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Per un’estetica keynesiana

Il J.M. Keynes privato: investitore, broker, collezionista. "Un uomo brutto che amava la bellezza"

Interrogato dai giornalisti su come intendesse investire il milione di euro (per l’esattezza, 1,090 milioni, l’equivalente di dieci milioni di corone svedesi) concesso dall’Accademia Reale di Svezia, uno dei due neo-premi Nobel per l’economia, Christopher Sims, ha ammesso candidamente: “Non saprei. Non ho idea di come si possa venir fuori da questo macello. Credo che lascerò i soldi nel cassetto per un po’”.

Si suggerisce dunque un ripasso di Keynes, non tanto il macro-economista di The economic consequences of peace, 1919, già in fase di larga riabilitazione dopo anni di pensiero unico semi-monetarista, ma semmai il Keynes (investitore) privato. Che si sappia, l’unico economista celebre che sia riuscito ad accumulare una qualche fortuna con i suoi investimenti. Sims potrebbe rileggere la monumentale biografia in tre volumi di Lord Robert Skidelsky (recentemente insignito di laurea honoris causa dall’università di Roma Tre proprio per quest’opera), per scoprire per esempio il Keynes “amministratore delegato” di Bloomsbury”: i bloomsburiani – Duncan Grant, a lungo fidanzato dello stesso Keynes, Roger Fry, Vanessa Bell, Leonard e Virginia Woolf (la quale venne salvata nel 1913 dallo stesso Keynes da un’indigestione di Veronal), E. M. Forster, James e Lytton Strachey – erano la famiglia acquisita di questo economista peculiare (“la mente più acuta e limpida che abbia mai conosciuto, quando discutevo con lui di rado ne uscivo senza avere l’impressione di aver fatto la figura dello sciocco”, secondo Bertrand Russell. “Un uomo brutto che amava la bellezza”, secondo Skidelsky), che fin dal suo ingresso nel cenacolo letterario artistico londinese aveva preso a amministrare, sostenere, indirizzare gli investimenti di questi amici un po’ fricchettoni che col denaro avevano poca dimestichezza, pur avendone ereditato in discreta quantità.

La mattina, dal letto della famosa stanza di Bloomsbury affrescata dai Grant “con figure di giovinetti danzanti”, prima di andare in ufficio al glorioso India Office, Keynes dopo la lettura dei giornali economici chiamava al telefono i suoi broker sparsi per il mondo, investendo per sé e per gli amici.

Poi si vestiva, bombetta e marsina, e andava a compiere il suo dovere di civil servant. La sera, pranzi con Henry James, con gli amici di Bloomsbury o dei Balletti russi – nel 1925 sposerà la ballerina Lydia Lopokova, giunta a Londra nel 1918 al seguito di Diaghilev, già amante di Stravinsky, molto osteggiata dai bloomsburiani gelosi e snob e sospettosi della redenzione etero di Maynard (commento di E.M. Forster: “quanto l’abbiamo sottovalutata”), mentre fu un matrimonio del tutto felice.

Intanto il capitale di Keynes saliva: passò da 317 sterline del 1905 alle 16 mila sterline del 1919, tutto documentato da Skidelsky. Nel 1911 Keynes entrò poi nella gestione del Chest Fund, il fondo di investimento del Kings College di Cambridge, dove aveva studiato. Dal 1925 ne diventa l’amministratore, scardinando la gestione fino ad allora estremamente conservativa dell’università. Si lancerà in una vasta cartolarizzazione delle proprietà immobiliari per investire invece aggressivamente in Borsa, e anche qui i risultati non mancheranno: il Chest Fund, gestito da Keynes dal 1925 fino alla sua morte, nel 1946, frutterà un interesse annuo medio del 15 per cento (in un arco di tempo che aveva visto due catastrofi come la grande crisi del 1929 e la seconda guerra mondiale).

Mantenne sempre con larghezza i suoi amici e i suoi amanti, che in qualche caso corrispondevano, e scoprì a cavallo della grande guerra una passione per l’arte. Nel marzo 1918, mentre le bombe tedesche cadevano su Parigi, Maynard venne a sapere che andavano all’asta tutti i dipinti dello studio parigino di Degas. In poche ore si fece promotore di una missione per conto del governo inglese: con un prestito di 20 mila sterline, e un messo di Downing Street ad accompagnarlo, partirono per l’asta. L’accompagnatore comprò per conto di Londra un Corot, un Gauguin e diversi disegni di Delacroix, Ingres e Manet. Maynard invece con 327 sterline acquistò per sé uno dei pezzi più belli della collezione, le Mele di Cézanne. Sosteneva che “il gioco dell’investimento professionale è noioso e defatigante in modo intollerabile, per chiunque sia del tutto immune dall’istinto del gioco d’azzardo”.

 

 

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