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L’arte di fottere i nazi

La notizia del giorno, ci dicevano ieri radio e tv, è questa: John Demjanjuk, ‘il boia di Sobibor,’ è stato condannato. Cinque anni di reclusione è la pena stabilita dal tribunale di Monaco per “concorso attivo” nell’assassinio oltre 28 mila ebrei (a Sobibor, per la cronaca, ne sono stati massacrati almeno 250 mila, stando alle testimonianze del sopravvissuto Thomas ‘Toivi’ Blatt, che ha pubblicato due volumi sull’argomento).

La pena di Demjanjuk comunque non sarà mai scontata, perché il condannato, che è di origine ucraina, ha ormai compiuto 91 anni e versa in precarie condizioni di salute. Il centro Simon Wiesenthal, fondato dall’omonimo (e ormai defunto) “cacciatore di nazisti”, ha protestato: “Siamo felici per la sentenza di condanna, ma al tempo stesso lo lasciano libero!”

Qualcuni ricorderà il motto di Wiesenthal, “Giustizia, non vendetta.” Non sta certo a noi commentare o criticare la sentenza della corte di Monaco, né tanto meno sindacare sul fatto che mandare in carcere un ultranovantenne, per quanto colpevole di crimini disumani, possa costituire giustizia o vendetta.

Se c’è qualcosa da ricordare – e sorprende davvero che in pochi l’abbiano fatto davanti a questa occasione – è che cosa Sobibor rappresenta per la Memoria ebraica. Non solo sterminio, annichilimento, sciagura – questo, banalmente, significa Shoah in ebraico: disastro, sciagura – ma anche un capitolo di riscatto.

Come qualcuno forse ricorderà grazie al film con Rutger Hauer (va bene, l’androide di Blade Runner…) Fuga da Sobibor, è stato teatro di una coraggiosa rivolta da parte dei prigionieri: circa seicento prigionieri tentarono la fuga, in quasi trecento riuscirono a fuggire, con le SS che sparavano loro addosso. E anche se quasi tutti furono riacciuffati e massacrarti (il sopracitato Toivi Blatt è uno dei pochissimi che ce la fece) questo non toglie il valore della loro impresa. Che, assieme alla più nota rivolta del Ghetto di Varsavia, rappresenta uno dei due principali episodi in cui il popolo ebraico ha trovato la forza di combattere, nonostante la schiacciante disparità numerica, il Terzo Reich.

E qui si potrebbe metterci a discutere del significato di morire combattendo, dello stereotipo così difficile da scuotere degli ebrei che andavano al macello come agnellini, e tanti altre cose che tanti altri saprebbero trattare molto meglio di me.

A me, semplicemente, viene in mente una scena di Bent, pièce teatrale di Martin Sherman dedicata alla persecuzione degli omosessuali durante la Shoah. C’è una scena, appunto, in cui due prigionieri riescono a fare l’amore senza neppure toccarsi, in barba ai fucili puntati dei nazisti. Alla fine, uno dei due amanti dice all’altro: “Ce l’abbiamo fatta, abbiamo fottuto le guardie.”

A proposito, quella scena la potete vedere qui.

 

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