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Taiwan, tira un’aria nuova

Perché questo voto conta e preoccupa gli Usa. La prima campagna che non ruota attorno alla Cina

Sabato la Cina scoprirà chi sarà il nuovo presidente della storica provincia ribelle di Taiwan, ufficialmente la “Repubblica di Cina”. Consapevole che per Pechino potrebbero cambiare molte cose, se al presidente uscente Ma Ying-jeou (leader del partito nazionalista Kuomintang) verrà confermato un secondo mandato o se quest’ultimo verrà sostituito dal rappresentante dei popolari James Soong. O, ancora peggio, dalla leader dei democratici-progressisti Tsai Ing-wen.

In tutti i dibattiti politici organizzati nelle ultime settimane, i tre candidati si sono sempre trovati d’accordo su un punto: Repubblica Popolare e Taiwan, nonostante le divergenze di vecchia data, non hanno intenzione di intraprendere la strada dell’unificazione. Una linea politica che Pechino non è così disposta a condividere visto che, da quando è riuscita a ottenere la riunificazione di Macao e Hong Kong, all’interno del modello “un Paese due Sistemi”, sogna il giorno in cui anche Taiwan diventerà una “Regione Amministrativa Speciale”. Vale a dire un’entità rispetto alla quale potrà essere deciso in maniera definitiva (e senza ricorrere alla forza, metodo che Pechino non ha mai escluso pur ribadendo di preferire la riunificazione pacifica) il ritorno alla madrepatria dopo “il grande affronto del 1949”. L’anno in cui, quando Mao Zedong vinse la guerra civile e fondò la Repubblica popolare, i nazionalisti di Chaing Kai-shek si rifugiarono sull’isola per poter riorganizzare da lì la resistenza.

Anche se ufficialmente Pechino ha ammesso di essersi preparata a «far fronte a qualsiasi scenario», il candidato che fa più paura al continente è senza dubbio la progressista Tsai Ing-wen. Da un lato perché la Repubblica popolare è convinta che un secondo mandato di Ma Ying-jeou, oltre ad essere più prevedibile, di certo non interromperebbe il riallineamento economico che i due paesi sono riusciti a consolidare negli ultimi quattro anni. In realtà, sia la Cina che gli Stati Uniti sono preoccupati dal fatto che la presidenza di Tsai Ing-wen possa modificare l’attuale status quo, al momento vantaggioso per tutti. Eppure, con il suo “carisma raffinato” e la sua “forza gentile”, come l’ha descritta la stampa di Hong Kong, Tsai Ing-wen si è presentata ai taiwanesi come la donna che sarà in grado di «rendere il paese più armonioso e unito». Pare sia stato proprio questo approccio “nazionale” a farle guadagnare consensi su consensi.

Da anni, infatti, la politica di Taiwan viene definita in base ai rapporti che i vari presidenti hanno deciso di tenere con la Cina. Ma in un momento di forte crisi economica e a fronte di una minaccia di riunificazione da «ottenere a tutti i costi, anche con l’uso della forza» che, di fatto, non si è mai concretizzata, i giovani e i colletti bianchi iniziano ad essere stanchi di scegliere i loro rappresentanti solo sulla base di come intendono interagire con la Repubblica popolare. E hanno apprezzato molto la campagna elettorale di una donna che ha messo tra le sue priorità il futuro di Taiwan. In un primo momento la scelta di mantenere un profilo molto basso e di disinteressarsi, pur senza esagerare, della Cina non era piaciuta nemmeno al suo partito. Che, tuttavia, ha dovuto ricredersi quando ha capito che Tsai Ing-wen è in grado di tirare fuori le unghie. Anche se solo quando necessario.

I democratici-progressisti l’hanno scelta come candidata ufficiale per cercare di far recuperare credibilità e rispetto a un partito che è stato messo nell’ombra dalle tristi vicende di corruzione che hanno coinvolto l’ex presidente Chen Shui-bian. I taiwanesi probabilmente la sceglieranno nella speranza possa ridare slancio a un paese in difficoltà. E, a quel punto, anche Pechino dovrà trovare un modo per interagire con una donna forte e determinata che potrebbe riservare loro molte sorprese.

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