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Quando il Financial Times assumeva i giovani per aggirare il sindacato

Oggi l'Ft celebra i 125 anni di vita (auguri). In questi tempi di futuro incerto e grandi contrapposizioni nei giornali, una lezioncina firmata Lawson

In questi giorni in cui si riaccende la battaglia all’interno dei grandi (e piccoli) giornali per il futuro degli stessi – che per forza di cosa comprende dolorosi tagli e riduzioni – e in cui rieccheggiano forti i contrasti fra corpi redazionali e management e gli allarmi contro la precarizzazione, riporto qui alcune parole che scrive oggi sul Financial Times – in occasione del 125esimo compleanno del foglio salmone della City – Nigel Lawson, già grande firma del giornale nonché parlamentare e membro dei governo Thatcher, a proposito di quando ci lavorava lui (parliamo dei secondi anni ’50):

Newton (il direttore di allora, ndr) aveva istituito una singolare regola d’assunzione. Tutti gli altri giornali nazionali insistevano su giornalisti che avessero fatto già dell’esperienza nella stampa locale, per imparare il mestiere. Lui invece assumeva neo-laureati, a patto che fossero usciti da Oxford o da Cambridge e con un buon voto. Fra i miei contemporanei c’erano Andrew Shonfield, William Rees-Mogg, Michael Shanks, Samuel Brittan e Jock Bruce-Gardyne […]
Sospetto che la ragione principale di tale prassi fosse che i giornalisti senza esperienza non avessero il bisogno di essere iscritti al National Union of Journalists (il sindacato, ndr), così l’Ft poteva pagarli meno del minimo sindacale previsto. Devo dire che funzionò.

(Che il Financial Times abbia funzionato mi pare innegabile).

 

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