Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Sad YouTube

Nonni sui social media. Quando i commenti nostalgici ai videoclip documentano una storia parallela di fronte all'innovazione.

Arriva il momento, nella vita di un adulto, in cui il bisogno di dire cose che abbiano un senso passa in secondo piano rispetto al bisogno di spiegare a qualcuno come si stava da giovani. E’ quello il momento dove entra in campo Sad YouTube; il punto d’incontro tra canzoni di successo del passato e i ricordi personali che ne hanno trattenuto uomini e donne di tutto il mondo, raccontati nei commenti ai video su YouTube.

Il progetto è figlio di un documentarista canadese, Mark Slutsky, le cui intenzioni si possono leggere come “buone”. Per lui, YouTube è un esempio di storia orale involontaria: ogni commento di una certa natura racconta un passaggio in una trama individuale, e creare un archivio online dove conservare questi pezzetti di trama significa metterli al riparo dal rischio della cancellazione, o dall’inevitabile ondata di nuovi commenti. E’ tutto molto pulito e rispettoso, non una scusa per deridere i gusti del prossimo. Ma se il primo effetto del passare un po’ di tempo su Sad YouTube è quello che potremmo chiamare il vecchietto davanti a un cantiere (estranei offrono aneddoti con molti aggettivi), il secondo effetto è il capire di stare dentro a un enorme database di storie senza lieto fine. O meglio: il vedere il mondo ridotto a un filmino-blob in stile Everybody Hurts, dove pochi accordi di una vecchia canzone bastano a consegnarti il passaporto per la sfiga. (O, quando va di lusso, la saudade.) Ti sfila davanti una galleria di padri morti sempre troppo presto, divorzi, colpi di Stato, brucianti delusioni infantili, incidenti fatali e amici che hanno preferito suicidarsi: c’è quello che ti dice «sono stato al funerale di Marvin Gaye», c’è il signor «condannato ai lavori forzati, sono sopravvissuto solo grazie a David Bowie» e subito dopo c’è il signor «sei anni di isolamento in un carcere comunista, la prima cosa che ho sentito tornato in libertà? I Rush», e ci sono frasi che se tu ti mettessi a scriverle, a inventarle da zero, saresti incerto se batterti il cinque per un giorno intero o cancellarle subito, la faccia avvampata di imbarazzo. «Ho abbandonato mia figlia, sono tornato da lei per via di Slave to Love»; «ero incinta di nove mesi, facevo il turno di notte in un diner, guardavo fuori dalla finestra mentre ascoltavo questa canzone» – la canzone qui è Drive, dei Cars. Forti emozioni per tutti, successo garantito.

Va detto, gli archivi dedicati al peggio non mancano mai. Abbiamo tutti visitato le raccolte degli status update più futili o goffi (Failbook, Lamebook), quelle degli oggetti più brutti messi in vendita online (Regretsy). Almeno, sappiamo che esistono, e che trovano sempre nuovo materiale. Ma le antologie di storie organizzate intorno a un tema tendono a operare in base al principio del «raccontateci/mandateci le vostre esperienze riguardo a (x)»: si affidano alla disponibilità dei protagonisti e al loro desiderio di sfogarsi in prima persona. Alcuni progetti, come Shit My Students Write, sono un semplice aggiornamento di cosa già esisteva (scemenze trovate nei compiti in classe, riportate con la frase «ecco l’effetto dei tagli al sistema scolastico»); altri, come Mansplained, sollecitano le ricercatrici universitarie a condividere i peggiori «te lo spiego perché sei femmina» ricevuti da docenti e colleghi. Mentre Sad YouTube punta soltanto a raccogliere i pezzi, dando (giustamente) per scontato che i protagonisti abbiano già dato il consenso.

E qui arriviamo al bello.

L’elemento il passato si esprime alla luce dell’elemento la distanza. Insieme, passato e distanza introducono la differenza-base tra chi legge e chi racconta: lo scarto anagrafico. Meglio noto come I VECCHI.

I vecchi testimoniano l’esistenza di una storia parallela di fronte all’innovazione. I vostri babbi e mamme fanno su Internet cose che voi non fareste mai: lasciano in giro la mail di lavoro, chiedono se qualcuno conosce i loro fidanzatini delle medie, esitano a lungo prima di cancellare i messaggi che arrivano dalla Nigeria. Tanto per generalizzare, trattano ogni luogo come se fosse una bacheca di Facebook; seminano storie personali come sacchetti di plastica in mare, tanto da qualche parte arrivano. Infatti arrivano su Sad YouTube. (È contento, signor ballavo sempre questa canzone, poi mi è venuto il cancro ? Dovrei presentarle mia madre, avreste molto da dirvi.) Ma il materiale raccolto da Slutsky non farebbe nemmeno così testo, se non pensiamo che per gestire un’operazione simile è necessario cardare con pazienza soprannaturale gli spazi commenti ai video di YouTube. Cioè la famigerata seconda metà di Internet, quella che secondo la saggezza tradizionale non va mai letta, mai degnata di considerazione; la palude in cui qualcuno vede la prova dell’analfabetismo tecnologico di massa, il terreno da cui quasi tutto quello che spunta, al di là dell’argomento, si racchiude in lol faggot, Obama facci vedere il certificato di nascita e paragoni tra Justin Bieber e le star del passato. (Giusto per amore di confronto, mi sono chiesta se si potesse mettere in piedi un clone di Sad YouTube usando i trailer di certi film al posto delle canzoni pop; ho provato con uno e due, sono affondata sotto centinaia di «il cinema era meglio trent’anni fa» e «LOL che brutto taglio di capelli». La musica è una chiave molto più efficace.) E YouTube non è l’unico portale che permetta agli utenti di dire la loro, ma fatevi un giro su Dailymotion, Metacafe, Vimeo; ci troverete vecchia musica in abbondanza, con pochi o zero commenti. In qualunque altro posto ci si va per vedere le cose, non per imbastirci sopra una conversazione.

Questa conversazione, per quanto breve, potrebbe essere una reazione più autentica rispetto a quella che il saggista Emiliano Morreale ha chiamato «l’invenzione della nostalgia», il processo per cui “il passato” diventa dorato e piacevole, tutto, e tutto può essere riordinato, risistemato, sfruttato di nuovo in canali tematici e serate revival. In certi casi, dire «io c’ero» è un’azione personale necessaria; può avere una sfumatura regressiva, innocente o rivendicativa. Può nascere da una punta d’orgoglio o dal desiderio sincero di raccontare se stessi, anche senza garanzie che qualcuno ascolti.

(Ad esempio. Qui sopra, dove ho detto “Everybody Hurts”, stavo per dire «la scena di Magnolia dove tutti i personaggi piangono cantando Wise Up». Mi sono ricordata che quando vidi quella scena da ragazza pensai che puttanata allucinante, adesso mi tocca guardarlo fino alla fine, per forza. Ora io di anni ne ho 35, e sono più brava a scegliere cosa mi irrita; ma qualcuno pensa mai a Magnolia? Ha lasciato tracce, non contando l’appartenenza a un modello di narrazione popolare dieci-quindici anni fa, quello dove la gente continua a inciamparsi addosso e incontrarsi per caso in una città con milioni di abitanti dove per conoscere gente nuova di solito bisogna tamponarla? Voi siete abbastanza VECCHI da ricordare il periodo in cui i “film d’arte” con qualche riscontro commerciale erano tutti così, tutti, e quindi quel modo di organizzare una storia collettiva era l’unico considerato “profondo”, “attuale”, da chi decideva cosa dovesse piacere al pubblico medio? Stasera su Rai 3: la gente si incontra per caso e sta male. Tra i vantaggi di Internet: aver reso obsoleto sia il doppiaggio italiano di Willy il principe di Bel-Air sia ogni ricordo di Crash. Grazie.)

Torniamo a Sad YouTube. Per me, è l’estensione pluri-generazionale (ok, vecchia) delle dinamiche tra i ragazzini uniti dall’amare lo stesso prodotto musicale: si usa quello che già esiste per fare in modo che parli di sé. Alla fine, per me, le cose scritte o disegnate dai fan degli One Direction sono davvero degli esperimenti di storytelling collettivo, dove la bellezza di una singola storia è meno importante dell’appagare un numero di bisogni materiali, dello sfogare le emozioni in eccesso, dell’affrontare dubbi urgenti (troverò mai qualcuno che mi ami quanto Harry ama Louis?) senza lasciarsi travolgere dalla risposta (no, certo che no). E alla fine, man mano che Mark Slutsky aggiorna il suo archivio, Sad YouTube cambia sotto i nostri occhi: dentro ci troviamo storie positive, senza morti e feriti, dove il messaggio principale potrebbe essere «io sono stato felice, una volta». C’è chi va a cercare Everywhere dei Fleetwood Mac per commentare, «i miei tre figli sono stati concepiti con in sottofondo questa canzone». Oppure, davanti a Genius of Love , c’è la persona che scrive «me la ricordo, ci pomiciavo col mio fidanzatino nell’androne del condominio quando avevamo dodici anni». (Questa sembra una scena tagliata di Guida per riconoscere i tuoi santi). Alla fine sarà il commento a generare emozioni; ad aggiungere qualcosa alla storia che la canzone comunque racconta, a farti dire «ehi, perché io non ho mai pomiciato nel 1981? La vita è talmente ingiusta». In questo mondo tutto può suonare come una sala giochi abbandonata.

 

(Photo by Sean Gallup/Getty Images)

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg