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Dentro Internazionale

Abbiamo visitato la redazione del settimanale romano per capire come funziona e lavora. Il suo segreto? Fare come Google.

Roma. La stanza è troppo piccola, tocca avvicinare le sedie e qualcuno resta in piedi. Sul tavolo, tra i fogli sparpagliati qua e là, ci attende una pila di handout accuratamente preparati. Sono le quattro del pomeriggio di un giovedì di aprile e sta per iniziare la riunione di redazione di Internazionale: siamo una ventina di persone – età media: forse 35 – l’atmosfera è decisamente informale, ma bastano pochi minuti per rendersi conto che dietro l’apparente scompostezza dei giornalisti si nasconde un’organizzazione granitica. È un po’ come assistere a uno di quei seminari di un’università americana: stanno tutti sbracati, ma nessuno si perde un appunto.

Sugli handout che avevo addocchiato c’è una rassegna della stampa straniera, la materia prima per un settimanale che vive, salvo rare eccezioni, di storie altrui. Per ogni articolo segnalato sono riportati titolo, un paragrafo di sinossi, il nome dell’editor che lo propone, lunghezza e annotazioni finali: «17mila battute, carino», «10mila circa, piuttosto specifico ma ben costruito», eccetera.

Si parte da un articolo di Vice sugli Hezbollah che giocano a paintball (nota: «è un modo di parlare, un po’ cazzeggiando, del gruppo armato libanese»). Il direttore chiede «che è questo Vice?», i redattori più giovani provano a spiegare, si apre un dibattito «è cool», «sì ma è anche trash», «la parola giusta è hipster», alla fine mi pare di capire che l’idea degli Hezbollah sia piaciuta. Nessuno si scalda, nessuno si offende, nessuno alza la voce. Manca quell’elemento narcisistico, tipico delle dinamiche redazionali, che spinge ogni giornalista a difendere con le unghie e con i denti il «suo» pezzo.

Sarà perché nessuno ha un «suo» pezzo da difendere. Da vent’anni Internazionale pubblica esclusivamente pezzi tradotti dalla stampa estera, fatta eccezione per brevissime rubriche scritte ad hoc. Nato in piena Tangetopoli sulla falsariga dell’esperienza francese Courrier International – «volevamo chiamarci Corriere Internazionale, ma poi c’era il rischio che il Corriere della Sera non l’avrebbe presa bene» – all’inizio era una cosa di nicchia, le vendite hanno cominciato ad aumentare esponenzialmente nel 2001, anno di Genova e di New York, ormai ha superato abbondantemente la diffusione di 100 mila copie. Alcuni si chiedono come abbia fatto un settimanale fatto di articoli stranieri a diventare mainstream.

Quanto a me, è da parecchio tempo che mi domando quale sia la ragion d’essere di questo giornale-non-giornale. Lo confesso: con Internazionale ho sempre avuto un rapporto di amore e odio – ogni settimana, la stessa storia: il venerdì vado in edicola per acquistarlo e mi domando perché lo faccio, che senso ha comperare una rivista dove, al novanta per cento, troverò pezzi del New Yorker e del New York Times che ho già letto, oppure articoli esteri sull’Italia che mi raccontano fatti che conosco a memoria. Poi alla fine lo prendo sempre, senza capire bene se lo faccio perché spinta da una sorta di feticismo tutto italico per la stampa estera ( “che è meglio,” come direbbe il puffo Quattrocchi), dal voyeurismo solipsistico che ti porta a leggere per prima cosa la sezione “Visti dagli Altri” (quella che ripubblica gli articoli usciti all’estero sull’Italia), o più semplicemente dal fatto che è una rivista fatta bene, che ha ha un’identità forte e una scorrevolezza godibile nonostante sia il frutto di un’operazione patchwork, che – alla fin fine – è un piacere leggerla.

Un po’ mossa dai miei dubbi di consumatrice mediatica (per fortuna da quando ci sono i tablet, gli struggimenti amletici settimanali si sono ridotti da un quarto d’ora, il tempo di recarsi in edicola, a pochi secondi, il tempo di un clic) e un po’ dalla curiosità di sapere come funzionava la macchina di un giornale che si occupa quasi in toto di pubblicare testi altrui in un’epoca in cui i testi altrui si pescano tranquillamente da Internet – insomma, spinta da un’insieme di cose, ho chiesto a Internazionale di ospitarmi per un paio d’ore in redazione, e il giorno dopo ho fatto due chiacchiere con il direttore, Giovanni De Mauro.

Partiamo dalla domanda più ovvia: che cosa fanno i venti giornalisti che appaiono sul colophon, visto che non scrivono e neppure traducono (la traduzione è affidata a collaboratori esterni). La risposta è che editano: in media ogni pezzo è “passato” da almeno cinque persone, tra redattori e copyeditor, passaggi necessari a creare un’omogeneità stilistica ed evitare l’ “effetto collage.” E, soprattutto, leggono tanto: la parte più importante del loro lavoro consiste nel scegliere che cosa consigliare di leggere agli altri. «Quello che noi offriamo al lettore è la selezione», dice De Mauro. «La nostra esistenza è la dimostrazione di quello che anche Google ha capito, e cioè che la straordinaria massa di informazioni disponibile è sostanzialmente inutilizzabile se non è filtrata e selezionata. Sono convinto che un giornale, più ancora da ciò che pubblica, derivi la sua identità da ciò che non pubblica, dalla scrematura».

Il che rimanda a una considerazione sui contenuti. Nonostante il direttore assicuri che la cosa più amata dei lettori è l’oroscopo, le due sezioni che leggo più volentieri sono la storia di copertina, in genere un articolo lungo in stile New Yorker (a volte infatti è del New Yorker), e, appunto, “Visti dagli Altri.” Ho notato due cose. Primo, tra le fonti da cui sono prese le storie di copertina, alcune ricorrono molto spesso: New York Times, New York Times Mag, Economist e, si diceva prima, il New Yorker. Altre, come Le Monde, El Paìs, The Guardian, The Independent e The Atlantic appaiono altrettanto frequentemente nel resto del giornale. Una selezione molto anglofila, prima ancora che eurocentrica, che in apparenza stride con il respiro globale della testata. Il lato brutto delle storie di copertina è che talvolta capita di ritrovarsi con un articolo già letto, quella chicca che sei dei tuoi amici hanno già condiviso sui social e che magari avevamo pure incluso nella rassegna stampa di Studio. La cosa bella delle storie di copertina è che, be’, sono belle.

La seconda cosa che ho notato è che “Visti dagli Altri” alterna prevalentemente due tipi di articoli: quelle piccole storie raccolte da un cronista straniero di stanza nel nostro Paese che ti fanno pensare «cavoli, perché non si trovano sui giornali italiani» (esempio: l’inchiesta di Le Monde sul lavoro minorile a Napoli), e quelli che io chiamo i “riassuntoni.” Ovvero gli articoli che affrontano, in uno spazio più o meno breve e in termini relativamente generici, argomenti che siamo abituati a seguire in modo dettagliato, se non dispersivo, sulla stampa nostrana (esempio: il pezzo dell’Independent che spiega agli inglesi che cos’è la TAV e dov’è la Val di Susa). Il bello di questi riassuntoni in parte sta nel cogliere le scorciatoie utilizzate dai corrispondenti esteri, i tic che loro notano in noi; ma soprattutto nell’effetto liberatorio di constatare che la questione è più basilare di quanto non sembrasse, vuoi perché un occhio esterno tende a semplificare le cose, vuoi perché siamo noi a complicarcele. Il brutto è che talvolta contengono un giudizio sul sistema-Italia, che magari pure ci azzecca, ma che si presta a un giochetto che in tempi bui è divenuto lo sport nazionale: hai visto cosa dice l’Economist su Berlusconi? O cosa dice il Financial Times su Monti/ il Wall Street Journal su Bossi/ la Reuters su Draghi?

Cominciamo da anglofilia ed euro-centrismo. Il direttore ammette candidamente che, più della varietà delle fonti, interessa la godibilità dei pezzi, «è vero, spesso scegliamo le nostre storie di copertina da testate note e poco esotiche come il New Yorker, New York Times Magazine, Le Monde o l’Economist. Ma è soprattutto perché le storie lunghe hanno alti standard di qualità. Il che significa anche spesso che il 70% degli articoli provengono da inglese, francese, tedesco e spagnolo». Quanto al rischio di ripubblicare un pezzo già visto, è calcolato – e più basso di quanto non ci si potrebbe aspettare. «Il nostro pubblico non è una élite», dice De Mauro. «Quando superi una certa soglia significa che non sei una rivista di nicchia in senso stretto: per lo meno ti rivolgi a una nicchia ampia, che forse può rappresentare una élite rispetto ai 50 milioni di abitanti dell’Italia, ma certo non rispetto alla fetta degli italiani che vanno in edicola e leggono i giornali». Nel 2011 Internazionale ha registrato una diffusione di 120 mila copie – tra quelle vendute in edicola, in abbonamento, in digitale e quelle regalate. Quest’anno prevede di raggiungere lo stesso risultato. Dieci anni fa, la diffusione era di appena 34 mila, salite a 40 nel 2003, a 50 nel 2006 e così fino a superare la soglia psicologica delle 100 mila nel 2009.

Poi ci sono gli articoli stranieri sull’Italia, che si prestano al giochino dell’“hai visto?” – sport fastidioso, che però riguarda più il dibattito politico e la stampa italiani che il suo giornale, sostiene De Mauro. «Per un certo periodo c’è stato un cortocircuito per cui c’era la smania di riprendere quello che scrivevano i giornali stranieri sull’Italia, dimenticando che spesso e volentieri i corrispondenti esteri utilizzano come fonte il Corriere e Repubblica. Così capitava che la stampa italiana riprendesse quella straniera… che però a sua volta si basava sulla stampa italiana. Questo ci dice qualcosa sullo stato di salute del giornalismo e del dibattito politico in Italia, che non è buono: spesso quando si deve ricorrere a un presunto arbitro imparziale per sostenere le proprie tesi, è perché si ha perso una credibilità autonoma. Però questo non è un problema che riguarda Internazionale, noi ripubblicavamo articoli stranieri sull’Italia già da molto prima e continueremo a farlo». Visti dagli Altri è uno dei punti forti della sua creatura, mi spiega il direttore, si cerca di pubblicare il più possibile: «La nostra politica è di proporre, ove possibile, tutti gli articoli interessanti che escono sulla stampa estera e parlano dell’Italia, che si tratti di politica o di storie».

Resta il mio dubbio sul valore aggiunto di quelle storie che ti ripetono le cose che sai già, però-viste-da-un’altra-angolazione. Porto a esempio un pezzo di Le Monde sulla riforma del lavoro del governo Monti, non capisco perché dovrebbe interessare a un italiano che delle riforme Monti legge tutti i santi giorni. «Ma tu l’hai letto?», chiede De Mauro. Certo che l’ho letto. «L’avresti letto anche se non avessi dovuto prepararti per questa intervista?» Quasi certamente sì. «Vedi, ti sei risposta da sola».

Tratto dal numero 8 di Studio

 

 

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