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Le correzioni

Perché la revisione dei testi non esisteva prima dei Modernisti? C'entrano delle scoperte tecnologiche e la nascita di qualche vizio letterario.

Avete mai avuto a che fare con scrittori e/o aspiranti tali dalle occhiaie pesanti e movimenti nervosi, intenti a spiegarvi il trauma della revisione, dell’eventuale riscrittura di una loro storia – o, peggio, affogare nell’alcol perché durante la revisione si sono resi conto che il loro scritto non funziona e così accennano sbadatamente al suicidio?

Sì – No

Siete per caso una di queste persone?

Sì – No

Se avete risposto “Sì” ad almeno una delle due domande, ho una buona notizia da darvi: potete alleggerire il piccolo dramma che state vivendo – e che state scaricando sui vostri cari, che cari potrebbero non essere ancora per molto – quando vi svelerò la causa del vostro disagio.

I modernisti.

Sì: i modernisti.

Ceffi come Ezra Pound, T.S. Eliot e Virginia Woolf sono stati i primi ad abbracciare l’ossessione della rilettura-riscrittura, invischiati com’erano in un momento storico-letterario (il Modernismo, appunto) secondo cui un’opera letteraria aveva il dovere di rompere gli schemi, superare la tradizione e sfidare il lettore. Secondo Hannah Sullivan, professore dell’Oxford University e autrice di The Work of Revision, furono questi autori i primi a rivedere i loro testi dalla primissima bozza a quella finale. È interessante notare che quella che sembrerebbe una prassi letteraria finalizzata alla qualità del risultato finale, sia invece un’innovazione recente, risalente ad appena un secolo fa e che in pochissimo tempo si è imposta come elemento fondamentale nella scrittura.

Alcuni esempi: Raymond Carver raccontò alla Paris Review di scrivere «20 o 30 bozze della stessa storia», e comunque «mai meno di dieci»; Joyce Carol Oates sostiene di rivedere i suoi testi «continuamente, tutti i giorni». Ma sono entrambi autori del Novecento. Guardiamo indietro: John Milton, poeta inglese del Seicento, compilò la prima versione di “Lycidas” su un pezzo di carta, lasciandola praticamente integra fino alla sua pubblicazione definitiva; di Shakespeare si diceva che «qualunque cosa scrivesse, non ne cancellava una riga». Possono essere leggende metropolitane o racconti idealizzati, ma non sono così distanti dalla realtà, e per due semplici motivi: la carta e la tecnologia.

L’azione di “battere a macchina” stravolse il concetto letterario di scrittura: lo rese più veloce mentre la carta economica permise revisioni profonde e veloci

Come scrive il Boston Globe nella sua recensione di  The Work of Revision, nel 1850 il Regno Unito produceva 100 mila tonnellate di carta all’anno; nel 1903 la produzione passò a 800 mila tonnellate. Il Novecento fu il secolo in cui il supporto cartaceo smise di essere un lusso e cominciò a diventare un mezzo popolare: non furono solo prezzo e disponibilità a cambiare ma anche la forma, che poi sarebbe stata pensata appositamente per l’altra innovazione di quegli anni: la macchina da scrivere.

È lei la vera protagonista della nostra storia: un oggetto che trasformò profondamente la scrittura e finì per aprire un nuovo corso letterario. L’azione di “battere a macchina” stravolse il concetto letterario di scrittura: lo rese più veloce (la velocità dipende anche dalle capacità dello scrittore e dal suo allenamento) mentre la carta economica permise revisioni profonde e veloci. Allora nacque la figura dell’autore in crisi che accenna l’inizio di una storia, estrae il foglio dalla macchina, lo rilegge e poi lo getta deluso nel cestino. Prima sarebbe stato fermato in tempo e punito per aver sprecato il prezioso materiale per le sue amenità.

L’influenza della tecnologia nella cultura è spesso sottovalutata: il critico austriaco Ivan Illich ha raccontato nel suo Nella vigna del testo come l’oggetto libro sia cambiato nel corso dei secoli, ben prima dell’intuizione di Gutenberg. Ciò che noi chiamiamo lettura e scrittura sono in realtà azioni antiche che sono cambiate nel corso del tempo. Per esempio, negli antichi monasteri medievali, la lettura non era un’azione silenziosa: ogni lettore mugugnava il suo testo rendendo le biblioteche dei luoghi piuttosto rumorosi. La macchina da scrivere ha avuto un impatto simile sulla scrittura, e in pochi anni. Finì per aggiungere nuove fasi nella compilazione di un testo. Se la prima versione veniva fatta a mano, la seconda (e le eventuali altre) venivano svolte a macchina: ovviamente, gli autori non si limitano a ricopiare la prima versione, avevano l’occasione di rivederla e migliorarla in itinere. E quello che sembrava un vezzo per geek ante litteram divenne presto il modo “giusto” di scrivere: e così incontriamo nella strada James Joyce disperato perché non riesce a “chiudere” il suo epico Ulisse, finendo incastrato tra le revisioni (un po’ come noi e i nostri amici scrittori di cui accennavamo all’inizio) per telefonare direttamente allo stampatore per correggere qui o aggiungere di là.

Oggi, con la diffusione dell’ebook, un testo può rimanere etereo  per sempre: nasce così nelle prime bozze battute a computer e rimane tale fino alla versione in pdf e infine quella da mettere in vendita

La macchina da scrivere ha aggiunto vizio alla scrittura. Le sue enormi possibilità hanno accorciato i tempi tecnici ma deformato quelli espressivi, creando buchi neri e gorghi creativi che in tempi di papiri e penne d’oca erano inesistenti. Se questo è quello che è successo a inizio Novecento, le innovazioni degli ultimi decenni hanno fatto ancora di più: il computer ha finito per eliminare il problema del supporto, che si è fatto digitale e inesauribile per il formato testo. Ma ha anche condannato all’oblio i vari passi della rilettura, mantenendo in memoria solo e sempre l’ultima versione. «L’ambiente ideale per la revisione» scrive Sullivan «è quello che permette di preservare le varie versioni di un testo». Ciò di cui i Modernisti si invaghirono era la permanenza degli errori e delle correzioni su carta – ci si scriveva sopra, si correggevano tracciando righe e freccette – associata alla possibilità di superarli con agilità. E oggi, con la diffusione dell’ebook, un testo può rimanere etereo  per sempre: nasce così nelle prime bozze battute a computer e rimane tale fino alla versione in pdf e infine quella da mettere in vendita. Non esistono più antichi bauli in cui ritrovare la prima edizione di un classico futuro: tutto sarà scritto e sovrascritto, gli errori saranno ricoperti e forse dimenticati, per sempre. E chissà che questa novità non scateni una nuova corrente letteraria.

 

Immagine: Ernest Hemingway “batte” a macchina in un hotel londinese durante la Seconda guerra mondiale (JFK Library)

 

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