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Le idee e la fortuna di Macron

Le stelle dell'ultimo liberale rimasto in corsa per l'Eliseo si stanno allineando, e sul leader del movimento En Marche! si gioca il destino della Francia e dell'Europa.

Ci vogliono le idee e un pizzico di fortuna per costruire una leadership, a volte ci sono le prime ma manca la seconda, e il palazzo viene su un po’ storto, un po’ fragile, un po’ maledetto. Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia di Francia, leader del movimento En Marche!, ha le idee e la fortuna, le sue stelle si stanno allineando, almeno in questo cielo di inizio febbraio, a due mesi e mezzo dal voto per le presidenziali. Il mondo attorno si capovolge e quello di Macron si raddrizza, tutto d’un colpo, dopo mesi in cui lui non azzardava e gli altri lo punivano, lasciandolo nell’angolo degli ambiziosi che devono imparare l’arte della pazienza, e aspettare il prossimo giro.

E invece: Manuel Valls, il principale rivale, ha perso le primarie del Partito socialista, battuto da Benoît Hamon, che è mezzo sconosciuto, che ha idee molto radicali e che lascia ampi spazi in quel centro politico che Macron sogna di occupare. E invece: François Fillon, candidato della destra gollista dei Républicains, è immerso nello scandalo degli stipendi parlamentari di sua moglie e non riesce a prendere fiato, lasciando sguarnito non soltanto il suo partito, ma appunto quel centro cui ambisce Macron, che ha già superato la dicotomia destra-sinistra e non ha problemi di ricollocazione.

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Valls è stato il padrino politico di Macron ed è stato fin da subito sotto attacco da parte dell’ala sinistra del Ps per averlo nominato all’Economia, un giovane ex banchiere, mai stato eletto in vita sua, con un’insofferenza evidente per il termine “socialista” e una passione turbocapitalista. Stava iniziando la cosiddetta “svolta socialdemocratica” della Francia cui aspirava il presidente, François Hollande: Macron era fuori dai giochi politici, un tecnico cresciuto alla scuola Attali, preparato, con un po’ di esperienza negli uffici dell’Eliseo, e così Hollande lo ha scelto come uomo della svolta. Valls era d’accordo, anche se l’uomo della svolta, nella storia del Ps, era lui, il liberale, il riformatore, il “blairiano”, l’ala destra di Hollande. Ma un alleato, pensò Valls, non poteva che rafforzare le sue posizioni all’interno di un partito spaccato, e per un po’ fu così: la legge Macron sulle liberalizzazioni e la legge sulla riforma del lavoro sono il frutto di quell’alleanza.

Poi le pressioni divennero forti, nella piazza e nel partito, la necessità di posizionarsi in vista delle elezioni divenne urgenza e l’alleanza fortunosa si spezzò. Hollande lasciò che i suoi due pupilli liberali si scannassero – vincerà il migliore, pensava – poi la faida è sfuggita di mano anche a lui: Macron se ne è andato prima fondando il suo movimento, poi lasciando il governo, Valls ha iniziato a dire che voleva candidarsi e così Hollande ha deciso di farsi da parte, chissà se per sempre (circola una teoria che sostiene che Hollande voglia rientrare, ora che la leadership dei socialisti è andata a un candidato così debole e così polarizzante, chissà se sono soltanto chiacchiere). Valls ha giocato e ha perso. La sua campagna per le primarie è stata bruttina, lui era arrabbiato, nervoso, poco incisivo. Si portava addosso il peso del governo e quell’istinto riformatore che alla sinistra francese non piace affatto, e intanto il governo e gli elefanti del Ps lo abbandonavano, in silenzio, tradimenti consumati senza dirsi nulla. Così alla resa dei conti Valls è arrivato debole e inviperito, e i suoi rivali interni ne hanno approfittato.

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C’è una gran voglia di sorprese, in giro per l’occidente, e anche la Francia socialista s’è dotata della propria, favorendo l’ascesa di Benoît Hamon, che è ora il candidato all’Eliseo. Hamon è stato ministro per un paio d’anni all’inizio della presidenza Hollande, ed è uscito dal governo in contrasto proprio con Valls. Hamon ha trascorso qualche anno in Senegal, quando è rientrato quasi ventenne ha iniziato a militare nel Ps, ha collaborato con l’ex premier Lionel Jospin, la prima candidatura nel 1997 fallì, ma lui iniziò a lavorare con Martine Aubry – che è stata tra le prime a dargli sostegno – e poi fu anche eletto in Parlamento. I suoi cavalli di battaglia elettorali sono il reddito di cittadinanza a 750 euro e 32 ore lavorate invece che le già poche 35, fa una battaglia culturale che alcuni considerano troppo islamofila e prende ispirazione talvolta dall’inglese Jeremy Corbyn talvolta dall’americano Bernie Sanders. Ha fatto appello di unità nel Ps, ma il suo richiamo è già caduto nel vuoto: alcuni parlamentari hanno scritto sul Monde che non possono votare per lui e per una sinistra che guarda indietro invece che avanti. E chi voteranno? È a questo punto che una delle buone stelle di Macron ha iniziato a luccicare, proprio mentre i media europei si accorgevano di questo giovane agguerrito e iniziavano a dire che la tenuta dell’Europa passa anche da lui. Nei sondaggi Macron cresce, cresce, cresce.

Contemporaneamente la candidatura di François Fillon, ex premier, è implosa. Storie di soldi dati alla moglie come assistente parlamentare; prima parevano 500 mila euro in otto anni, ora sembrano 900 mila e si sono aggiunte le consulenze parlamentari di due dei cinque figli di casa Fillon, un altro colpo. I Fillon si difendono, la moglie aveva detto qualche anno fa «mai stata assistente», che suona alle nostre orecchie che non dimenticano le bugie come quel celebre «mai stato con quella donna» di clintoniana memoria. C’è un’inchiesta aperta, che verificherà tutto, Fillon ha detto che se emergesse qualcosa di compromettente abbandonerà la candidatura, ma intanto la sua popolarità si sta inabissando e sembra che i francesi non abbiano voglia di stare ad aspettare l’esito di questa faccenda così brutta: guardano già altrove.

A Parigi non si fa che chiedere: chi sta affondando Fillon? Circolano teorie di ogni tipo, che vanno dalle gelosie dentro al suo partito, i Républicains, ai dossieraggi russi, che però sembrano poco probabili, essendo Fillon in buonissime relazioni con il Cremlino. Ma a questo punto, in questo mondo, vale tutto, e siccome si sa che il candidato migliore per Mosca è Marine Le Pen, leader del Front National, che della crisi di Fillon non può che approfittare, le speculazioni continuano. Ma se la corsa prima sembrava tutta a destra, tra Fillon e Le Pen, ora s’insinua Macron, con una certa prepotenza. Il rischio di una bolla mediatica è alto, ma nell’ultimo anno ne abbiamo viste tante, siamo tutti un po’ più cauti: Macron è l’ultimo liberale rimasto in corsa, il moderato che può infilarsi in quella lotta suicida che in altri Paesi i populisti di sinistra hanno ingaggiato contro i populisti di destra. Un’alternativa, insomma, una sorpresa anche, con le stelle piazzate al posto giusto, tutte al centro, luccicanti: non accadeva da un po’.

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