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L’attesa

Nelle prossime ore (salvo rinvii) arriva lo storico verdetto sul processo Mediaset: e allora perché è il Pd a sembrare più preoccupato del Pdl stesso?

A poche ore ormai dal giudizio che la cassazione darà in merito alla famosa e attesa sentenza su Silvio Berlusconi, e su quel processo (Mediaset) all’interno del quale il Cavaliere è stato già condannato in primo e secondo grado a quattro anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, esiste un elemento di riflessione legato alla possibile condanna del leader del Pdl che per molti versi è paradossale e che giorno dopo sta però emergendo sempre con maggiore chiarezza. La questione è semplice, ed è un punto sul quale in queste ore si stanno interrogando in molti all’interno del primo partito d’Italia: ma perché una sentenza di condanna per Berlusconi rischia di spaccare più il partito alternativo a Berlusconi (il Pd) che il partito dello stesso Berlusconi (il Pdl)? E perché, in questi ultimi giorni, tutte le luci dei riflettori sono puntate più su cosa farà il Pd in caso di condanna del Cavaliere che su cosa farà il Pdl? E perché, infine, quasi tutti i ministri del governo Letta riconoscono che una condanna di Berlusconi potrebbe “costringere” il Pd a far saltare l’esecutivo?

Sul perché il Pdl promette di non far cadere il governo anche in caso di condanna di Berlusconi la risposta è semplice: da un lato c’è una pura questione di tattica, un tentativo di nascondere sotto il cuscino i numerosi falchi del partito, sperando magari che questo possa aiutare a creare un clima positivo attorno alla Cassazione; dall’altro lato c’è però una pura questione di sopravvivenza, perché il Pdl sa perfettamente che Napolitano, nel caso in cui il centrodestra si dovesse azzardare a togliere la fiducia a questo governo, ha già diverse opzioni sul tavolo per evitare che il paese torni al voto, e dunque al Pdl, comunque sia, conviene rimanere aggrappato con gli artigli a questo governo (al massimo potrebbe dividersi in due, tra chi continuerebbe a sostenere il governo e chi no, ma sempre stando bene attenti a offrire a Letta i numeri giusti per continuare ad andare avanti). Per quanto riguarda il Pd, invece, lo spirito con cui si attende la sentenza Mediaset (a prescindere se questa arriverà domani o verrà rinviata) riflette in modo plastico le fragilità identitarie del Partito democratico, e in qualche modo si può dire, senza voler esagerare con i paradossi, che una condanna di Berlusconi rischia di essere una condanna per il Pd. È naturale che, in questo scenario, il problema principale sarebbe quello di spiegare ai propri elettori come si può governare con un partito guidato da un leader che oltre che essere imputato in molti processi è stato, in un altro processo, persino condannato in via definitiva. D’accordo, c’è anche questo.

Ma se vi fermate un attimo a riflettere vi renderete conto che c’è qualcosa che non quadra, e che il vero punto semmai è un altro: che il Partito democratico, come è evidente, non è sufficientemente forte per vivere e agire e ragionare a prescindere dal destino di Silvio Berlusconi e che dopo tre mesi di passione all’interno del governo delle larghe intese non è ancora riuscito a spiegare ai propri elettori che la sua alleanza di governo con il centrodestra non è frutto di inciucio con i nemici di una vita ma è semplicemente il frutto di un risultato elettorale che ha messo insieme, come capita spesso in quasi tutte le più mature democrazie europee, le prime due forze del paese. Detto in altre parole, se il Partito democratico fosse quel partito moderno, riformista e post novecentesco che sostiene di essere (e che invece purtroppo non è) osserverebbe la sentenza della Cassazione in modo sereno, neutrale, non angosciato, e dovrebbe dire in tutte le salse che la sua momentanea alleanza con il Pdl andrà avanti a prescindere dalle sentenze che riguardano il suo capo, visto e considerando che la grande coalizione oggi non è solo un’alleanza tra Cicchitto e Fassina ma è un’alleanza, che sommando i voti dei primi due partiti d’Italia, è dettata dal voto di quasi 20 milioni di persone. È così difficile da capire?

È in questo senso, dunque, che sarebbe un boomerang per un partito come il Pd togliere la spina al governo per una condanna di Berlusconi: magari galvanizzerebbe i democratici a cinque stelle e porterebbe molti elettori a schiacciare il pulsante like sulle pagine dei democratici, ma significherebbe allo stesso tempo mettere in cima all’agenda del paese i problemi del proprio partito e non quelli del paese, che in una fase storica e delicata come questa, con la recessione che ci ritroviamo, la non crescita che ci ritroviamo, la disoccupazione che ci ritroviamo e il debito pubblico che ci ritroviamo in fondo chiede solo una cosa: essere governato. Questo dunque è il grande paradosso che si indovina dietro le fibrillazioni legate al destino giudiziario del Cav. E chissà allora se il Pd riuscirà a evitare che una condanna di Berlusconi condanni il paese a non avere una sinistra all’altezza della situazione.

 

Immagine: Silvio Berlusconi all’uscita da Villa San Martino (Pier Marco Tacca / Getty Images)

 

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