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Rudi Garcia

L'allenatore rivelazione che ha saputo trasformare la Roma in una squadra vincente e senza più dogmi. Come? Chiedetegli di Gervinho e Pjanic.

Garcia ha capito Roma. La lingua, la gente. Il calcio lo conosceva già prima. Quanto dura? È la domanda che gira fuori dal raccordo anulare. La risposta dovrebbe essere controintuitiva: chissenefrega. Perché dopo due anni ai margini del pallone va bene tutto: un’altra partita, altre due, altre cinque. Poi? Poi si vedrà. L’illusione ammazza i progetti del pallone, sempre. Garcia ha la lucidità per pensare che si incassa tutto l’incassabile per crearsi il margine per il futuro: siccome è l’unico che risponde “chissenefrega” a quella domanda, è anche quello che sa che i punti presi oggi verranno buoni domani, qualunque sia il traguardo possibile. Non si sogna in panchina, perché c’è già troppa gente che lo fa fuori. Garcia è il garante della lucidità, uno che non si esalta e non si deprime. È l’equilibrio. È un simbolo: protagonista lui che smaschera l’altro protagonista al contrario di questo momento della Roma. Perché c’è un uomo processato in contumacia in queste ore: Zdeněk Zeman. Garcia, il suo calcio e i suoi risultati sono la miglior requisitoria contro la follia zemaniana che ha contagiato Roma lo scorso anno e poi l’ha lasciata in balia di se stessa. Tutti dicono che la differenza stia nella difesa. Il numero è quello dei gol subiti: uno solo quest’anno, come nessuno ha fatto in Europa finora. Lo schiaffo a Zeman, però, sta nell’altra fascia: 17 gol fatti contro i 12 dell’anno scorso. Corrispondono a 18 punti contro gli 8 dell’anno scorso (tre dei quali a tavolino). Mettiamo anche che sia statistica e che con la statistica non si spiega tutto. Ok, parliamone. E poi? Poi c’è la storia di De Rossi, trattato come un rottame qualunque nello scorso campionato e tornato centrale nel gioco e nell’idea della Roma di questa stagione. Poi c’è la storia di Pjanić, emarginato per mezzo campionato dal boemo e trasformato in un giocatore strategico adesso.

Di tutti gli allenatori che sono arrivati in Italia dall’estero negli ultimi anni, condivide con Mourinho e con Benitez un aspetto: non vive di dogmi come poteva fare per esempio Luis Enrique.

Non si dica che l’anno scorso la rosa romanista era meno forte. È falso. Osvaldo garantiva più gol di Gervinho; Lamela più gol ed esperienza internazionale di Ljajić; Marquinhos più forza e sicurezza di Benatia. Allora è qualcos’altro. E in questo qualcos’altro c’è la sconfitta di Zeman. Perché la Roma al momento ha battuto sei avversari e pure il fantasma del suo passato recentissimo. Garcia è una curva a gomito: se la percorri tutta non vedi più che cosa hai alle spalle. A quel punto che t’importa dove arrivi: basta che sia Europa, basta che sia un posto appropriato. Roma ha preso una decisione: doveva scegliere tra un messia o un allenatore, tra un incantatore o un lavoratore, tra un personaggio a priori o un personaggio a posteriori. Garcia sta nella seconda categoria, ma senza aver sviluppato ancora gli anticorpi che ti fanno rientrare nella prima. Esempio: la frase «ora sono romanista», detta dopo il derby vinto con la Lazio, è stata più centrale dei risultati ottenuti finora. Idem quando ha detto «abbiamo riportato la chiesa al centro del villaggio». Serve tutto, ovvio. Serve alla costruzione di un’identità che passa anche per la riconoscibilità mediatica. Però poi devi andare oltre: Rudi lo sa fare, perché l’ha già fatto. Di tutti gli allenatori che sono arrivati in Italia dall’estero negli ultimi anni, condivide con Mourinho e con Benitez un aspetto: non vive di dogmi come poteva fare per esempio Luis Enrique. Garcia si adatta a quello che ha e soprattutto a chi si trova di fronte: facciamo il nostro gioco, sì. Ma il nostro gioco non può essere sempre uguale perché di fronte c’è sempre una squadra diversa.  Contro il Bologna ha segnato per la prima volta nel primo tempo. Lui ha spiegato che il Bologna gioca meglio tra la fine del primo e l’inizio del secondo tempo. Allora meglio aggredirli subito, provare a segnare e poi controllare.  È la forza dell’ovvio che nel pallone diventa novità.

«Avrà tante occasioni e tante le sbaglierà. Ma preferisco un giocatore così a uno che occasioni non ne crea. Per segnare un gol, in media devi arrivare in porta almeno quattro volte. E Gervinho lo sa fare»

Garcia smonta la retorica del “noi facciamo la nostra partita e basta”. Lui pensa che in panchina vince chi mette meglio in campo la formazione in relazione all’avversario. Cambia il modulo, cambia l’approccio. Ogni partita comincia da zero. Servono calciatori bravi e umanamente costosi. Servono pedine, servono giocatori moderni, intercambiabili, possibilmente silenziosi e disposti ad andare in panchina. Li sceglie con le persone del suo staff che lo accompagnano sempre. Già spiegato una volta che le variabili sono quattro: capacità di adattamento, forza fisica, capacità tecnica, prezzo accettabile. Però quelli che sceglie, li vuole. Gervinho è l’esempio. Come Hazard fu fondamentale nel suo Lille. Lo conosce, lo considera utile all’idea di gioco che vuole portare a Roma. Soprattutto: se doveva privarsi di Osvaldo per ragioni che scavalcavano la sua volontà, allora meglio prendere atleti dei quali conosce caratteristiche, pregi e difetti. Per questo a chi gli contestava l’inconsistenza sotto porta di Gervinho, lui rispondeva così: «È uno che avrà tante occasioni e tante le sbaglierà. Ma io preferisco un giocatore così a uno che occasioni non ne crea. Perché per segnare un gol, in media devi arrivare in porta almeno quattro volte. E Gervinho questo lo sa fare». Ora che ha fatto tre gol in due partite, pare che Rudi sia un genio. È il paradosso, perché in realtà a lui va bene anche quando i gol li sbaglia. Strootman è un altro esempio: mai avuto, ma visto, rivisto, stravisto, valutato, sezionato. Pjanić idem. È l’unico che non sa che fine farà. La società vuole ancora venderlo perché ha mercato. Lui, però, lo ritiene strategico. A inizio stagione, sapendo che il club trattava per venderlo a ogni costo, ne parlava così: «Può essere tra i leader di questa squadra». Il che detto nella squadra di Totti non è un dettaglio.

Oggi Pjanić è fondamentale nel gioco proprio perché lo mette dove vuole, lo sposta come vuole. È la variabile in mezzo a due certezze. De Rossi al centro davanti alla difesa, cioè a casa sua, e proprio Totti davanti. La chiesa al centro del villaggio è lui. E la sua gestione è il meglio del meglio del Garcia di queste sei giornate. Lo tratta da re, facendogli pesare per la prima volta che il re ha bisogno dei vassalli. È il perno di tutto, gioca per gli altri, anche se sembra che gli altri giochino per lui. È la chiave che entra nella toppa della porta e gira perfettamente. Vale sei vittorie in sei partite, vale la domanda su quanto dura. Se si abituano a rispondere tutti “chissenefrega“ si possono divertire. Dopo l’anno scorso è il massimo.

 

Nell’immagine, Rudi Garcia e i suoi giocatori dopo la vittoria nel derby contro la Lazio, 22 settembre 2013. Giuseppe Bellini/Stringer

 

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