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Ong, oltre gli slogan

Tra le mosse del governo sul Codice di condotta e la missione in Libia, un punto ragionato delle polemiche sui soccorsi nel Mediterraneo.

«L’Ong lavorava con gli scafisti», recitava la prima pagina di Repubblica di ieri. Il titolo è stato ripreso da Matteo Salvini, leader della Lega Nord, che ha prontamente commentato con un senso di rivalsa: «Quanti insulti mi sono preso (e vi siete presi) per aver denunciato, da anni, questo business schifoso?». Ma di quale business stiamo parlando? I fatti dicono che alla Iuventa, nave dell’Ong tedesca Jugend rettet, è stato ritirato il permesso di partecipare alle operazioni di “Search and Rescue” nel Mediterraneo per il coinvolgimento in un’indagine giudiziaria: la procura di Trapani, raccogliendo segnalazioni di altre Ong, ha ottenuto materiale che dimostra che in tre missioni di salvataggio la Iuventa si è intrattenuta con persone identificate come trafficanti al largo della costa libica (in un caso, al gruppo si aggiunge anche un uomo che porta la divisa della Guardia costiera della Libia), restituendo loro i barconi usati dai migranti al termine dell’operazione. Da nessuna parte, nelle carte giudiziarie, si parla di scopo di lucro o organizzazione finalizzata a delinquere. Se reato c’è stato – verrà nel caso accertato, e se così fosse si aprirebbe un problema grave e per nulla da sottovalutare – è personale, dicono le carte a disposizione dei giornali, e non aveva altri fini se non quelli umanitari. Questo per tranquillizzare Salvini e chi ama le semplificazioni.

Il rischio, in queste ore, è quindi quello classico di fare di tutta l’erba un fascio e di soffiare su un vento che spira contro le Ong che agiscono nel Mediterraneo. Il caso della Jugend rettet è stato infatti brandito da buona parte del parterre politico-mediatico italiano come bandolo della matassa di una delle questioni più pressanti della contemporaneità. Oltre a Salvini, anche il M5S è in vena di celebrazioni: ieri su La7 un europarlamentare grillino, Corrao, pretendeva addirittura «scuse» bipartisan a Luigi Di Maio, che un pugno di settimane fa nel suo j’accuse anti-Ong aveva parlato, è noto, di «taxi del Mediterraneo».

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La vicenda della Ong tedesca si inserisce peraltro in un altro evento rilevante: tra la fine di luglio e l’inizio di agosto il governo italiano ha prima varato un Codice di condotta per le Ong del Mediterraneo, come è stato ribattezzato, una sorta di vincolo pattizio che le navi – è stato detto – dovrebbero sottoscrivere per dimostrare le loro buone intenzioni; poi ha approvato alla Camera una missione militare di controllo e pattugliamento delle acque territoriali libiche, al fine di scoraggiare le partenze. Non tutte le Ong coinvolte nei salvataggi nel Mediterraneo hanno sottoscritto l’accordo governativo, rielaborato in tredici punti dopo una lunga e delicata trattativa. Medici senza Frontiere ha scelto di dire no: «Rispettiamo tutte le norme internazionali in merito ai salvataggi in mare, imporci un codice di condotta implica che stiamo facendo qualcosa di sbagliato», ha commentato Marcella Kraay di Msf, mentre il direttore dell’organizzazione, Gabriele Eminente, ha dichiarato in tv, ad Agorà Estate: «Non possiamo permettere che salgano sulle nostre navi persone armate. È una cosa che non permettiamo, visto il nostro statuto, in nessuno dei settanta Paesi nei quali operiamo» (uno dei punti inseriti nel documento di Roma è il far salire a bordo delle navi ufficiali di polizia giudiziaria armati). Altre sigle, come Save The Children, Moas, Proactiva Open Arms e See Eye, hanno scelto di dire sì alla proposta, in alcuni casi rimarcando che la maggior parte delle disposizioni del codice ricalca esattamente ciò che da anni avviene durante i salvataggi in mare.

A complicare le cose, c’è il fatto che non è chiaro quali siano le conseguenze legali per le Ong che non hanno firmato l’intesa, nonostante i moniti dell’esecutivo italiano (sostanziati anche da un recente allineamento europeo): in mare, specie oltre il limite delle 12 miglia marittime di limite delle acque territoriali di un Paese, vigono le convenzioni internazionali sui diritti umani; i trattati Sar e Solas in particolare, sottoscritti dall’Italia, obbligano a prestare soccorso a chi si trova in difficoltà in alto mare «indipendentemente dalla sua nazionalità» per condurlo «in un porto sicuro», la cui individuazione è a discrezione del capitano della nave.

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Per il commissario europeo per le Migrazioni e gli Affari interni Dimitris Avramopoulos, si legge oggi su La Stampa, «occorre lavorare tutti assieme per smantellare il business dei trafficanti ed evitare le morti dei migranti. Chiedo quindi a tutte le Ong di firmare. Più ampia sarà la scala del nostro lavoro comune, migliori saranno i risultati sul terreno». Insomma, firmare o non firmare? Quale delle due strade darebbe maggiore forza e legittimità alle organizzazioni umanitarie che agiscono, da anni, colmando un vuoto sia di contromisure concrete che di efficacia normativa di medio o lungo periodo? Da una parte c’è chi sostiene che, visto il carattere emergenziale dell’attività che svolgono, la corsa alla regolamentazione delle Ong sembra accostabile a un assicuratore che insegue una persona sulle scale di un palazzo in fiamme per mettere nero su bianco clausole e bonus. Non a caso l’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, ha parlato, in relazione al codice di condotta, di «un elemento di una più ampia strategia finalizzata a screditare le Ong che praticano la solidarietà e la promozione attiva dei diritti umani nel contesto delle migrazioni». Dall’altra, c’è chi sostiene che scendere a patti, sgombrare il campo da ogni sospetto di connivenza coi trafficanti di migranti e creare un fronte comune fra Europa, governi e Ong toglierebbe alibi a chi soffia sulla polemica e sulle semplificazioni, così come a chi inizia a guardare le barche del Mediterraneo con sospetto sempre maggiore: cosa fanno davvero? E perché non vogliono collaborare, poi?

Una cosa è sicura, come si legge anche nel rapporto “Risk and Analysis 2017” dell’agenzia europea Frontex: «Le operazioni di Search and Rescue continueranno fintanto che la crisi migratoria nel Mediterraneo centrale persisterà, non solo perché legate a obblighi legali internazionali, ma anche perché discendono dai valori europei». Quegli stessi valori cui speriamo facciano riferimento tutti gli attori coinvolti, nessuno escluso, nel drammatico teatro del Mediterraneo, con buona pace di chi specula su paure umane e tragedie umanitarie.

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