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Come si dice addio

Ratzinger, Ferrara, Totti, e ora l'uscita di scena di Elio (e le Storie Tese). Una casistica di addii celebri e recenti analizzati come genere letterario.

Difficile prendere sul serio Elio, anche quando annuncia il ritiro della band. Gli Elio e le storie tese non suoneranno più. Un ultimo concerto e poi stop. L’annuncio sembra dato per caso, durante un’intervista del programma Le iene: «Siamo insieme dal 1985, è importante capire quando è ora di dire basta». Il 19 dicembre è previsto un “concerto d’addio” a Milano. Dopo papa Benedetto XVI, negli ultimi anni hanno lasciato le loro attività personaggi molto diversi, spesso a sorpresa, ognuno con il suo stile e le sue motivazioni: Philip Roth non scriverà più, Francesco Totti non farà più gol, Giuliano Ferrara non si farà più chiamare direttore, ora gli Elio e le storie tese si sciolgono. Tutti pensano che sia l’ultimo scherzo della band, ma Elio conferma: «Ormai siamo antiquariato e vogliamo fare altro».  

L’addio di Papa Benedetto XVI, nel 2013, è un terremoto per i media e i fedeli: gli editoriali alludono a una rinuncia avvolta nel mistero. Dà l’addio leggendo un testo in latino senza sollevare lo sguardo. Nel dare la notizia si dà l’orario esatto: «Questa mattina, alle 11,46, il Papa ha annunciato a sorpresa che lascerà il pontificato dal 28 febbraio». Si dice addio liberamente, per uno slancio di libertà sfrenata o perché si è costretti, per fattori esterni o perché si avverte una mancanza di vigore, a volte si lascia per tagliare una parte di sé ormai infeconda, altre volte per cominciare qualcosa di nuovo, per stanchezza, per noia, o per uno scatto in avanti carico di speranza nel futuro. Per chi si ritira, e per chi riceve la notizia, l’addio va comunque elaborato, come un lutto.

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Come si dice addio in un’epoca in apparenza priva di cerimoniali e in cui l’imperativo è non invecchiare mai, essere onnipresenti, lavorare fino alla fine? Quando le labbra di Benedetto XVI pronunciano la frase cruciale delle dimissioni, il tono della voce resta invariato, come si trattasse di una notizia a margine: «Vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa». Sa che è una decisione grave ma il Papa cela ogni emozione. Nel congedo, per tradizione, il tono può essere distaccato o caloroso, la retorica richiede uno stile solenne, quello dei grandi momenti.

Al termine dell’ultima partita, Totti si rivolge ai suoi tifosi: «Ci siamo, è arrivato il momento. Purtroppo è arrivato un momento che speravo non arrivasse mai». L’addio di Totti è annunciato da anni, nell’ultimo periodo ogni minuto in campo o in panchina è stato un’agonia. L’arbitro fischia. Lacrime, applausi, commozione che trabocca dallo stadio. Come addolcire l’addio? Totti fa un giro di campo, una piccola processione con la famiglia. Piange sotto alla Curva Sud. A metà campo con Ilary Blasi e i figli legge una lettera d’addio, un concentrato di retorica del congedo con iperboli e metafore. La lettera gronda gratitudine – «25 anni non si dimenticano così con voi dietro le spalle che mi avete spinto nel bene e nel male, nei momenti belli ma soprattutto in quelli brutti» – usa quella che i manuali definiscono “excusatio propter infirmitatem”, ovvero un’affermazione di modestia con cui ci si dichiara non all’altezza dell’argomento trattato, «non so se saprò leggere queste righe prima di scoppiare in lacrime», poi si eleva verso un crescendo sempre più drammatico: «Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta».

Ospite della trasmissione Le invasioni barbariche, Giuliano Ferrara annuncia quasi incidentalmente di lasciare la direzione del quotidiano che dirige. Daria Bignardi gli chiede: «Tu scrivi “Renzi ha ragione: largo ai giovani bando ai tromboni”, hai mai pensato di lasciare la direzione del Foglio a un giovane?». Ferrara spiazza tutti: «Certo, certo, la lascio a Cerasa. Entriamo nel ventesimo anno, è ovvio, io non sono mica un satrapo, non posso stare mica quarant’anni in un giornale». Negli anni in cui si sogna di rottamare una generazione che non lascia spazio ai giovani, chi se ne va è un faro, un eroe, un giusto. Ferrara lascia la direzione a un trentenne. Eppure davanti agli addii gli ammiratori sono inevitabilmente delusi, reclamano ancora uno sforzo, un’ultima partita, ancora un ultimo tour. All’epoca dell’addio di Ratzinger, Ferrara commentò così la decisione del papa: «Ha escogitato con l’abbandono la più radicale e simbolica riforma della chiesa da secoli a questa parte». Considerò l’abbandono del papa «un atto di implicita modernizzazione». Gli addii possono essere gesti di umiltà, di coraggio, di generosità, o di superbia (così Ferrara interpreta l’abbandono della direzione del giornale).

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Le pagine culturali di tutto il mondo commentano l’addio letterario di Philip Roth. Alla fine del 2012 l’allarme scoppia con mesi di ritardo. Verificata la notizia, il Wall Street Journal nota come la difficoltà nel pensare al ritiro di Roth derivi anche dalla fonte della notizia: «Una rara intervista con una pubblicazione pop francese che la maggior parte dei lettori statunitensi non conosce [Les Inrocks]». «Ho dedicato la vita ai romanzi: li ho insegnati, scritti e letti, a esclusione di quasi qualunque altra cosa. Basta!», dice Roth, che guarda al silenzio prematuro di E. M. Forster: «Smise di scrivere romanzi a quarant’anni. E io che ho scritto un libro dopo l’altro, adesso non scrivo più nulla da tre anni». L’addio prematuro dello scrittore costituisce una retorica a sé, che va da Rimbaud a Salinger, un mito indagato nel libro Bartelby e compagnia (Feltrinelli) dove Enrique Vila-Matas lo definisce “sindrome di Bartleby in letteratura”,

Nell’addio si insinua sempre la possibilità di un ripensamento. Che qualcosa intervenga a far correre le lancette al contrario. Che chi ha deciso di lasciare cambi idea, torni sui suoi passi. Ma soprattutto nell’addio si insinua sempre la circolarità: il papa pregherà per la Chiesa che lascia senza pastore, Ferrara scriverà ancora per il Foglio, Totti assiste alle partite e resta nella società della squadra e magari un giorno sarà l’allenatore.

Cosa avviene dopo l’addio? Il futuro è per definizione incertezza. Benedetto XVI mantiene l’abito bianco, si fa chiamare “papa emerito”; Totti dà voce all’angoscia: «Adesso ho paura, non è la stessa cosa di quando devi segnare un rigore, stavolta non posso vedere cosa ci sarà dopo». Ferrara si propone come sostenitore del giornale che lascia: «Farò il tifoso del Foglio e se Cerasa vorrà, continuerò a scrivere».

C’è un tempo per dire addio e un tempo per ritrovarsi, dice l’Ecclesiaste. Dietro ogni addio c’è infatti sempre lo scorrere del tempo, il sentimento vertiginoso di essere stati scaraventati via dal presente. Elio lo sintetizza così, con ironia: «Ci vuole l’intelligenza di rendersi conto di essere fuori dal tempo, youtuber, rapper, influencer queste sono le persone che parlano ai giovani oggi. Io sto pensando a un progetto reggaeton perché lì premi un tasto e non devi preoccuparti più».

 

 

Foto Getty
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