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The Apprentice

Una recensione tra il serio e il faceto del nuovo "talent show" per imprenditori condotto da Flavio Briatore (nella versione americana c'è Donald Trump).

Cielo, il canale in chiaro di Sky, dopo il successo di Masterchef della scorsa stagione ci riprova quest’anno portando in Italia il format di The Apprentice. L’idea dietro il programma è molto semplice: si estraggono casualmente 16 persone, fra uomini e donne, in grado di digitare la metafonesi in Moët et Chandon senza incollarla da Wikipedia e di presentarsi come “manager”, “imprenditrice” o “businessman” guardando dritto in camera senza ridere, e poi li si guarda combattere fra di loro. Il premio, per questi proprietari di società, autostima ingiustificata e golfini pastello è l’opportunità, per un anno intero, di passare il Vertu a lavorare con Flavio Briatore, il Boss di The Apprentice Italia.

Nella versione originale americana il “Boss” è Donald Trump, un ideale di imprenditore di successo che solitamente esiste solo in città in cui gli imprenditori si travestono per combattere il crimine, ma che in questo caso edifica realmente grattacieli in tutti gli Stati Uniti e ha minacciato di correre alle primarie Repubblicane in quota Tea Party. Recentemente, ha anche suggerito di boicottare, dichiarare guerra e inviare i Navy Seal (in quest’ordine) in Italia per liberare Amanda Knox.

Essere stati scelti per rappresentare la controparte italiana deve essere stato quindi un onore per Flavio Briatore, che infatti si presenta alle telecamere con un nuovo contenitore umanoide messo a punto per interagire in televisione; un modello umano quasi indistinguibile da quelli reali, anche se ancora perfezionabile desaturando l’arancione della pelle e risolvendo i bug del movimento a scatti e la ripetizione insistente di frasi come “mi serve gente cazzutta”, “mi servono donne con le palle”, “dimmi una buona ragione per cui non dovrei eliminarti” e “sei fuori”, invece di “sei licenziato”. Questi problemi, e la scelta di indossare occhiali azzurri, spiegano il fastidio che proviamo quando appare Briatore, prigioniero nell’Uncanny Valley, a destra di “animale impagliato” e ancora all’inizio di una ripida salita che parte da “zombie”, sorpassa “cadavere” e arriva a “persona in salute”.

In realtà, in The Apprentice, il ruolo di Briatore sembra quello di apparire il meno possibile. Ogni episodio inizia con un dettagliato resoconto aggiornato dei successi dell’ex manager di F1 a cui fanno subito seguito riprese in elicottero di Milano, montate con attenzione per eliminare ogni quartiere della città non in possesso di almeno un palazzo in acciaio e vetro. Molte scene sono addirittura girate in Porta Garibaldi, fra grattacieli incompleti e invenduti e nuovi centri urbani che non esistono. Il risultato visivo finale diventa una involontaria metafora del programma stesso: cercare disperatamente di nascondere quello che si è in realtà per proporre una visione fittizia al di sopra delle proprie capacità. È il caso, per esempio, di Enrico Tarantino, presentato nella bio come un genio dell’ingegneria informatica capace di realizzare da Gallipoli «una delle prime applicazioni per Android». Basta visitare lo scarno sito della sua società per scoprire che ha sviluppato in realtà la prima applicazione per Android dedicata al museo Marconi. Secondo Google ha registrato fino a oggi un volume di download compreso fra i 50 e i 100. Non esattamente la stessa cosa, ma a sua discolpa Google non tiene però conto dei suoi occhi azzurri.

Ma il punto centrale di “talent show” come questo rimane comunque la prova da giudicare, e in The Apprentice i test per valutare le capacità della “nuova classe dirigente” sono cose come contrattare il prezzo più basso possibile per il pesce al Mercato Ittico di Milano, o contrattare il prezzo più basso possibile per dei guanti da Accessorize o dei flute da Muji da presentare poi al giudizio del direttore del Principe di Savoia. Proprio in queste situazioni nascono i migliori momenti del programma. Ricchi e privilegiati ereditieri indossano dei camici bianchi per puzzare di pesce come noi, per un giorno! E per mendicare quello sconto in più alla bottega in centro! The Apprentice si rivela quindi un programma estremamente moderno. Impariamo che le donne sono brave a comprare il pesce e a flirtare per avanzare nella loro carriera. «Dai, dai, dai guardaci negli occhi», dice Jessica Cibin a un edicolante prima di comprare 30 statuine del Duomo. «Ma visto che siamo tutte belle donne, ma un ottantino al posto di novanta euro?». Impariamo invece che gli uomini non sono buoni al mercato, ma eccellono invece negli hotel di lusso e a non litigare fra di loro e a non piangere quando perdono.

Quello che unisce entrambi i sessi è invece la perversione della lingua italiana; il vero sottotesto di tutto il programma. Nel mondo di The Apprentice la nota teoria di Calvino sull’Italia dei professionisti decisi a parlare una goffa lingua pretenziosa per apparire più importanti perché vittime dell’odio per loro stessi è la norma. Enrico Tarantino parla di macro-fasi, di quanto sia confidente, di trade-off per organizzare una mattinata di shopping a comprare dei gemelli e un mazzo di rose. Una manager di Pavia ricorda alla gente a casa quanto sia importante fare team building con tanta sinergy per ottenere successo.

Altri loro colleghi hanno semplicemente i super-poteri più noiosi del mondo. C’è Stefano che è capace di giudicare la qualità di un bicchiere da champagne osservandolo al sole per 3 minuti! Alberto capisce la bontà del foie-gras scuotendo la scatoletta! Matteo convince le persone a fargli pagare meno le cose tirando fuori banconote da 50€ e urlando “HO SOLO QUESTI, SOLO QUESTI NEL PORTAFOGLIO!”

Tutto questo per assaporare il piacere di non essere cacciati dal dito di Briatore, via dal suo ufficio e dalla sua segretaria armata di penna e fogli di carta e dal vocabolario più sottile del mondo. Via dalla gita in barca quando si vince alla fine. A stappare bollicine chiedendo “a voi mancano le ragazze per caso?” per sentirsi rispondere “No, abbiamo le fragole”.

 

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