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L’amore molesto

Gita letteraria intorno al concetto di amore: dall'ultimo libro di Englander, passando per Carver, twitter, Saviano, fino a Elena Ferrante.

In questi giorni ho letto Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank (Einaudi), l’ultima raccolta di racconti di Nathan Englander.

Mi piace come scrive Englander, allo stesso tempo preciso e naturale, classico ma non senza riconoscere l’influenza delle sperimentazioni ufficialmente accettate. Tuttavia questa raccolta mi è parsa altalenante e molto disomogenea: due racconti superlativi (“Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” e “Camp Sundown”), un bell’apologo sull’essere scrittori (“Il lettore”) e poi, a scendere, parabole ebraiche troppo solenni per poter amalgamarsi con il resto delle storie (“Le colline sorelle” e “Frutta gratis per giovani vedove”), autofiction dagli esiti retorici e incerti (“Tutto quello che so della mia famiglia da parte di mia madre”), racconti anni Novanta con il sapore del già letto per chiunque abbia un briciolo di confidenza con la narrativa breve americana (“Come vendicammo i Blum” e “Peep show”); il tutto tenuto insieme da un filo conduttore un po’ forzato se è la generica etichetta EBREI e non un’idea di stile. I due racconti migliori, invece, parlano tra loro e sembrano provenire dallo stesso mondo, quello delle comunità ebraiche americane alle prese con la contemporaneità, e girano intorno allo stesso problema, la disgregazione delle identità, e ancora più nello specifico, il rapporto tra Olocausto e l’essere ebrei, o di come la grande carneficina nazista si possa dimostrare l’unico vero collante dell’identità ebraica nella società americana post-globalizzata.

“Camp Sundown”, ambientato in una idilliaca colonia lacustre estiva, racconta di una congiura di vecchi habitué sopravvissuti alla Shoah che prende di mira un ospite, per la prima volta nella struttura, sospettato di essere stato un carceriere nazista. In “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank”, si ritrovano attorno a un tavolo due coppie. Una, i padroni di casa, laica, con un solo figlio, perfettamente integrata in un sobborgo della Florida; l’altra, ultra-ortodossa, con nove figli e il roccioso bagaglio di una vita spostata dall’America a Israele: scorrono alcol e incomprensioni, ricordi e storielle esemplari, persino la marjuana ritrovata nel nascondiglio di un figlio adolescente, fino al gioco di Anne Frank, con i quattro che cercano di immaginare il gentile che li salverebbe nel caso di un rastrellamento nazista.

Il racconto, sin dal titolo, è una dichiarata cover del celebre “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. E lo è per come è strutturato, due coppie un po’ ubriache che parlano sedute a tavola; per il fatto di essere un racconto basato su dialoghi ma stranamente svolto in prima persona; per il finale, che mi scuserete se definisco massimamente e consapevolmente carveriano, e che cioè lascia al lettore quella tipica suspence, come se adesso toccasse a lui unire i puntini e ricavare un senso da quello che ha letto.

Finale Englander: «E allora restiamo così, tutti e quattro, intrappolati nella dispensa. Timorosi di lasciar uscire quello che abbiamo chiuso dentro».
Finale Carver: «Sentivo il mio cuore battere. Sentivo il cuore di tutti. Sentivo il rumore umano che facevano là seduti, nessuno che si muoveva, nemmeno quando nella stanza entrò il buio».

Messo sul comodino Englander, ho ripreso Carver dalla libreria, in una vecchia edizione Garzanti, e ho innanzitutto avuto l’occasione di rileggere una pessima postfazione di Fernanda Pivano dell’87. Dove, con falsa oggettività ex cathedra, Pivano spiega che Carver è il “leader” dei minimalisti, anche se nessun autore minimalista ha mai accettato la definizione (?!) e dove ci dice che comunque Hemingway era meglio di Carver, dando la sensazione che abbia scritto tutta la postfazione per arrivare pretestuosamente a glorificare Hemingway: «Non sempre si ritrovano in Carver, magnifico scrittore di racconti, quella universalità e quella creatività infinita, quella felicità di scoperta e quella drammaticità di sconfitta, quella stellante poesia e quel disperato amore della vita che hanno fatto di Hemingway l’eroe della narrativa americana contemporanea». Contemporanea? Nell’ottantasette? E vabbè… ho cercato di superare l’imbarazzo che ho provato al pensiero di quanto possa avermi fatto entusiasmare la postfazione quando avevo diciott’anni e sono passato al racconto.

Ci sono due coppie attorno a un tavolo che, bicchiere dopo bicchiere, s’impegolano in una conversazione banalissima. L’argomento è… l’amore. E, più precisamente, come si fa a stabilire cosa sia amore e cosa no. I quattro discutono principalmente di due storie. La prima riguarda l’uomo con cui Terri, uno dei personaggi, era stata prima di mettersi con Mel. Dice Terri: «Una sera mi ha picchiata. Mi ha trascinata per le caviglie intorno alla stanza. Non smetteva di dirmi: “Ti amo, ti amo, troia”. E intanto mi trascinava per il soggiorno. Sbattevo la testa dappertutto». Dice Mel: «Non essere sciocca, mio Dio. Quello non è amore e tu lo sai […] Non so come chiamarlo, ma certo non si può chiamare amore». Terri allora risponde così: «Dì quello che ti pare, ma io so che era amore». La seconda storia, raccontata da Mel, ha come protagonisti una coppia di anziani coniugi, rimasti coinvolti in un terribile incidente automobilistico, salvati per miracolo dallo stesso Mel, che di mestiere fa il medico. Durante la lunga degenza, il marito della coppia cade in depressione perché, coperta com’è da tutte le garze, non può vedere sua moglie. E così, invece di essere contento per avere evitato la morte, il vecchio rischia di non recuperare le forze. Per Mel la pura dimostrazione dell’amore: «Insomma, quel vecchio rimbambito stava morendo solo perché non riusciva a vedere quel cazzo di sua moglie».

Nel rileggere il racconto di Carver ho provato una sensazione di ridimensionamento a posteriori. Il racconto non mi è sembrato all’altezza della sua fama dopo averlo riletto. Forse perché non mi riusciva di decifrare quanto la banalità dei suoi personaggi appartenesse allo stesso Carver, e quanto la tanto sbandierata profondità dello scrittore fosse forzata.

Poi è successa una cosa extra-letteraria. Su twitter mi è capitato sotto gli occhi un retweet di Roberto Saviano retwittato da qualcun altro. Una frase tra virgolette di Elena Ferrante: «L’amore o è molesto o non è» (*).

Ebbene, conosco i miei difetti, e riconosco di essere una persona facilmente irritabile. Questo tuttavia non m’impedisce di irritarmi con una frequenza impressionante. La frase mi irritava molto e ancora di più mi irritava il fatto che fosse stata così laconicamente, e quindi con un alto livello di identificazione, quotata da Saviano . D’accordo, ci sono adolescenti che scrivono frasi per loro significative sugli zaini e sulle pareti delle loro stanzette, ma non è deprimente che quest’attitudine possa in modo acritico campeggiare nell’animo un maître à penser della nostra epoca? Me lo immaginavo, Saviano, mentre twittava tutto contento di aver trovato finalmente la frase che definisce una volta e per tutte cos’è l’amore, fiero di condividere questa grande verità. Ma può, pensavo al culmine dell’irritazione, un intellettuale credere che esista una frase per definire l’amore e per di più una frase così falsa e semplicistica, buona giusto per l’adolescente che aspetta la telefonata dalla fidanzatina che gli ha fatto le corna? Può la letteratura essere ridotta a frasi che puntano a definire la verità sullo scibile dei sentimenti umani? Per Saviano credo di sì.

E all’improvviso ho iniziato a vedere il racconto di Carver sotto un’altra luce. Diciamo che l’ho capito. Grazie a Saviano ho capito che Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è un racconto sull’impossibilità di descrivere i sentimenti.

Non potendo arrivare con la scrittura a dire cos’è l’amore, Carver mette due coppie attorno a un tavolo a parlare d’amore facendogli fare la figura dei fessi. Sotto questa luce Carver mi è sembrato un autore profondamente ironico, oltre che dotato di una consapevolezza letteraria di cui non mi ero mai accorto.

Se questa è un’interpretazione sensata, la cover di Englander acquista una forza ancora maggiore. La sua comprensibile fissazione, rintracciabile in tutti i racconti della raccolta, per la questione dell’identità, cerca di trovare in questa apertura una anticipata risposta tra le righe. E la risposta potrebbe essere questa: l’unico modo per capire cos’è un ebreo è mettere intorno a un tavolo quattro persone che discutono di cosa significa essere ebrei. Senza ovviamente arrivare a una risposta.

 

(*) Una versione precedente di questo articolo si riferiva anche a un tweet di Massimo Gramellini, il cui account è però un fake.

 

Nella foto, Raymond Carver e Tess Gallagher.


 

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