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Mayim Bialik

Ex star bambina, scienziata e nerd, promuove l'attachment parenting. Quando ha annunciato il divorzio, le hanno risposto: «Te la sei cercata».

Per chi non ha figli, uno scontro tra metodi differenti in materia di educazione è come assistere a un litigio tra estranei sull’autobus che urlano punti di vista ugualmente convincenti. O dai ragione a qualcuno alla cieca, oppure ti siedi in un angolo ripetendo siete tutti molto bravi, e speri che a un certo punto si stanchino, e magari comincino a parlare di cose che tu conosci. Scientology, ad esempio, oppure Channing Tatum.

E questo è il metodo che ho messo a punto io, dopo anni di mani davanti alla faccia e silenzi imbarazzanti. Detto ciò, un hobby popolare tra chi di figli non ne ha è giudicare le scelte di chi ne ha. (L’abbiamo fatto anche qui, il giorno in cui ho scoperto l’esistenza dei labor videos. Diciamo che chiedo scusa? Che i labor videos erano troppo grotteschi per non discuterne? Un pochino?) La storia di oggi è un caso tipico.

Da bambina, e poi da ragazza, Mayim Bialik era una star del piccolo schermo, protagonista assoluta della sitcom Blossom – le avventure di una teenager. Dopo di che, si è riavvicinata alla sua fede ebraica, praticandola in modo via via più ortodosso; ha fatto l’università, prendendo un dottorato in Neuroscienze (segnatevela questa, è importante); ha sposato un compagno di studi ex Mormone che si è convertito per lei; ci ha fatto due figli; è stata vittima, come tante, di una foto paparazzata che l’aveva beccata vestita male al supermercato con un bambino al collo, ed è tornata a recitare, con un ruolo comico in Big Bang Theory. Se volete qualche traccia supplementare, è facile trovarne: ecco Mayim Bialik ospite speciale di What Not To Wear (trama: due esperti rifanno il guardaroba a una persona famosa o meno, tra alzate di occhi al cielo e oh, non è terribile?), ed ecco Mayim Bialik blogger regolare sul portale Kveller, dedicato ai genitori ebrei (e no, non vale andarsi a leggere soltanto il post dove critica l’abbigliamento immodesto della povera Ke$ha).

Oggi, Bialik e marito sono forti sostenitori di un metodo educativo che viene chiamato attachment parenting – um, “genitorialità dell’attaccamento fisico”? – e che prevede una serie di regole riassumibili in “madre/padre e figlio devono stare insieme il più possibile”. I bambini dormono nel lettone, vengono allattati quando hanno fame loro e finché sono loro a dire «basta», passano molto, molto tempo in braccio ai genitori, o, anche meglio, vengono tenuti in una sling, una fascia appesa alla spalla. A queste regole, gli adepti più rigidi o i più fedeli alla linea ne aggiungono altre che non tutti possono – o ritengono giusto – permettersi: medicina olistica e basta, alimentazione al 100% organica, lavorare da casa, educare personalmente i figli anziché mandarli a scuola.

E fin qui, uno pensa, sono scelte.

Bialik ha raccontato la sua esperienza in un libro – Beyond the Sling – e poi è andata in giro a promuoverlo, ospite di diversi talk show. Ve ne faccio vedere uno. The View.

(Contesto: The View è un talk show di fascia diurna con quattro presentatrici che discutono intorno ai fatti di attualità – spesso privilegiando le notizie relative al mondo dello spettacolo e le “questioni di donne” in senso ampio; chi definisce The View un pollaio non pecca così tanto di anti-femminismo, visto che le presentatrici sono combinate in modo da esprimere punti di vista opposti in scambi rapidissimi, e quindi il programma fa notizia solo quando le signore litigano tra loro, oppure quando una se ne va. Fine.)

Le presentatrici di The View, trovandosi davanti Bialik, puntano diritte a quello che può fare più sensazione nel suo metodo; come il fatto che lei e il marito dormano in letti separati, ciascuno tutto abbracciato a un figlio, e che in generale il letto dove si dorme col bambino sia considerato “uno spazio sacro”, inutilizzabile per farci sesso, anche se sei sposato e stai in casa tua. Qui scattano le domandine: Scusa, ma tu e tuo marito allora non lo fate più? Ah, lo fate? E dove lo fate, se non a letto, che tra parentesi secondo me sarebbe vostro di diritto? Lei – giustamente- nicchiava, rideva. Lasciava intendere che un modo si trova.

E ora, Mayim Bialik sta divorziando.

Nel breve comunicato stampa che lei ha fatto circolare su Facebook, si sottolinea – con grande insistenza – che l’attachment parenting non è as-so-lu-ta-men-te responsabile della crisi e della separazione; che le coppie si lasciano per tanti motivi, ma questo qua lo possiamo escludere.

Non ci ha creduto nessuno.

La comunità ebraica, che ha abbracciato Bialik con entusiasmo e in tempi non troppo sospetti, aveva già espresso opinioni negative sul suo modo di fare la madre, e ora, di fronte al divorzio, qualcuno dice «se dormi con i bambini invece del tuo uomo un po’ te la sei andata a cercare». E poi: Bialik ha sempre messo in rilievo di essere una scienziata oltre che un’attrice; in qualche misura ha sigillato la conversazione con un «so cosa dico, sono andata a scuola per un sacco di tempo», sostenendo la legittimità e soprattutto la bontà scientifica della teoria seguita da lei. Mentre i critici dell’attachment parenting sostengono che non ci sono abbastanza risultati sicuri per usare la parola “scienza”, e ora qualcuno si frega le mani, davanti alla prova provata che certe cose rovinano i matrimoni.

A questo punto, uno se lo chiede: Bialik si attira le critiche perché è una femmina? O perché, a differenza del marito, è lei la celebrity advocate della pratica, lo strenuo difensore delle loro scelte comuni?

Il divorzio, qui, diventa il fallimento (reale o imputabile come tale) di chi ha presentato se stesso come il volto di un sistema, un metodo, e la propria vita personale come prova che il sistema funziona. (Un esempio classico: chi scrive manuali su come trovare marito seguendo una manciata di immutabili “regole”, successo garantito, e poi divorzia tra le fiamme e le accuse di inaffidabilità emotiva.) Bialik però viene punzecchiata per quella che, alla fine, è stata una scelta estremamente personale: abbracciare un’idea di maternità totale, forse a scapito del matrimonio, forse no. In buona sostanza, la crisi tra lei e il padre dei suoi figli viene usata come la prova che rinforza un’opinione precedente. E tutto questo va a inserirsi in un filone sempre verde: prendere in giro le donne che fanno figli. Criticare e deridere le madri, a prescindere dai metodi scelti e dei risultati ottenuti. Mamma = mammina, cretina. Da qui sono nati, ai tempi, modi di dire terrificanti come “mommy brain” (avere il cervello in pappa, pensare solo a pannolini e biberon), e poi “mommy porn” (perché se quel libro zozzo lo legge una signora vuol dire che è innocuo e derivativo), e immagini come la donna-fattrice, ciabattona e indifferente alle ultime novità, quindi incapace di tenere vivo l’interesse del marito. Specialmente se non gliela dà tutte le sere.

 

 

(Foto di: Frazer Harrison/Getty Images)

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