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Non si esce vivi dagli anni Duemila

È davvero finita l'oligarchia di Federer, Nadal, Djokovic? Dopo un ventennio occupato dal triumvirato, e prima da Agassi e Sampras, quali sono i nomi che terranno alto il nome del tennis. Forse, per ora e purtroppo, non c'è nessuno.

Quando Andre Agassi alzò troppo l’ultimo passante e Pete Sampras accomodò, nella metà campo rimasta sguarnita del centrale-monstre di Flushing Meadows, la più comoda delle volée di rovescio, la terra scricchiolò sotto i piedi dei più sensibili tra i seguaci del tennis.

Era l’8 settembre del 2002 e si era esaurito un giro di valzer lungo un decennio. Sweet Pete aveva raccolto e rivoltato contro il mondo il lugubre epiteto che da mesi radio spogliatoio gli aveva appiccicato sulla schiena, dead man walking: Sampras ormai bollito, incapace di accettare il declino. Un fenomeno degradato a zimbello che ciondolava di torneo in torneo, come Sean Penn percorre a stento l’ultimo corridoio del braccio della morte verso l’iniezione letale. Un nomignolo crudele e calzante: Pete aveva perso in Davis contro Alex Corretja, sull’erba: un po’ come se il Chelsea si facesse ripassare dal Sassuolo. Al Roland Garros, Andrea Gaudenzi aveva infilzato di passanti quel simulacro di campione visibilmente avvizzito, fiacco nel cercare la via della rete per abbreviare scambi in cui recitava la parte del birillo. Poche settimane prima degli Us Open 2002, un certo George Bastl – svizzero sì, ma manifestamente non imparentato con Federer o Wawrinka – si era permesso la bestemmia, zappando via al secondo turno, da un campo secondario di Wimbledon, il sette volte campione dell’All England Club. Tuttavia, in due settimane di grazia epica, Pete Sampras era stato capace di ritrovare un’ultima volta la magia e di ricacciare in gola ai maligni quei litri di considerazioni acide sulla fine ingloriosa di un grande, sull’incapacità dei fuoriclasse di staccare la spina prima di intaccare il mito con un crepuscolo di match strazianti, giusto buoni per regalare storie da raccontare a qualche peone.

Quella volée fu l’ultimo colpo dell’ultimo gioco, set, match, torneo e Slam (il quattordicesimo) di un gigante dello sport, che nel decennio 1990-2000 aveva raccolto, insieme al contrario di sé, l’ex punk malmostoso Andre Agassi, l’eredità delle storiche rivalità del tennis: Borg, Connors e McEnroe negli anni Settanta, Edberg, Lendl e Becker negli Ottanta. Pete e Andre erano l’alfa e l’omega, il serve&volley lottava contro le botte da fondocampo e gli anticipi, il classico si azzuffava con l’ultramoderno, il fascino del fioretto combatteva lo spadone. Chi avrebbe potuto perpetuare, ci si domandava, la genìa dei fuoriclasse dopo l’addio di Pistol Pete e quello, in terza età tennistica, del Kid di Las Vegas, arresosi alla sciatica e ai 36 anni navigati nel 2006 ? La risposta è nella cronaca del nuovo millennio, e in un’acuta considerazione di Agassi: «Federer, Nadal, Djokovic. Nella storia del nostro sport ci sono voluti cent’anni per trovare cinque giocatori capaci di vincere almeno una volta i quattro tornei dello Slam: Fred Perry, Don Budge, Roy Emerson, Rod Laver tra gli anni Trenta e Sessanta, poi io nel 1999. Questa generazione di fenomeni c’è già riuscita: Roger e Rafa hanno già vinto tutto, a Djokovic manca il Roland Garros ma è questione di tempo. Credetemi: non c’è mai stata tanta qualità come oggi».

Allargando le maglie per riunire alla band delle stelle Andy Murray, un ragazzo che in qualunque altra epoca avrebbe messo le mani sul triplo degli Slam finora strappati ai tre oligarchi (Us Open 2012 e Wimbledon 2013), la stampa specializzata ha ritenuto di cristallizzare il decennio 2003-2013, pressappoco dall’alba del ritiro di Sampras ai giorni nostri, sotto il nome di era dei Fab Four. I quattro Beatle della racchetta hanno inaugurato e chiuso le danze una stagione dietro l’altra, e tanti saluti al resto del mondo: sfidanti variamente provvisti di talento, nuove stelle, promesse assortite del tennis sono appassite nella vana speranza che i padroni del vapore, prima o poi, mollassero la presa. Campioni non sufficientemente corazzati o continui per sfidare i superuomini, gente come Roddick, Nalbandian, Soderling, Hewitt si è consumata (e ritirata, nei primi tre casi) nell’attesa di assistere al declino della dinastia; altri, come Berdych, Tsonga, o il pluri-infortunato Juan Martin del Potro, si sono accontentati di un mestiere difficile da digerire per uno sportivo di eccellenza, il rincalzo di lusso.

I diciassette Slam arraffati da Federer, i tredici di Nadal, i sette di Nole costituiscono la testimonianza più efficace e tangibile di un passaggio storico in cui, vale ricordarlo, non una finale dei quattro tornei più appetiti del globo si è disputata, a partire dagli Australian Open del 2005, senza che almeno uno dei Fab Four garantisse la propria presenza. Qualcosa di mai visto, da che il tennis è disciplina globale. E se Andre vs Pete aveva distillato la sintesi degli opposti che cozzano a velocità supersonica, infuocando un duello del quale gli appassionati iniziarono a sentire la mancanza da quel pomeriggio del 2002, certi che un’altra congiunzione astrale di talenti non si sarebbe più incrociata nei tempi a venire, Federer e Nadal riuscirono in ciò che francamente appariva al di là del concepibile. A costruire, insomma, una rivalità – per quanto sbilanciata a favore di Rafa negli scontri diretti – ancora più estrema e appagante: se non apprezzavi il muscolo, le rotazioni e la volontà eroica di Nadal, potevi iscriverti al partito della classe regale di Federer; al papà piaceva sir Roger, abbigliato come i patriarchi del tennis, elegante come Cary Grant, capace di soluzioni tecniche precluse alla totalità del genere umano; il cuore del figlio batteva per il giovane guerriero Rafa, un nipote vitaminizzato di Indiana Jones prestato al gioco degli aristocratici inglesi, il miglior atleta mai ammirato su un rettangolo di gioco, la mente più concentrata e affamata di vittorie che lo sport avesse contemplato.

Quando Djokovic è riuscito ad agganciare il duo e a proporre un tennis asfissiante, clamorosamente atletico e di efficacia devastante come – e talora più – di quello offerto da Nadal, con una risposta al servizio esplosiva e un ritmo da fondocampo pari a un Ivan Lendl al quadrato, la reazione chimica ha preso a produrre finali estenuanti, partite in cui si è sfiorato l’esaurimento organico: su tutte, la finale degli Australian Open del 2012 tra Djokovic e Nadal, la più lunga di sempre, 5 ore e 53 minuti di rincorse e legnate in spregio ai limiti delle capacità umane.

Tic, tac. La consunzione del tempo, limando sottotraccia i pilastri di un dominio strabiliante (e pure un po’ soporifero, certo), ha finito per compromettere l’equilibrio statico di quella meravigliosa macchina da successo motorizzata dai Fab Four, cui milioni di fan avevano fatto il callo: cambia superficie, cambia continente, la finale sarà sempre la stessa. Assuefatti al solito Slam dominato in ciabatte da Federer, poi rivoluzionato dagli urlacci e i topspin del boa constrictor Nadal, agli allunghi strabilianti e le difese di Djokovic, avvezzi a una divisione della torta tanto prevedibile da parere predeterminata, ci si è trovati in un 2014 che, apparentemente dal nulla, ha mostrato le evidenze di una prima seria interruzione al White Album in looping. Stan Wawrinka, un semigrande abbonato a una carriera da secondo, a 29 anni si è fatto campione di Melbourne Park. Un comprimario dal cervello brillante quanto scarsamente accattivante è il suo tennis, Gilles Simon, l’aveva presagito mesi fa: «Ho trent’anni, ho corso tanto e tengo famiglia ma non ci penso proprio a smettere. Lassù stanno per mollare: nei prossimi due o tre anni si apriranno delle possibilità mai avute prima e voglio provare anch’io a infilarmici». Non pochi gli avevano riso dietro, eppure aveva ragione. L’egemonia più spietata della storia tennis sta rantolando: Federer è tornato a deliziare, eppure non vince uno Slam da due anni abbondanti e, a 33 anni, sa di avere il tempo contato; Nadal ha aggiunto all’assortimento un’altro infortunio, questa volta al polso e non potrà, per quanto strabiliante nelle sue remuntade, ricaricarsi e superarsi in eterno; Djokovic rimane il numero uno ma non somiglia più al predone del 2011, così come il Murray post intervento alla schiena gioca un filo più circospetto e timoroso e – almeno per ora – non vince più. Ammassate le variabili agli Us Open da poco spirati, si è prodotta la prima finale del post Fab Four: Marin Cilic di qua, Kei Nishikori di là.

Trent’anni or sono, la CBS aveva ottenuto di comprimere in uno unico show di abbuffata tennistica, il Super Saturday, le semifinali maschili e la finale femminile. La scelta fruttò, l’8 settembre del 1984, una giornata leggendaria. Quest’anno, l’ultimo di contratto prima di mollare lo Slam di New York dopo 46 anni di copertura tivù, il network Usa ha trasmesso di lunedì un match dall’appeal deprimente, se non per i tifosi indiavolati di amor patrio, made in Croazia e Giappone. Come una sberla di vento in uscita da un’eterna galleria, il match per il titolo a New York ha offerto efficacia glaciale, un tennis imprevedibile sì e no come un diapason, due protagonisti con personalità di raro anonimato. Per tre set il tennis ha socchiuso la finestra del futuro dello sport più nobile, ma ciò che si è intravisto è uno scorcio deprimente.

Per tre set a New York il tennis ha socchiuso la finestra del futuro dello sport più nobile, ma ciò che si è intravisto è uno scorcio deprimente.

Cilic e Nishikori, indubbiamente due campioni straordinari, si distinguono per un carisma rasente lo zero («Sono stato concentrato», questa la miglior dichiarazione spremuta a un vagamente sorridente Kei Nishikori dopo averlo ammirato nella demolizione del numero uno del mondo, Novak Djokovic, in semifinale a NY; «Yeaaaaaaaah! Unbelievable!», il commento di Cilic al suo primo Slam). Certo, le risse tra McGenius e Jimbo Connors sono vive solo nel museo di Wimbledon, in una teca che rimanda in onda otto ore al giorno le finali del 1982 e 1984; i tuffi di Becker e il servizio di Edberg, un gesto rubato al Barysnikov del Lago dei cigni, sono finiti su un drappo a dimensione naturale, accanto alle uncinate di Nadal e a un dritto in corsa, borioso e divinamente meccanizzato, del Federer che si è preso le chiavi del tempio per sette volte, proprio come Sampras. Ognuno ha sfruttato una caratteristica genetica, un’impronta irripetibile che lo ha reso unico: la personalità strabordante, il genio, la téchne, la fisicità deflagrante. Ma questi nuovi, o seminuovi, campioni del post Fab Four? Inutile girarci intorno, non appartengono alla stessa razza.

Rimossi dalla lista i quattro arraffatutto, insomma, il tennis di (dopo)domani potrebbe scivolare verso una più democratica repubblica dello sport, allergica ai dispotismi: Cilic, Nishikori, magari l’algido Berdych, almeno fin quando il fisico terrà; e poi i giovani. Milos Raonic (1990), un bombardiere volenterosissimo e non baciato dal dio del tennis; Grigor Dimitrov (1991), tuttofare dal talento evidente ma inferiore a quello del maestro ispiratore Federer; l’acerbo, ancorché interessante, Dominic Thiem (1993) e l’indiavolato Nick Kyrgios (1995), l’eliminatore di Nadal nell’ultimo Wimbledon. E qualche inserimento sporadico di rincalzi da una botta e via. Più libertà, novità, meno scontatezza: tutto vero, bello e sano. O forse il Messia tornerà, o è già tra noi e fa di tutto per occultarsi. Resta il fatto che, a pensarci su, si vive più piacevolmente sotto il regime. Almeno se, come sembra, la costrizione del vedersi propinare quattro volte l’anno lo stesso film d’autore è l’alternativa a una rassegna di inediti cui l’oblio non recherebbe gran danno.

 

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