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Maledetti in Sud America

Storie di calciatori e di dittatori, di carriere stroncate e vite uccise. Due libri diversi che si incrociano, tra fútbol e molto altro, sempre in Sud America.

Questa storia, o questo articolo, inizia per caso, da una mattina di pochi giorni fa in cui mi sono ritrovato sulla scrivania due libri usciti molto recentemente, due libri in apparenza diversi eppure molto simili, arrivati fianco a fianco come se si fossero messi d’accordo (e come se si fossero accordati anche con il tempo, a una settimana dal quarantesimo anniversario del golpe cileno). Avrei voluto e vorrei parlare più di uno dei due, non per fare torto all’altro, ma perché dell’altro non c’è bisogno di parlare, la sua fama e la fama del suo autore parlano già da loro. L’altro è La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño, il primo è Maledetti sudamericani di Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini.

Su La letteratura nazista in America non c’è molto da dire, o meglio c’è moltissimo (qui, ad esempio, Vincenzo Latronico dice un sacco di cose interessanti, e le dice anche su Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares), ma dirò quanto basta: è una raccolta di racconti, o di profili biografici (“borgesiana”, diremmo tutti, e infatti lo dice anche la bandella dell’edizione Adelphi) di scrittori e poeti orbitanti intorno alla sfortunatamente fortunatissima lampadina dell’estrema destra, del nazismo, in Sud, Centro e talvolta Nord America. I personaggi sono inventati, eppure infilati nella storia vera, quella dei Videla, dei Pinochet, di El Tigre Jorge Eduardo Acosta e di Alfredo Astiz, el ángel de la muerte, di tutti i criminali e gli infami che governarono la maggior parte del Sud America nel secolo passato.

Lo sfondo è lo stesso sfondo insanguinato dei nazisti di Bolaño, le dittature di Uruguay, Argentina, Cile, Brasile (eccetera), in cui il calcio gioca un ruolo fondamentale e di primo piano.

La prima similitudine tra il libro di Roberto Bolaño e Maledetti sudamericani sta nella forma narrativa, nell’elenco di nomi e di esistenze, là di finzione, qua verissimi, là divisi in capitoli tematici (“Poeti del Nord America”, “La fratellanza ariana”, “Gli eroi mobili”, “I poeti maledetti”, eccetera), qua per nazioni e nazionali di appartenenza. Poi c’è lo sfondo, che è lo stesso sfondo insanguinato dei nazisti di Bolaño, le dittature di Uruguay, Argentina, Cile, Brasile (eccetera), in cui il calcio gioca un ruolo fondamentale e di primo piano: dal Mondiale “di distrazione di massa” del 1978 in Argentina, all’Estadio Nacional di Santiago in cui i militari cileni torturarono 40.000 prigionieri nei giorni immediatamente successivi al colpo di stato.

I protagonisti calcistici, i maledetti sudamericani, hanno nomi poco conosciuti come José Leandro Andrade, Carlos Alberto Rivada, El Mágico González, Ramiro Chocolatín Castillo, Carlos Enrique Kaiser, oppure sono conosciutissimi come René Higuita, El Flaco César Luis Menotti, Byron Moreno. Sono maledetti perché hanno passato vite irrequiete con lutti, delusioni, a volte suicidi o truffe o fatalità, carriere piene di alti e bassi, e qui c’è un’altra similitudine, perché sono maledetti non come i dannati o i condannati, ma come lo si dice dei poeti e degli scrittori. Le loro vite o le loro carriere, o ambedue le cose, recenti o molto passate, sono raccontate non come biografie, ma come se fossero fiction, letteratura pura, e solo quando appaiono nomi già molto sentiti, o eventi quasi presenti, come un Evo Morales o un Joseph Blatter o un Mondiale di Giappone-Corea ti ricordi che stai leggendo di vite reali, e non inventate. Che è poi il contrario dell’effetto che si ha leggendo La letteratura nazista in America. Almeno fino alle ultime pagine, quando tutti e due i libri si ribaltano e si rovesciano nel loro contrario, ma questo lo dirò più avanti.

Rivada non ricomparirà più, né da vivo né da morto, e si sa soltanto che gli era stato assegnato il numero 4353, perché i rapiti e scomparsi venivano numerati uno per uno.

Mi ha dato questa sensazione il capitolo dedicato all’Argentina, in cui si incrociano le vite di Jorge Rafael Videla (che era detto, in un cortocircuito assurdo tra comico e tragico, pantera rosa) e di giocatori e poi campioni del mondo come Kempes e Passarella, delle madri di Plaza de Mayo e dei loro figli nel Rio de la Plata. Uno di questi era Carlos Alberto Rivada, calciatore dell’Huracán, attaccante con il numero 7 e compagno d’attacco di Ramón Palacio, con cui si era trattenuto mangiando e bevendo dopo un’amichevole, nel febbraio del 1977, prima di tornare a casa per l’ultima volta, in calle 9 de Julio, e scomparire nella notte, insieme alla moglie. Rivada non ricomparirà più, né da vivo né da morto, e si sa soltanto che gli era stato assegnato il numero 4353, perché i rapiti e scomparsi venivano numerati uno per uno. Gli sopravvissero i suoi due figli e il padre, e l’amico Ramón Palacio che diventò una bandiera dell’Olimpo, e fece un figlio che oggi gioca in Italia, nell’Inter. E qui, nel racconto che sembra un thriller o un noir o una semplice cronaca di Storia da libro di testo, fredda e spersonalizzata, entra la realtà.

C’è anche la storia della Colombia allenata da Pacho Maturana, quella dei Mondiali italiani del 1990 e americani del 1994, con Rincón, Asprilla, Escobar, con le infiltrazioni dei cartelli di Medellín e di Bogotá, e il maledetto questa volta è il portiere, René Higuita, arrestato nel 1993 e detenuto per sette mesi per un’amicizia sospetta con Pablo Escobar e con l’altro narcotrafficante Luis Carlos Molina. Ci sono il suo Mondiale del ’90, i suoi interventi con i piedi che gli regalano il soprannome di el loco, i suoi interventi chirurgici (in faccia, sui fianchi, sul mento), la squalifica per cocaina, i capelli-parrucca, le parole di ammirazione per l’operato calcistico e filantropico dei cartelli, e ovviamente il suo “colpo dello scorpione”, a Wembley nel 1995.

González arrivò allo stadio solo all’intervallo, senza avvertire i compagni o il club, perché si era addormentato. L’allenatore lo mandò in campo lo stesso, il Cadice perdeva 3 a 0, nel secondo tempo recuperò e vinse 4 a 3.

La storia di Mágico González è maledetta nella sua carriera, anche se la vita politica e civile del suo paese, El Salvador, è stato segnata da una guerra civile per 12 anni, dal 1980 al 1992, anni in cui Mágico giocò principalmente in Spagna, e quindi l’aggettivo maledetta si può applicare a molte più cose. Mágico González, che si chiama in realtà Jorge Alberto, fu l’unico giocatore salvadoregno a entrare nella squadra ideale dei Mondiali, in Spagna nel 1982, nonostante El Salvador fu eliminato al primo turno con tredici goal subiti e uno realizzato. Si trasferì al Cadice, rifiutando il PSG, rimase due anni e giocò 64 partite con 29 goal. Il suo stipendio era praticamente inesistente a causa delle multe della società, e un anno non percepì nemmeno una peseta. A González piaceva bere, piaceva andare a donne e soprattutto dormire. Il Cadice arrivò ad assumere una sveglia umana che andasse a tirarlo giù dal letto ogni mattina. L’aneddotica è ricchissima ma due storie meritano più di altre: un giorno l’allenatore David Vidal, stanco della vita poco professionale del Mágico, gli buttò un pacchetto di Winston per terra e lo sfidò a farci almeno venti palleggi. Se il pacchetto fosse caduto, Mágico avrebbe smesso di fumare; se ci fosse riuscito, Vidal avrebbe lasciato perdere. Al quarantesimo palleggio consecutivo Vidal se ne andò. L’altro aneddoto risale al 1984 e al torneo amichevole estivo Ramón de Carranza. La semifinale era Cadice contro Barcellona, ma González arrivò allo stadio solo all’intervallo, senza avvertire i compagni o il club, perché si era addormentato. L’allenatore lo mandò in campo lo stesso, il Cadice perdeva 3 a 0, nel secondo tempo recuperò e vinse 4 a 3.

In fondo, inaspettato, dopo calciatori e dittatori e generali torturatori fa la sua comparsa Byron Moreno, l’ecuadoregno arbitro diventato famoso per la direzione di Italia – Corea del Sud dei Mondiali 2002. Qui c’è l’altro anello, quello finale, che unisce La letteratura nazista in America e Maledetti sudamericani. Leggendo di Moreno, anzi trovando il nome di Moreno, dici «questa storia la conosco, in questa storia ci sono io», perché anche tu (anche io, anche noi) eri davanti a uno schermo a metterti le mani nei capelli per l’espulsione di Totti e il goal annullato a Tommasi. Entra l’io reale come entra l’io di Roberto Bolaño nel capitolo dedicato a Carlos Ramírez Hoffman, l’infame. Anche Byron Moreno potrebbe meritarsi l’appellativo di infame, sicuramente molti gliel’hanno urlato nel 2002.

Anche la vita di Moreno è tragica e maledetta ma lo è diversamente dalle vite degli altri protagonisti del libro. Figlio di uno stimato avvocato di Quito, Byron Moreno iniziò con le stranezze nel 1997, al suo primo anno da arbitro internazionale, quando in un quarto di finale Argentina – Perù lasciò la celeste in otto uomini. Lo stesso anno ne cacciò sei in un América – Vasco da Gama. Il peggio, però, quello che pose fine alla sua carriera e al suo protagonismo patologico, non fu Italia – Corea del Sud, ma una partita in Ecuador, sempre nel 2002, tra LDU Quito e Barcellona Guayaquil. Assegnò sei minuti di recupero dopo il novantesimo, e li trasformò in tredici. Ne fece altre ancora, e si fece odiare anche in Ecuador, e sospendere dalla Fifa. Abbandonato il calcio, provò con la politica, in un partito di destra per il consiglio comunale di Quito, ma perse. Si separò dalla moglie. Nel 2010 venne arrestato a New York, all’aeroporto JFK, dove gli trovarono più di sei chilogrammi di eroina appiccicati con il nastro adesivo al corpo. È ancora in carcere, non più negli Stati Uniti, ma in Ecuador.

 

Nell’immagine, l’Argentina alza la Coppa del Mondo sotto gli occhi di Videla

 

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