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Un troll chiamato Milo

Gay, provocatore, misogino, trumpiano convinto appena bannato da Twitter: perché dire addio a Milo Yiannopoulos non gioverà al nostro spirito critico.

C’è un’espressione che Milo Yiannopoulos ama usare spesso: “regressive left”, che probabilmente sarebbe corretto tradurre come “sinistra reazionaria” ma che a me piacere rendere come “sinistra indietrista”. Che ci sia un problema tra i progressisti – tra una parte dei progressisti – di gente che dice di guardare avanti mentre in realtà guarda indietro, in effetti, è difficile negarlo, e non c’è bisogno di essere un troll trumpiano per riconoscerlo. Solo che, quando penso alla sinistra indietrista, io penso ai fricchettoni che non vaccinano i figli, oppure alle sedicenti femministe che applaudono quando Augias fa notare che una bambina vittima di un pedofilo era truccata e portava la minigonna. Quando invece Yiannopoulos parla di “regressive left”, intende quelli che pensano che nel 2016 gli insulti razzisti siano inaccettabili.

Trentadue anni, titolo ufficiale: tech editor del sito ultraconservatore Breitbart News, acconciatura platinata da Super Sayan, pare in onore del suo idolo Donald Trump, Milo è in questo momento uno dei più riconoscibili e famigerati pasdaran mediatici del candidato repubblicano. Troll di professione, lo chiama qualcuno. “The most fabulous supervillain on the internet”, il più favoloso dei supercattivi in rete, preferisce definirsi lui, dove quel «fabulous» sta a indicare una spumeggiante identità gay di cui va fiero, e che non vede affatto in contrasto con la linea della destra repubblicana.

Recentemente ha fatto parlare di sé per essere stato bannato a vita da Twitter, a seguito di una serie di suoi attacchi rivolti a Leslie Jones, l’attrice afroamericana coprotagonista del nuovo film di Ghostbusters, il remake che ha fatto alzare più di un sopracciglio tra gli ultraconservatori perché gli acchiappafantasmi sono tutte femmine (in più, anche una nera, proprio la Jones. Ma le minoranze etniche, che risulti, erano rappresentate anche nel franchise degli anni Ottanta, vedasi alla voce Winston Zeddemore, cioè l’unico non-nerd tra gli acchiappafantasmi originali).

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Come prima cosa Milo ha scritto su Breitbart News una recensione molto negativa del film, intitolata “Teenage Boys With Tits: Here’s My Problem With Ghostbusters”. Poi ha twittato cose poche carine nei confronti di Jones, come «se non riesci a fare un film decente allora fai la vittima». A quel punto i suoi fan ci sono andati giù un po’ più pesante, arrivando a paragonare l’attrice a una scimmia, tirando fuori un odioso tropo razzista che, dall’affaire Kyenge in poi (per non parlare di Fermo), conosciamo bene anche in Italia. Risultato: Twitter ha bloccato l’account di Yiannopoulos, con buona pace dei suoi 338 mila follower. In un primo momento, senza fornire spiegazioni precise. Poi, data la visibilità avuta dal caso, rilasciando una dichiarazione alquanto vaga: «Le persone dovrebbero avere la possibilità di esprimere opinioni e idee su Twitter, ma nessuno merita di essere vittima di abusi online, e le nostre regole vietano l’incitare molestie a danni di terzi. Nelle ultime 48 ore in particolare, abbiamo notato un’impennata nel numero degli account che violano queste norme e abbiamo preso le dovute contromisure, che vanno da avvertimenti e cancellazioni di singoli tweet, fino a sospensioni permanenti».

Come prevedibile, Milo ha reagito presentandosi come un martire della libertà di espressione, vittima di un presunto Stato di polizia della sinistra indietrista: «Come tutte le azioni della regressive left totalitaria, anche questa gli si ritorcerà contro, portandomi ancora più fan adoranti. Stiamo vincendo una guerra culturale. Twitter si è appena dato la zappa sui piedi. Ha segnato la sua fine, facendo passare il messaggio che chiunque tenga alla libertà d’espressione non è il benvenuto».

Nato ad Atene, cresciuto nel Kent, in Inghilterra, da una famiglia benestante, Yiannopoulos ha una carriera da agent provocateur cominciata ben prima del suo innamoramento per Trump. Cognome greco, mamma ebrea e un’educazione cattolica tutt’ora portata in palmo di mano, inizia lo scorso decennio al Telegraph, dove scrive di tecnologia, già declinata in una chiave di guerriglia contro il politicamente corretto. Un suo articolo del 2009, intitolato “Men perform better in many technology jobs. Must we apologise for that?”, gli procura una fama longeva di «pitbull dei tech media». Nel 2011 fonda Kernel, che per un certo periodo si rivela una delle più interessanti riviste online dedicate all’innovazione (proprio in quanto editor e fondatore di Kernel, aveva peraltro partecipato a uno dei primi festival Studio in Triennale) ma poi finisce nei guai per questioni di collaboratori non pagati. Lasciato il magazine, Milo scopre la sottocultura dello scandalo-diventato-bullismo di massa Gamergate, trasformandosi in improbabile alfiere degli uomini che odiano le donne e amano i videogiochi.

Nel 2015 il passaggio a Breitbart News, proprio mentre il sito si stava trasformando nell’unico media conservatore nettamente schierato con l’astro nascente Trump contro la vecchia guardia del Partito repubblicano, provocando tra le altre cose un esodo tra le sue penne storiche come Ben Shapiro e Michelle Fields. Per Yiannopoulos invece l’avvicinamento al magnate di New York è stato come un’epifania, una folgorazione sulla via di Damasco. Milo si tinge i capelli di biondo, comincia a chiamare Trump «daddy», cioè papi nel senso di papi-Silvio, si dice innamorato, e qualcuno ci vede, forse non del tutto a torto, qualche turba freudiana: «Un omosessuale mezzo ebreo con daddy issues», l’aveva apostrofato perfidamente Tablet magazine, come a dire che un sostegno al tycoon di ultradestra non poteva che essere espressione di un qualche scompenso fallico. Al che qualcuno potrebbe domandarsi, e anche qui non del tutto senza ragioni, se non esista un doppio standard: se ad essere accusato di avere daddy issues fosse stato un attivista gay entusiasta di Obama, non l’avremmo preso come un insulto omofobo?

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Non c’è bisogno di essere omofobi, certo, per trovare antipatico Milo. Alcune delle sue posizioni fanno accapponare la pelle, tra queste l’idea che il femminismo sia «il cancro della nostra società» (salvo poi concedere,in un’intervista al New York Times, che l’uguaglianza tra i sessi sia una delle più grandi conquiste del secolo) e la tesi secondo cui i veri discriminati, nell’America contemporanea, sarebbero i maschi bianchi: ha persino istituito una borsa di studio per i maschi bianchi provenienti da famiglie disagiate, in polemica aperta con l’affirmative action, la politica delle università Usa volta a facilitare l’ammissione scolastica delle minoranze etniche considerate svantaggiate. Yiannopoulos in altre parole s’è fatto portavoce di un vittimismo diffuso tra i bianchi americani appartenenti alle classi non particolarmente agiate, la percezione di avere perso ingiustamente uno status, quello che prima era un vantaggio, a favore di minoranze che hanno guadagnato terreno grazie a una (ipotetica) dittatura del politicamente corretto: un modo di pensare incarnato dalla retorica di Trump, e già ben raccontato, in tempi quasi non sospetti, dal documentario di Mtv White People, del giovane premio Pulitzer Jose Antonio Vargas.

La sua crociata, o sedicente tale, contro il politicamente corretto si inserisce in questo clima: la libertà d’espressione non è più soltanto un valore a sé stante, ma anche una parola in codice per indicare la difesa di un privilegio perduto, quello della maggioranza sulle minoranze, che può essere recuperato soltanto a suon di insulti. Questo, almeno, direbbe un detrattore. Yiannopoulos è in effetti tutto quello che i suoi nemici lo accusano di essere: razzista, misogino e di estrema destra. Tuttavia, bisogna ammettere, non è soltanto questo. Perché, dietro a uno spesso strato di hate speech, le sue provocazioni a volte non sono del tutto gratuite. Spesso, naturalmente, lo sono, ma in alcuni casi hanno il pregio, da non sottovalutare, di mettere una pulce nell’orecchio della sinistra progressista proprio in una fase in cui sembra troppo sicura delle sue certezze.

Qualche tempo fa Kristen Brown aveva scritto un bel profilo di Milo. Su Fusion, l’autrice femminista raccontava i suoi sentimenti ambivalenti davanti a Yiannopoulos, da un lato l’impressione, confermata nel tempo, che le sue posizioni fossero inaccettabili, dall’altro l’ammissione che con la sua abilità retorica l’editor di Breitbart News era in grado di farle riesaminare i suoi convincimenti: «Spesso i suoi articoli mi spingono a chiedermi se quello che so in realtà non sia semplicemente quello che penso di sapere», scriveva. Yiannopoulos, suggeriva Brown, è come uno strato di miele che riveste dell’aceto molto aspro, un pasionario del trumpismo che rende tutto più gradevole infarcendo i suoi discorsi di charme europeo, di codici gay e di “hello darling”. E questo, naturalmente, è molto pericoloso. Però Milo ha anche un’altra specialità, che è quella di smontare le argomentazioni altrui con una rigorosità intellettuale non comune, per esempio quando quasi riesce a convincere Brown che è giusto che le donne si sentano dire che il giornalismo è roba da uomini perché in effetti, dati alla mano, le femmine piangono più spesso. Il fatto che riesca a smontarle non significa che abbia ragione, certo. Però fa di lui una risorsa preziosa per chi, in sua assenza, sarebbe poco portato a mettere in discussione le proprie convinzioni. Forse Milo si meritava davvero di essere bannato a vita. Però senza di lui Twitter è diventato un luogo più noioso. E forse noi rischiamo di perdere un granello in più di spirito critico.

Nelle immagini: Milo Yiannopoulos tiene una conferenza stampa a poca distanza dal locale Pulse di Orlando, teatro della strage dello scorso giugno. (Drew Angerer/Getty Images)
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