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La versione di Warren

Il simbolo del "self-made man": Buffett il miliardario, il filantropo, il mago della finanza e l'uomo del Midwest che non ha mai cambiato casa.

Il Nebraska è uno degli Stati meno popolati d’America. Fu parte fondante del Great American desert della corsa all’oro e, non a caso, uno storico slogan turistico locale è stato Where the West begins, in memoria dei tempi in cui pionieri e carovane attraversavano il suo territorio per dirigersi a ovest verso Oregon, Utah e California. In tempi più recenti il suo centro più popoloso, Omaha (che non c’entra nulla con l’omonima variante del poker e non ha nemmeno lo scettro di capitale dello Stato, che va a Lincoln), agglomerato da 400mila abitanti contornato da campi e fattorie sulle sponde del fiume Missouri, ha dato i natali ad alcuni personaggi di rilievo della storia americana: l’attore Marlon Brando, l’attivista Malcom X, il ballerino Fred Astaire e il Presidente Gerald Ford. Tutti nati a cavallo fra i primi due decenni del Novecento, attualmente nessuno di loro è più in vita. L’unica celebrità locale nata in quel periodo ad essere sopravvissuta si chiama Warren Buffett, è tra i 5 uomini più ricchi del mondo da quando Forbes li mette in classifica e di mestiere fa l’investitore più famoso di sempre. Oggi compie ottantatré anni.

Per capire come Warren Edward Buffett sia diventato ciò che è oggi, che è tutto nel suo soprannome “l’oracolo di Omaha”, bisogna partire da non molto dopo quel 30 agosto del 1923. Il padre Howard, proveniente da una famiglia di fruttivendoli, riuscì a diventare prima un broker e poi un deputato Repubblicano e permise a Warren, secondo di tre figli, di bazzicare fin da subito gli ambienti dello stockbroking: appena undicenne comprò tre azioni Cities Service Preferred a 38 dollari l’una, che dopo una perdita iniziale gli fruttarono i suoi primi 15 dollari. Nel 1943, trasferitosi a Washington a causa del padre, aveva già avviato un’attività: vendeva il Washington Post e il Times-Herald con una costanza meticolosamente insolita per un tredicenne (arrivando ad aggiungere riviste ai suoi quotidiani, per rendere le offerte più appetibili) e inventò un sistema matematico per sbancare le scommesse sui cavalli. In quel periodo compilò anche la sua prima dichiarazione dei redditi, dove si premurò di chiedere una deduzione di 35 dollari per la sua bicicletta. Quando si diplomò alla Woodrow Wilson High School, nel 1947, il suo record recitava: «Gli piace la matematica, diventerà un agente di Borsa».

Nella sua prima dichiarazione dei redditi – aveva tredici anni –  si premurò di chiedere una deduzione di 35 dollari per la sua bicicletta.

Il cammino naturale per Buffett non poteva che dirigersi verso Harvard, alla Business School più celebrata d’America. Lì però, ironia della sorte, si vide chiudere la porta in faccia per mere questioni anagrafiche: gli dissero di aspettare un anno o due. Lui, per tutta risposta, ripiegò sulla Columbia Business School, dove studiò sotto l’egida del padre del value investing Benjamin Graham – il primo ispiratore della sua filosofia affaristica, per sua stessa ammissione. Magari non sarà stato il destino; sicuramente fu il bivio che portò alla nascita della stella di Warren Buffett.

La tappa fondamentale della scalata all’Olimpo del business di Buffett è datata 1965. Dopo essere tornato ad Omaha, aver fondato la sua prima partnership d’investimento e aver decuplicato il suo patrimonio in poco più di cinque anni, Buffett aveva iniziato a comprare azioni in ribasso di un’industria tessile in declino, la Berkshire Hathaway. In quell’anno, già milionario, decise di rilevare la maggioranza delle quote dell’azienda – si dice per licenziare il suo precedente titolare, Seabury Stanton, colpevole di non aver tenuto fede a un’offerta di vendita che gli aveva fatto a voce. L’anziano Warren si pente ancora oggi di quella scelta, ma rimane il fatto che col suo fiuto era impossibile sbagliare: orientò il business della Berkshire verso il settore assicurativo e rilevò colossi come National Indemnity Company (acquistata nel 1967) e la GEICO (che la leggenda narra abbia attirato le attenzioni di un giovanissimo Buffett a tal punto da fargli investire quasi tutti i suoi primi averi nelle sue azioni e persuaderlo a prendere un treno per Washington e piantonare la sede per parlare con un dirigente). Ebbe fortuna: come scritto nella sua biografia firmata da Roger Lowenstein, Buffett: The Making of an American Capitalist, dal ’57 al ’69 gli investimenti di Buffett gli garantirono un profitto di quasi il 30%, mentre il listino del Dow Jones si fermò al 7.4%.

Eppure, con un patrimonio personale di quasi 50 miliardi di dollari, Warren Buffett è rimasto sostanzialmente lo stesso di sempre. Certo, oggi Berkshire è una multinazionale con quasi trecentomila dipendenti e, sempre secondo Forbes, la nona corporation pubblica al mondo per importanza, con controllate del calibro del top brand del ketchup Heinz, le ferrovie merci nordamericane BNSF, le gioiellerie Helzberg e cospicue quote di minoranza nei board di American Express, Coca-Cola Company e IBM, capace nell’ultimo decennio di stracciare i guadagni dell’indice S&P500 – quello delle società pubbliche a capitalizzazione più alta di Wall Street.  Ma lui, Warren, vive ancora nella stessa casa di Omaha, quella che comprò nel 1958 per 31.000 dollari, senza telecamere di sicurezza né guardie armate.

Sì, perché in fondo Buffett detesta il cambiamento. Solo la morte l’ha separato dalla moglie storica, Susan, e anche la sua cola preferita, la Cherry Coke, è rimasta la stessa di allora. Una volta l’anno incontra gli azionisti della Berkshire Hathaway ad Omaha in un evento che, non a caso, è stato ribattezzato “Woodstock dei capitalisti” e in cui capita più o meno di tutto: nel 2004 venne proiettato un film con Arnold Schwarzenegger nei panni di “Warrenator”, un eroe malvagio la cui missione era impedire a Buffett e al suo vice (nonché amico di sempre) Charles Munger di sconfiggere una mega-corporation nata dalla fusione di Microsoft, Wal-Mart e Starbucks. Nel 2007 fu la volta del video di un improbabile uno contro uno di Buffett con la star del basket LeBron James.

Nell’81 al meeting di Berkshire Hathaway parteciparono in ventidue. Quest’anno si è tenuto a maggio e tra azionisti, appassionati e curiosi in visita si potevano contare oltre 35mila persone.

Nell’81 al meeting dell’azienda parteciparono in ventidue. Quest’anno si è tenuto a maggio e tra azionisti, appassionati e curiosi in visita si potevano contare oltre 35mila persone.

Warren Buffett è una celebrità da decenni, si potrebbe dire suo malgrado. La sua scorza è ancora quella del lupo di Wall Street più attento agli affari che alla fama, anche se all’attivo ha un numero imprecisato di cameo, copertine di magazine, libri incentrati sul suo successo (nel 1994 The Warren Buffett Way di Robert Hagstrom fu un caso editoriale, oltre che un bestseller da più di un milione di copie, e consacrò la sua immagine pubblica) e una consolidata immagine da filantropo. Nel 2006 promise dalle colonne di Fortune di dare l’85% della sua ricchezza in beneficenza e quattro anni dopo si unì a Bill Gates e Mark Zuckerberg nel firmare il Giving Pledge, un impegno dei tycoon mondiali a donare almeno metà del loro patrimonio.

Repubblicano discreto, agnostico e dotato di un’intelligenza pragmatica, col passare degli anni le sue lettere annuali agli azionisti – celebri per la prosa informale e i consigli benevolenti a 360 gradi – sono diventate un genere letterario a sé stante, che per molti sconfina nell’agiografia. Non sorprenderà, quindi, che una delle sue massime rimaste famose reciti: «L’investimento è come il matrimonio per un cattolico: per la vita».
 

Nella foto: Warren Buffett suona l’ukulele. Lo aveva fatto anche in un duetto con Bon Jovi e al gala per il Capodanno sulla tv di Stato cinese.

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