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The Cool President

Con la convention di Philadelphia si chiude l'era Obama. Un presidente che ha fatto dimenticare i suoi problemi politici con una coolness inarrivabile.

Guida l’automobile con una mano sola, il polso appoggiato in alto sul volante, usare due mani è un po’ da sfigati. Gli piacciono i bambini piccoli, otto anni massimo, perché gli toccano le orecchie grandi e ripetono “barackobama” tutto attaccato. Invidia Teddy Roosevelt, che quando era presidente se ne andò per un mese al parco di Yellowstone senza che nessuno lo disturbasse. Si fa telefonare per essere svegliato, non ha mai toccato il termostato della sua stanza, adora i nachos, ma se non c’è il guacamole s’innervosisce. «I’m the cool president, right?», si fa come piace a me.

president_official_portrait_hiresPrima dell’inaugurazione della presidenza Obama, nel gennaio del 2009, le strade di Washington erano piene di cappellini, spille, t-shirt, fotografie, fascicoletti dell’inauguration program, borse, felpe, poster del futuro inquilino della Casa Bianca. Il suo volto era dappertutto, le persone intervistate dalle televisioni lo chiamavano “il presidente del popolo” e “yes I can” era l’espressione più utilizzata in ogni conversazione, seguita da sguardi complici. Gli esperti di marketing comparivano dappertutto rilasciando lunghe interviste sulla costruzione del brand, studiavano le contaminazioni pop, e il “cool president” aveva sostituito nell’immaginario collettivo, prima ancora di insediarsi, icone che erano lì da decenni. Qualcuno con cautela diceva: non esageriamo dai, quel che farà una volta alla Casa Bianca potrà corrompere la percezione della sua immagine così potentemente positiva.

Non era vero. In otto anni di presidenza, Barack Obama ha disatteso molte speranze, ha mantenuto poche promesse, ha deluso tanti sostenitori, ma la sua “coolness” è rimasta intatta, anzi, si è colorata d’argento come i suoi capelli, si è arricchita di una quantità di immagini, video, ospitate, selfie, tweet, aneddoti, playlist, battute, leggende che fanno pensare che non ci sarà mai più un presidente come lui. Negli anni, Obama ha saputo declinare la propria immagine a seconda del pubblico, marito ubbidiente ai talk del mattino, comico in chief ai Correspondents’ Dinners, celebrity navigata ai talk della sera, padre tollerante nelle foto di famiglia con le figlie con la gonna corta, critico letterario negli interventi sui magazine culturali, amante raffinato della musica e del basket, retore irraggiungibile nei discorsi. I giornali si riempivano di retroscena che svelavano il lato cinico di Obama, il gruppo sempre più ristretto di consiglieri cui si affidava, il poco amore per il confronto, il dileguarsi dello spirito bipartisan e di quello lincolniano del «team of rivals», la frustrazione dettata dall’uso smodato e obbligato di Nicorette, ma la sua immagine si colorava di nuove sfumature, mai banali: la passione per le serie tv, per la musica, per i libri, per le storie. Obama ha sempre navigato lì in mezzo, il sorriso caldo e il cuore freddo, tra resoconti politici disarmanti – quei meeting a parlare di Siria, duecentomila morti e nessuna strategia, e lui annoiato che mastica chewingum fissando il Blackberry – e uno charme inarrivabile, puntellato dall’oratoria e dall’ironia, che ha spostato la soglia della “coolness” in altissimo.

 

L’americanissima insoddisfazione

Nel novembre scorso, Obama ha intervistato, sulla New York Review of Books, Marilynne Robinson, famosa scrittrice amata dal presidente per i suoi romanzi pieni di fiducia nell’altro e di paura e di cristianità e di riscatto. Obama si è sottoposto a ogni genere di avventura, è andato a parlare dell’Obamacare, nei giorni in cui non funzionava nemmeno il sito e s’insinuava che la riforma fosse una colossale fregatura, a Between Two Ferns con Zach Galifianakis che lo ha preso in giro tutto il tempo; è andato in Alaska a fare selfie sulle montagne – con l’orrendo bastone – assieme a Bear Grylls, esploratore e conduttore televisivo, parlando di orsi e sezionando salmoni morti. Il format dell’intervista al letterato mancava, e l’incontro con la Robinson è, per il momento, il manifesto più accurato dell’eredità filosofica-culturale del presidente.

Un inedito così raffinato non avrebbe potuto trovare sfondo migliore dell’Iowa, dove la storia di Obama è cominciata: questo Stato del Midwest tutto campi e pianura è fondamentale per lui, perché rappresenta quel che Obama era e avrebbe voluto essere, il presidente del popolo. Il candidato Obama era irresistibile, lui stesso, parlando con la Robinson, ricorda che era bello arrivare lì, nei microincontri dell’Iowa, e non essere conosciuto da nessuno, non aver ancora subito il trattamento che Fox News riserva ai politici democratici, «ero solo quello con il nome strano». Intervistando la Robinson, spiega che il suo cruccio è colmare lo spazio che c’è tra la vita quotidiana e la vita politica. Per questo il buon senso ricorre nei discorsi del presidente come un mantra: in politica estera «don’t do stupid stuff», non fare scemenze, è diventato un dogma cui attenersi con scrupolo, anche quando sfuggiva – e sfugge – la definizione stessa di scemenza.

President Barack Obama

Obama ha provato a correggere le differenze tra il candidato e il presidente, spinto da quella insoddisfazione americanissima che porta a volere sempre di più, ad andare verso ovest, e poi ancora più in là, in quella corsa vorace e creativa che rende l’America speciale. Durante le primarie del 2008 Obama diceva di essere un ammiratore di Ronald Reagan e della sua abilità di cambiare l’umore a un intero paese. Seguendo i passi di quell’ottimismo, Obama si è presentato come l’interprete più convito e vitale del sogno americano, «credo con ogni fibra del mio corpo nell’eccezionalismo americano». E infatti intervistando la Robinson, il presidente in carica parla di un Paese eccezionale, ma lo scarto tra quel che il candidato avrebbe voluto essere e poi da presidente è stato appare, a tratti, abissale: il ruolo dell’America nel mondo, negli anni di Obama, è diminuito. Se c’è una critica che oggi il presidente patisce è quella di non aver saputo trasferire il suo amore per l’America in una politica adeguata e forte all’estero.

 

I gusti raffinati

In What Jefferson Read, Ike Watched, and Obama Tweeted: 200 Years of Popular Culture in the White House, un libro del 2013, Tevi Troy ha ricostruito le passioni culturali dei presidenti degli Stati Uniti: Abramo Lincoln che veniva sgridato dal padre perché rileggeva avidamente gli stessi libri (soprattutto la Bibbia), Jimmy Carter che ai romanzi preferiva i film – ne ha visti 480 durante il suo mandato singolo – Franklin Delano Roosevelt che si era portato 50 gialli alla conferenza di Teheran del 1943, Ronald Reagan che si faceva ispirare da Rambo per gestire i dirottamenti degli aerei, Richard Nixon che si dilettava con le recensioni letterarie (ne aveva pubblicata una nel 1952, sulla Saturday Review of Literature), e poi naturalmente Bill Clinton con il suo indimenticato sassofono. Secondo Troy, ogni presidente ha avuto passioni genuine, anche George W. Bush è sempre stato un gran lettore pure se non si è mai fatto grande pubblicità (oggi dipinge, e resta sempre piuttosto schivo), e quelle di Obama sono da sempre la musica e la tv.

Ogni anno Barack e Michelle fanno la review dei film, dei libri, delle canzoni e delle serie tv cui si sono appassionati

In Dreams from my father, Obama ha raccontato che, quando era ragazzo, al pomeriggio dopo aver fatto i compiti guardava molta tv, anche durante la cena il televisore rimaneva acceso e poi, andando a letto, si metteva le cuffie e ascoltava musica a tutto volume. I suoi gusti, i suoi interessi sono nati allora, in questi anni di presidenza si sono adattati al nuovo ruolo ricoperto, con un occhio attento – questo è un altro tratto fondamentale della presidenza Obama: il calcolo – all’effetto che fa. Ogni anno, a dicembre, Barack e Michelle fanno la review dei film, dei libri, delle canzoni e delle serie tv cui si sono appassionati. Secondo le ultime confessioni, Michelle non riesce a togliersi dalla testa il ritornello di “Uptown Funk” di Bruno Mars (che ha cantato nell’intervallo dell’ultimo Super Bowl, a febbraio), mentre Barack canticchia “How Much a Dollar Cost” di Kendrick Lamar, che è stato invitato alla Casa Bianca ed è stato consacrato come il rapper più bravo che c’è (tra i cantanti che Obama ha incontrato, ricorda spesso Bob Dylan, l’unico che non ha fatto le prove prima di esibirsi, l’unico che non ha voluto farsi un selfie con il presidente). Poi ci sono le serie tv, The Wire soprattutto, la migliore secondo Obama, che oggi guarda appassionato anche The Knick, ma si tiene aggiornato su tutto, non perde occasione per dimostrare che è immerso nella cultura americana: quando a gennaio gli è stato chiesta la grazia per Steven Avery, protagonista disgraziato della serie Making a Murderer, pare che abbia risposto: «Mi avete spoilerato la fine!».

 

I droni, il Grande Fratello 

Le contaminazioni funzionano in due sensi: c’è quel che Obama guarda e preferisce e c’è quel che i film, le serie tv, i libri rappresentano. In questi anni, molte serie tv si sono concentrate sulla guerra, e in particolare sui droni, che sono uno dei simboli delle modalità belliche privilegiate dal presidente. 24 ha realizzato una stagione speciale, nel 2014, quattro anni dopo la fine dell’ultima, in cui si racconta la vendetta della moglie di un jihadista ucciso in un attacco aereo in Pakistan: la donna, aiutata dai figli, prende il controllo di sei droni, che puntano su Londra. Il capo di stato maggiore dice al presidente che non c’è modo, tecnicamente, di riprendere il controllo dei droni dirottati. Fuori dall’ambasciata a Londra ci sono proteste contro l’utilizzo da parte dell’amministrazione degli aerei senza pilota: sono la rappresentazione fedele di quel che per mesi è avvenuto davanti alla sede della Cia quando Obama era sotto accusa per l’utilizzo indiscriminato e illegale dei droni. Homeland, che è una delle serie tv che il presidente ama di più, ha dedicato due stagioni a temi cruciali della politica estera americana: i droni, per l’appunto, e la guerra in Siria, con un attacco pianificato dagli islamisti nel cuore di una città europea (Berlino).

Anthony e Joe Russo, i registi di Captain America: The Winter Soldier, uscito nel 2014, hanno raccontato che la Marvel aveva chiesto loro di realizzare un political thriller, così si sono messi a guardare quali fossero le questioni che più creavano ansia nel pubblico americano: «Avevano molto a che fare con le libertà civili, gli strike dei droni, la celebre “kill list” del presidente, la tecnologia preventiva». Non è un caso che buona parte del plot del film riguardi anche la collezione di dati, l’utilizzo di informazioni sensibili: «Tutto portava a Snowden» – hanno detto i fratelli registi – «Era già nell’aria, faceva già parte dello zeitgeist». Eppure lo scandalo dell’ex dipendente della National security agency che ha divulgato documenti che raccontano il cosiddetto grande fratello americano non era ancora scoppiato quando i Russo preparavano il film. Ma il tema del controllo, delle vite degli altri spiate senza un motivo apparentemente legittimo, compare anche – e molto – nella serie tv The Good Wife: i due ragazzi che intercettano le conversazioni della protagonista sono ispirati a Snowden, forse sono un po’ più allegrotti, ma questo in realtà non possiamo saperlo. I droni, le conversazioni spiate. Questo è rimasto in parte dell’immaginario americano della presidenza Obama, assieme alle forze speciali, le Special-ops, che spopolano da tempo, da quando il commando dei Navy Seals ha ucciso Osama bin Laden nel covo pachistano di Abbottabad.

President Barack Obama

Abbassare le aspettative

È riduttivo pensare che della presidenza Obama resteranno soltanto le bombe sganciate dall’alto da mani e occhi lontanissimi e la grande invasione degli Stati Uniti nella privacy dei cittadini americani e dei leader internazionali. Come ha scritto David Bromwich su Harper’s, esercitandosi già nel giugno scorso sull’eredità obamiana (con un approccio sconsolante, il titolo era: “Quel che è andato storto”), «la politica estera di Obama ha rivelato un tratto comune a molti presidenti democratici: lui considera la politica interna la sua responsabilità maggiore. La politica estera è un fardello necessario, un peso da trasferire ad altri». Se l’accordo sul programma nucleare dell’Iran resterà nel curriculum presidenziale come il game changer più importante della sua carriera – gli effetti di questa scommessa si scopriranno solo con il tempo – è sul fronte interno che Obama ha cercato di lasciare i segni più profondi della sua filosofia di speranza e cambiamento.

Lo spirito bipartisan lanciato con il celebre «siamo un’America sola» sempre in Iowa nel 2008 è sì evaporato, e le epiche lotte tra partiti sono diventate materia gustosa per le sceneggiature (House of Cards è la rappresentazione spietata di questo scontro). Ma l’Obamacare, il matrimonio gay, le riforme pur tardive sull’utilizzo delle armi, gli incentivi per gli studenti, i progetti culturali per l’integrazione delle minoranze, e soprattutto la ristrutturazione economica dell’America in controtendenza rispetto alla stagnazione globale riempiono la colonna degli obiettivi centrati dall’Amministrazione Obama. Anche se forse non nei termini che il presidente avrebbe voluto: nonostante ogni riforma sia stata arricchita dei fronzoli di uno spin formidabile, restano ombre sull’efficacia concreta di queste misure. Che poi è il guaio di Obama: restare quello che avevo promesso di essere, costruire quello che avevo promesso di costruire. Le aspettative sono state l’ostacolo maggiore per Obama, ma è stato lui a piazzarle là in alto e a non volerle mai abbassare, se non spacciando per pragmatismo i tratti della sua inadeguatezza.

 

Le parolacce

“Comedian in cars getting coffee” è una delle ultime “pop performance” di Obama. Jerry Seinfeld va alla Casa Bianca con una Corvette azzurra, bussa alla finestra dello Studio ovale, entra, si stravacca sul divano, mangia una mela senza chiedere il permesso, poi il presidente gli dice andiamo, ma non lasciare lì la mela morsicata, Seinfeld dice: posso buttarla via?, e Obama gli risponde: «Sì, lì però, nella pattumiera non presidenziale». Iniziano così il loro giro, parlano della notorietà (Obama sogna di potersi fare una passeggiata da solo), della prima notte alla Casa Bianca, degli adorati nachos, delle maledizioni lanciate, le parolacce, gli insulti stupidissimi per sbollire la rabbia, dei leader incontrati, parecchi pazzerelli, il potere non basta mai, «hai male ai denti e non riesci più a fare la pipì», ma non ti vuoi più muovere. Obama invece ora si muoverà, smetterà di parlare della politica come se fosse una partita di football – c’è sempre un pertugio, anche nella mischia, in cui puoi infine andare – e diventerà un ex presidente. Dice che l’America è «astorica, ci dimentichiamo anche quel che è accaduto due settimane fa», ma spera di essere, anche questa volta, un’eccezione, il primo presidente nero, il primo presidente pop, il primo presidente indimenticabile, con quel suo mix di ottimismo e di arroganza, il sorriso caldo e il cuore freddo.

Immagini di Pete Souza, Samantha Appleton
Tratto dal numero 26 di Studio
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