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Maledette vacanze – parte seconda

Guida alle letture estive. Non le novità, ma i libri adatti al tipo di vacanza, in città o montagna

Seconda parte dello speciale libri per le vacanze. Potete trovare la prima parte qui.

 

Per un trekking in montagna

Un trekking in montagna è una cosa che mi piacerebbe fare e non ho mai fatto. Non dico tanto una dolce ascesa dell’Appennino tosco-emiliano, quanto una di quelle spedizioni organizzate, tipo da Avventure nel mondo, su celebre vette di altri continenti. Dovrebbe essere una cosa allo stesso tempo tecnica e pacchiana. Se non altro, mi darebbe finalmente la possibilità di acquistare un po’ di prodotti Quechua – borracce, bussole, tende, utensili, teli impermeabili – che ogni volta vedo da Decathlon e da cui sono irresistibilmente attratto, ma che non posso mai comprare non avendo una giustificazione pratica. Per voi, invece, che avete già prenotato un trekking sul K2 e che avete fatto incetta di abbigliamento in gore-tex, ecco due libri da leggere perfettamente in tema. Per l’esattezza due racconti. Il primo di Tom Bissell, intitolato Costosi viaggi senza meta e contenuto nella raccolta Dio vive a San Pietroburgo, racconta della camminata di una ricca coppia americana sul Tien Shan (Kazakistan) al seguito della guida Viktor. Molto riuscito il modo in cui Bissell rappresenta la delusione di fronte al mondo del turista che si illude di essere padrone del mondo, e di come questo sentimento scateni nella coppia l’onda delle insoddisfazioni rimosse e del proprio fallimento esistenziale. Il secondo di Dave Eggers, intitolato Su per la montagna in lenta discesa e contenuto nella raccolta La fame che abbiamo (ma anche nella Super raccolta di storie d’avventura, un numero di McSweeney’s tradotto da Mondadori) racconta di una scalata turistica del Kilimangiaro e in particolare di Rita, donna di mezza età, grigia e senza molte qualità, che ha deciso a tutti i costi di arrivare in cima. Un bellissimo racconto, a mio parere il migliore di Eggers, che, come quello di Bissell, parte dal disagio del colonialista per arrivare alla riflessione sul senso di inadeguatezza dell’uomo occidentale rispetto alla verità della natura.

 

Come direbbe un tamarro, on the road

Ho letto questo libro per la prima volta a diciott’anni e poi l’ho ripreso per pura curiosità qualche settimana fa. Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig è stato un caso letterario (di inizio anni Novanta in Italia, di metà anni Settanta in America) che (in Italia) schiere di ex-comunisti delusi dalla politica hanno eletto a guida spirituale di riferimento per qualche anno. A casa di mia madre era in bella vista, e in quegli anni era il libro che bisognava avere letto, per poi parlarne a cena, possibilmente prima di Bruce Chatwin, che di solito capitava al dessert. In realtà, come ho scoperto nel corso di questa rilettura, è diventato un midcult per il motivo sbagliato. A volerlo dissezionare è una riuscita combinazione di tre libri: 1) un reportage di viaggio nell’America rurale; 2) un memoir sulla malattia mentale; 3) un manuale di buddismo per occidentali. Quello che è sempre piaciuto agli ex-comunisti delusi dalla politica, o quello che bisognava dimostrare di aver capito, è la parte 3, che in realtà è di una noia mortale. Ma il bello è che si può tranquillamente saltare senza perdersi niente e si resta con gli altri due libri, che sono a un livello di potenza notevole. Un padre e un figlio piccolo in motocicletta e una coppia di amici su un’altra motocicletta. Pianure a perdita d’occhio, cittadine insignificanti, diner, tende piantate di notte, piccoli fuochi per arrostire la pancetta, discorsi. In più, un passato durissimo, imprigionato nell’autocontrollo, che affiora nel tumulto naturale del racconto. Letto senza concentrarsi sulla parte filosofica, ci si può anche dimenticare del suo borioso aspetto sapienziale, e finisce per essere un gran libro, molto adatto per una vacanza in moto o in macchina senza tappe prefissate.

 

A puttane

C’è gente che va in Thailandia, ma nessuno che dica di esserci andato per fare turismo sessuale, anche se è una cosa che fanno in parecchi, tanto da essere diventata l’emblema del colonialismo turistico, il simbolo della perversione occidentale: carne umana a basso costo, spiagge da sogno, ebbrezza di potere, decadenza. Un paesaggio infernale che esercita qualche fascino anche su chi non ha imboccato la dipendenza dal sesso a pagamento.

Ci sono due grandi, due grandissimi libri, che affrontano il tema puttane & Thailandia e che dovete assolutamente leggere nel caso in cui aveste in programma per l’estate un piano di annullamento morale. (Non che vi aiuteranno a ritrovarla la morale). Sono Storie di farfalle di William T. Vollmann e Piattaforma di Michel Houellebecq, ovvero i due libri forse più riusciti di due tra i più originali scrittori contemporanei. Il primo, alla maniera di Vollmann, è un romanzo/reportage che ha come protagonista il giornalista Vollmann, presentato in terza persona come un personaggio, avvitato in un tour de force puttanesco squallido e disperato. La peculiarità dello sguardo dello scrittore californiano è di riuscire a interrogarsi sulla morale umana sospendendo con grazia e innocenza ogni giudizio morale. Ma se l’esperienza del reporter/romanziere non è filtrata dalla morale, è possibile trovare moralità cristallina nella sua scrittura, una rigogliosa foresta piena di alberi, ruscelli, piante in fiore. Di puttana in puttana, la grandezza del libro, oltre che nel modo in cui è scritto, sta nell’affrontare i tre temi monstre dell’uomo occidentale – amore, solitudine, denaro – rovesciando il discorso sulla sofferenza dagli sfruttati agli sfruttatori.

Più politico, in senso lato, Houellebecq riserva una consistente parte del suo migliore romanzo a un viaggio organizzato in Thailandia, che è insieme un brillante catalogo di tic umani e un attraversamento impietoso di macerie culturali. Nei romanzi dello scrittore francese, l’esca che genera quell’immedesimazione così forte è il suo cinismo allo stato dell’arte, la cui espressione si traduce in un’analisi precisissima dei mali che affliggono la civiltà occidentale e al tempo stesso in una compiaciuta assenza di ribellione, una forma di impotenza dorata in cui il protagonista recita comodamente – e con la consapevolezza di quanto questa comodità sia essa stessa un male inevitabile – la parte dell’osservatore distaccato. Questa poetica trova nel turista in Thailandia un interprete veramente fedele. Le parti più divertenti sono quelle in cui H. prende per il culo una certa cultura sinistroide di Francia politicamente corretta ed eco-compatibile, come in questo passo: «È proprio nel capitolo dedicato a Phuket, che l’odio, l’élitismo volgare e il masochismo aggressivo della Guide du Routard raggiungono i picchi più alti: “Per qualcuno, Phuket è l’isola in ascesa; per noi, invece, è già in discesa”. Poi dopo questa verità rivelata ecco come proseguono: “Arrivateci, in questa perla dell’Oceano Indiano e vedrete voi stessi… Ancora qualche anno fa, il coro di lodi su Phuket era unanime: sole, spiagge incantevoli, vita di sogno. Ma adesso col rischio di costituire l’unica nota stonata in questa sinfonia, noi dobbiamo dirvi la verità: Phuket non ci piace più! Patong Beach, la spiaggia più celebre, è soffocata dal cemento. La clientela si mascolinizza sempre più, gli escort-bar si moltiplicano, i sorrisi si pagano. Quelle pensioncine che facevano la gioia di noi giramondo hanno subito un lifting modello ruspa per far posto ad alberghi per turisti europei solitari e bavosi”».

E in effetti, letta questa citazione, viene voglia di tifare per i turisti sessuali.

 

Invece delle Lonely Planet

Se vi siete stancati di “perdervi nei vicoli” di qualunque città, borgo, isola del mondo, vuol dire che, come me, avete letto troppe Lonely Planet. Beninteso, sia sempre lodato il genio editoriale e imprenditoriale dei coniugi Wheeler, che da backpackers hippie hanno svoltato bruscamente inventandosi uno stile veramente globale – consapevole ma superficiale, responsabile ma consumista – del nuovo turismo contemporaneo, incarnando alla perfezione le ipocrisie del turista che vuole conoscere il mondo davvero. Ma il fatto è che dopo un po’ di volumi si rischia di andare in overdose.

Allora, se pensavate di visitare qualche città, o anche di restare nella vostra città, ecco qualche romanzo-guida che potreste usare come succedaneo.

Roma – Duchessa del nulla (Heather McGowan): «Era cominciata molto bene, abbiamo fatto ciò che ci piace fare al mattino, abbiamo guardato Edmund attraversare piazza Navona e, nonostante io non abbia quasi chiuso occhio la notte scorsa, direi che ho sopportato senza praticamente battere ciglio il tuo rumoreggiare da gatto a colazione. Il bambino fa un cenno di assenso con la testa. Poi, dopo un altro tiro, aggiungo, Abbiamo mangiato le paste che non erano certo le mie preferite, anzi, quelle che ci ha portato Toby sono quelle che in tutta Roma mi piacciono di meno, e in ogni caso non mi hai sentito fare nemmeno un lamento. Alzo le sopracciglia; di nuovo il fratello di Edmund fa un cenno di assenso. Per giunta, mi era venuto in mente di portarti allo zoo».

Napoli – Il tempo è un bastardo (Jennifer Egan): «Soffiando il fumo fuori dal finestrino di un taxi, Sasha arringò il tassista in un italiano incerto mentre la macchina, sgommando per i vicoli e imboccando sensi unici contromano, si dirigeva verso il Vomero, un quartiere benestante in cui Ted non era ancora stato. Si trovava in cima a una collina. Un po’ provato pagò il tassista e raggiunge Sasha nello spazio tra due edifici. Piatta e luccicante, la città si stendeva sotto di loro intingendo pigramente le pendici del mare. Hockney, pensò Ted. Diebenkorn. John Moore. In lontananza riposava benigno il Vesuvio».

New York – La più lucente corona di angeli in cielo (Rick Moody): «L’Upper East Side ha una sua solitudine, un suo isolamento, le sue occasioni perdute, le sue famiglie allo sfascio, i suoi omicidi e la sua droga e i suoi adulteri e la sua omosessualità, certo, però tutto questo è attutito. La desolazione scorre fuori dall’Upper East Side, trasportata da qualche fiume del caso, galleggia abbandonata come un sacchetto di plastica buttato via, finché non approda da qualche parte».

Los Angeles – Imperial Bedrooms (Bret Easton Ellis): «I cartelloni pubblicitari digitali che splendono nella foschia grigia sembrano tutti dire ‘no’ e le stelle di Natale allineate lungo l’aiuola spartitraffico all’altezza del Sunset Plaza stanno morendo e la nebbia continua ad avvolgere le torri di Century City e il mondo diventa un film di fantascienza – perché in questo mondo non c’è niente che mi riguardi davvero».

San Francisco – Golden Gate (Vikram Seth): «Mano nella mano, passo malfermo,/van verso la Sutro Tower avvolta/da nebbia – a una nave d’una volta/somiglia – poi a caccia di un gelato/gigantesco al Tivoli, che è di lato/a Carl & Cole. La loro macchina sfreccia e passa tra il bailamme di strade e la baia/immutabile. E prima che scompaia/la nebbia, nella notte si fa breccia/la luce di semafori e di stelle/e diffonde un velo sulla loro pelle».

Londra – London Orbital (Ian Sinclair): «La M25 smuove carichi, trasferisce manodopera dal Middlesex al Surrey. Trasporta merce di contrabbando, esseri umani in ammassi grotteschi, renitenti ai doveri doganali, disposti a pagare un bonus pur di sfuggire a chissà quale inferno balcanico. La strada è il commercio, mentre il fiume, il vuoto su cui circolano soltanto chiatte di rifiuti e malinconici battelli per turisti, è lo sfondo contro il quale si stagliano le truffe della ristrutturazione urbana e i ritocchi di un patrimonio storico reinventato al computer. Il Tamigi è un falso ricordo, se ne parla soltanto in termini di storia trascorsa: il Globe Theatre (taroccato), le centrali elettriche ristrutturate, fabbriche di lucido da scarpe e concerie riconvertite in appartamenti di lusso, isole a piena autonomia politica con tanto di security strapagata. Il fiume si vede ma non c’è. La strada si sente, ma in realtà il rumore nasce dall’assalto ininterrotto delle interferenze acustiche».

 

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