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La rete non sarà più uguale per tutti

Perché l'abolizione della legge sulla net neutrality è un cambiamento che avrà conseguenze importanti.

Mentre a Singapore Donald Trump stringeva la mano a Kim Jong-un, a Washington gli stavano preparando una brutta sorpresa. Proprio in quelle ore il giudice distrettuale Richard Leon si pronunciava sull’intricato caso della fusione tra due grandi aziende, AT&T e Time Warner, costata 85 miliardi di dollari e bloccata dall’ottobre 2016 per presunta violazione delle leggi antitrust. Con un documento di 172 pagine Leon dava il suo via libera, pregando il governo stesso di non rivalersi nuovamente sulla sentenza. E così, dopo essersi scagliato contro la fusione in campagna elettorale, Trump deve incassare una nuova sconfitta. Ma c’è qualcuno, nel suo entourage, che nel frattempo stava gioendo.

Il presidente della Federal Communications Commission (Fcc) nominato dallo stesso Trump, Ajit Pai, si era sempre espresso favorevolmente sull’operazione. Un momento d’oro per lui, che lo scorso 11 giugno ha anche visto realizzarsi uno dei suoi principali obiettivi: l’abolizione delle leggi sulla net neutrality. Perché questo e l’affaire AT&T-Time Warner, cui fa già eco l’offerta di 65 miliardi di dollari arrivata da Comcast per l’acquisto della 21st Century Fox (l’impero mediatico di Rupert Murdoch), sono avvenimenti solo apparentemente distanti. Che insieme rischiano di avere effetti drastici sull’economia digitale e sull’utilizzo di internet da parte degli utenti.

L’abolizione della net neutrality

Facciamo un passo indietro. Per net neutrality si intende l’uguaglianza nella fruizione dei contenuti e dei servizi veicolati attraverso Internet, nel senso che devono essere raggiungibili da ogni potenziale utente senza discriminazioni e senza “corsie preferenziali”. Sostanzialmente il principio impone agli operatori di rete (internet service provider) di garantire una totale accessibilità, che non deve essere condizionata né dalla velocità di trasmissione dei dati né da eventuali blocchi. Per la sua difesa, negli anni, si è sviluppato un grande movimento d’opinione negli Stati Uniti, di recente appoggiato anche dai principali distributori della rete, da Twitter a Apple, passando per Facebook e Google. Il principio è però rimasto un non detto fino al 2015, quando l’Open Internet Order ha classificato gli internet service provider come “servizi per le telecomunicazioni”, gli stessi che il Titolo II dell’antico Communications Act (1934) definisce common carriers, ovvero “beni comuni” – al pari di strade, servizi idrici, oleodotti, rete elettrica, ospedali e parchi – che sono soggetti a regole particolarmente restrittive.

Così l’ex presidente della Fcc, il democratico Tom Wheeler, era riuscito con il sostegno di Barack Obama a trasformare la neutralità della rete in legge. Ma la sua operazione ha avuto vita breve: l’Open Internet Order è stato abrogato il 14 dicembre 2017 dalla Fcc a maggioranza repubblicana guidata da Ajit Pai, che non si è fermato qui. Il suo obiettivo è quello di togliere alla Fcc le competenze sull’attività dei provider per lasciarle interamente alla Federal Trade Commission (Ftc), authority per la concorrenza. Considerando quello dei servizi internet un mercato al pari degli altri, senza particolari vincoli per i suoi attori. Pai lo aveva dichiarato sin da quando nella Fcc si trovava all’opposizione: «non dobbiamo mettere bocca su come i provider gestiscono i loro affari». Oggi, negli Stati Uniti, molti lo accusano di aver fatto un regalo agli operatori di internet e di essere colluso con i loro interessi.

Le conseguenze

Insomma, si scrive light-touch – così Pai ha definito il suo approccio – ma si legge ultra-liberalizzazione. Se nell’internet di Wheeler e Obama la regola era “gli stessi bit e gli stessi contenuti per tutti”, in quello di Pai e Trump la regola potrebbe diventare “più bit e più contenuti per chi paga di più”. Perché è un regalo? Perché i provider potranno lucrare sull’utilizzo che i consumatori fanno delle loro infrastrutture per fruire di contenuti e servizi in rete, ma anche su quello che ne fanno i giganti del web per distribuirli. Oltre ai consueti abbonamenti, dunque, potrebbero arrivare veri e propri pedaggi. Come? Decidendo, per esempio, che se Netflix vuole trasmettere video online in maniera così veloce ed efficiente deve pagare una tassa sulle infrastrutture che glielo consentono.

Un’altra conseguenza è il via libera definitivo a offerte di connessione che, a fronte di un costo inferiore o addirittura della gratuità, permettono agli abbonati di “vedere” solo porzione di internet, come i servizi più utilizzati o, magari, quelli forniti dalle aziende che pagheranno per essere compresi nel pacchetto, escludendo tutto il resto. Opzioni del genere esistono già: la Fcc di Wheeler voleva regolamentarli; quella di Pai, invece, ha interrotto le indagini avviate dal predecessore sulla “neutralità” dell’offerta gratuita lanciata dai maggiori operatori wireless del Paese, Verizon e AT&T, perché «la priorità dei repubblicani – ha dichiarato Pai – è la copertura a banda larga di tutto il Paese».

 

Cosa rischiano Google, Amazon e Facebook

Ed è proprio qui che la fusione tra AT&T e Time Warner, come quella possibile tra Comcast e 21st Century Fox, diventa interessante. Abbiamo a che fare con due dei principali fornitori di connessione internet del Paese e con due delle media company più grandi del mondo. Senza leggi sulla net neutrality, chi garantisce che un giorno AT&T o Comcast non decidano di rallentare, anche soltanto di pochi bit, i contenuti e i servizi distribuiti dai concorrenti di Time Warner e Fox? Oppure, cosa gli impedirà di creare una forma di abbonamento che ingolosisca potenziali clienti con prezzi stracciati ma consenta loro di vedere soltanto ciò che distribuisce attraverso le loro controllata? Si tratta di un vantaggio non da poco rispetto alla concorrenza, che crea un precedente rischioso. Come segnala Bloomberg, le borse hanno già gli occhi puntati sul prossimo big-merge di questo tipo, che non si farà attendere.

I matrimoni misti tra provider e media non sono nuovi all’economia statunitense ed è inevitabile che accelerino proprio con l’avvento di internet e di aziende come Google, Amazon e Facebook. Del resto, i primi si sono resi conto di aver fatto la fortuna di aziende inesistenti fino a 20 anni fa senza chiedere in cambio un dollaro. I secondi, invece, si sono visti sottrarre gran parte della loro influenza e dei propri ricavi derivanti della pubblicità, che si sta spostando sempre più sul digitale. Per reggere la sfida con i colossi del web, gestire l’infrastruttura di rete non basta e avere una grande eredità nel cinema e nella televisione neanche. Insieme, forse, qualcosa si può fare. La net neutrality? È solo un ostacolo. Come ha affermato un anno fa il consulente di Verizon e consigliere di Trump Jeffrey Eisenach, non fa che «permettere ad alcuni di arricchirsi usando gratuitamente servizi forniti da altri».

Ecco perché i provider sono pronti a investire decine di miliardi di dollari per portarsi in casa buoni contenuti da offrire ai loro abbonati. L’assenza di restrizioni sulla net neutrality faranno il resto, mettendo finalmente i provider nelle condizioni di presentare il vecchio conto ai giganti digitali. Questi, dal canto loro, hanno ovviamente preso le difese della legge voluta da Obama: non vorranno certo avere a che fare con un nuovo competitor, né trovarsi in perenne guerra tra loro per accaparrarsi gli accordi migliori con i vari AT&T, Comcasts e Verizon, ed evitare problemi di accessibilità da parte degli utenti.

 

Chi pagherà questo cambiamento?

I repubblicani potranno rivendicare di aver favorito la concorrenza nel settore e di non aver posto «un freno agli investimenti, all’innovazione e alla creazione di posti di lavoro», per usare il giudizio di Trump sull’operato della Fcc guidata da Wheeler. Sui rischi che molti hanno paventato, Ajit Pai ha risposto che finora la net neutrality non è mai stata ufficializzata ma è sempre stata rispettata, e che così sarà ancora in virtù di presunti «accordi volontari tra le aziende». A vigilare sarà la già citata Federal Trade Commission, che Tom Wheeler ha definito «un’authority con compiti esecutivi e non normativi, che può dire “pensiamo che questa sia una pratica sleale e ingannevole” ma non “ecco come si deve operare in una rete aperta”».

Per quanto lo si neghi, l’abolizione di una legge sulla net neutrality che c’era, in contesto economico e con i retroscena che abbiamo descritto, ha il suo peso. Significa avallare un cyberspazio fatto di corsie preferenziali che premiano alcuni e discriminano altri, siano essi aziende che non pagano i provider o utenti che possono permettersi soltanto abbonamenti economici. E a farne le spese, ovviamente, non saranno le multinazionali né i ricchi, ma le imprese minori e le fasce più deboli.

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