilità postmoderna: la mancanza di empatia ricca di intenzionalità teorica che va tutta a discapito del piacere di leggere. Come ha detto il suo primo editor: «Lerner è il primo scrittore che sembra avere infranto efficacemente quella specie di obbligo alla postura ironica» e non perché nei suoi libri non si trovino ironia o disincanto, ma perché la complessità dell’esperienza umana non può essere tutta ridotta all’ironia e al disincanto. E se l’idea che 10:04 sia un romanzo in senso stretto appare forzata (sul New York Magazine è stato definito un «semi-memoir» e lo stesso Lerner lo ha definito «una cosa che sta tra fiction e non fiction»), il libro  rispetta la definizione quanto meno sul piano etimologico: 10:04 è infatti qualcosa di nuovo sotto molti punti di vista, una novità, ne sono convinto, che verrà ancora più ampiamente riconosciuta nei prossimi mesi.

Intanto le prime reazioni della critica americana sembrano magnifiche:

Su Flavorwire: «Il romanzo di Lerner è un trionfo che fa vacillare le vette della finzione […] Un capolavoro della meta-fiction che illumina il modo in  cui funziona la nostra mente».

Sulla Los Angeles Review of Books: «La futurità è il tema principale di 10:04, il futuro della naufragata metropoli di New York, il futuro dell’arte, il futuro del capitalismo, il futuro del pianeta, o il futuro rappresentato da un essere umano non ancora nato, come quello che Alex aspetta nella scena finale del romanzo».

Nell’immagine in evidenza: Ben Lerner.
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