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Se i libri non vanno a Milano…

Dopo l'insuccesso dell'edizione 2017, Tempo di libri sembra continuare a tralasciare la sua vocazione: diventare un riferimento per l'economia dell'editoria.

Quali erano i presupposti che l’estate scorsa fecero consumare lo strappo dei grandi editori con il Salone del libro di Torino? L’edizione 2016 della fiera torinese fu la goccia che fece traboccare il vaso: calo di pubblico e scandali e corruzioni varie, ma soprattutto, si diceva l’anno scorso, l’incapacità di Torino di sviluppare, all’interno della fiera, una parte “industria” che potesse far gola anche agli attori europei. Il Salone di Torino è sempre stato più orientato al pubblico che agli affari, ed è sempre stato più locale che globale, si diceva e si leggeva nel documento dell’Aie, e Milano, la città italiana delle fiere per eccellenza, oltre che capitale italiana dell’editoria perché sede delle principali aziende del settore, avrebbe avuto rispetto al capoluogo piemontese una maggiore capacità di attrarre visitatori. C’erano in filigrana altre ragioni, ma restiamo a questo semplice dato oggi che ci troviamo di fronte ad altri e ulteriori dati.

Il nuovo Salone del Libro di Torino diretto da Nicola Lagioia è stato, come si dice, un successo di pubblico e di critica. La prima edizione di Tempo di libri è stata, al contrario, molto al di sotto delle attese: affluenza scarsa; manifestazione scollegata dal tessuto della città; pochi gli ospiti in grado di richiamare pubblico; parte business non pervenuta. Si è detto che la decisione di farla a Rho invece che in città a Fiera Milano City (come succede ad esempio per MiArt, manifestazione di grande successo, un caso di scuola per la qualità dell’ottimo rilancio operato da qualche edizione a questa parte) è stata sbagliata. Si è detto che aprire in mezzo alla settimana, specie in una città come Milano, è stato un errore. Di fatto il proposito di imitare il modello di sperimentato successo del Salone del Mobile, dove a una parte legata agli affari, che si svolge in una Fiera di Rho strapiena di espositori, si affianca una parte al tempo stesso più culturale e frivola, che si diffonde in città con il Fuorisalone, è stato completamente disatteso. In città non si è quasi mosso un filo d’aria. E in fiera si è andati, non in massa, soltanto nel weekend.

Oltre agli inviti ad autori di rilievo, Torino ha impostato la comunicazione del suo evento su una serie di elementi retorici ma efficaci: l’importanza educativa e di cittadinanza della lettura; la resistenza dell’editoria indipendente contro lo strapotere degli editori grandi e cattivi. Milano, purtroppo, ha deciso di giocare nello stesso campo, con risultati prevedibilmente disastrosi: scelte difensive e dirette ad allisciare il pelo del mondo culturale (romano più che milanese), incapacità di comunicare con gli attori produttivi e di mettersi in sintonia col clima di primavera creativa che si respira oggettivamente in città, poca incisività gestionale e organizzativa. Si è voluto in sostanza ribadire messaggi da campagna di promozione della lettura, dimenticandosi o non riuscendo ad approfondire la ragione principale per cui l’evento pareva essere nato: creare un terzo importante appuntamento europeo dopo Francoforte e Londra dove fare incontrare editori e agenti, scrittori e pubblico.

È di ieri, poi, la notizia che Tempo di libri ha tentato di inglobare o di accoppiarsi a un’altra manifestazione milanese dell’editoria indipendente come Book Pride, facendosi, dicono i giornali, “sbattere la porta in faccia” perché gli editori indipendenti con i cattivi non ci vogliono avere a che fare. Ora, errare è umano – è pur sempre una prima edizione, si è detto – ma perseverare è diabolico, perché adesso bisogna preparare la seconda. Ci si aspettava che la fiera (e non “il salone”) milanese comprendendo gli errori passati spostasse tutta la posta sulla sua vocazione naturale a diventare un appuntamento di affari legati all’editoria (e questa del resto è la storia della Design Week, diventata manifestazione culturale dopo avere sviluppato una rilevanza industriale), invece, sembra ancora voler scontare il complesso della propria (presunta) mancanza di purezza e brancola nel buio nell’attesa che qualcuno la legittimi culturalmente. Cose di cui si parla: le nuove date (dall’8 all’11 marzo) e lo spostamento da Rho a Fiera Milano City. Ma è tutto un “dovrebbe” a leggere i giornali. Milano sa fare di meglio, lo dimostra continuamente, e per questo merita molto di più. Speriamo che la cosiddetta industria culturale non faccia eccezione. Restiamo in attesa di notizie migliori.

 

Foto: Vittorio Zunino Celotto per Getty Images.
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