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La fine degli esteri?

Avere uomini all'estero costa, talvolta è anche pericoloso, e i giornali vanno al risparmio. Allora? Il corrispondente è morto, evviva il corrispondente.

«Una volta c’era l’inviato speciale, oggi se ti va bene sei un invitato speciale». Detta da un vecchio e navigato cronista di esteri, uno di quei tizi canuti e paciocconi che fumano il sigaro e indossano gilet multitasche, a una giovane e assai meno navigata cronista di esteri alla presa con una guida cinese che di farci andare dove desideravamo proprio non ne voleva sapere: con queste premesse, in un primo momento l’ho presa come la classica lamentela nostalgica, un amarcord dei vecchi tempi andati. Quando i giornali investivano energie e denari per mandare squadre intere di reporter bene addestrati in una Beirut squassata dalla guerra civile, mentre “oggi” la maggior parte dei viaggi all’estero nella carriera di un giornalista medio sono il frutto di una contrattazione accurata tra la testata per cui lavora e un qualche ente – consolati, aziende, ong, l’ufficio stampa di un politico in visita ufficiale – interessato a fargli vedere qualcosa e, di conseguenza, a pagargli biglietto aereo.

«Una volta c’era l’inviato speciale, oggi se ti va bene sei un invitato speciale». Perché avere uomini all’estero costa, e i giornali come noto stanno andando al risparmio. Talvolta, è può anche essere pericoloso.

Ma, amarcord a parte, bisogna riconoscere che le figure del corrispondente all’estero e dell’inviato in Paesi stranieri costituiscono uno degli interrogativi maggiori sul futuro e sul presente del giornalismo: ne discutevano, per l’appunto, Alessandro Gazoia (aka jumpinshark) sul blog di minimum fax e Simone Pieranni su China-Files. Perché avere uomini all’estero costa, e i giornali come noto stanno andando al risparmio. Perché avere uomini nelle zone calde è pericoloso, come il recente rapimento dei quattro colleghi italiani in Libano dimostra, per non parlare del sequestro (più lungo e con esiti ahinoi più cruenti) dei quattro giornalisti in Libia nel 2011. Perché, dal punto di vista di alcuni editor, non sempre il lavoro di un corrispondente sul campo è migliore di quello di un collega al desk – sebbene su questo punto ci sarebbe parecchio da ridire – e perché ultimamente i giornali hanno trovato mezzi alternativi per ottenere notizie di prima mano dall’estero.

Dato che l’argomento è complesso, vediamo di affrontare una questione per volta, cominciando dai fatti e da qualche numero. Nell’ultimo decennio televisioni e giornali, compresi i grandi network americani, hanno tagliato notevolmente i loro bureau all’estero, e questo è un fatto: l’Abc ha chiuso alcuni dei suoi uffici; nell’ultimo decennio la Cbs è passata dall’avere 38 giornalisti distribuiti in 28 bureau a solo cinque corrispondenti fissi. Quanto ai quotidiani, galassia più difficile da tracciare, si calcola che solo tra il 2002 e il 2006, ovvero gli anni che hanno maggiormente subito l’emorragia dei corrispondenti, il numero di reporter all’estero che facevano capo a giornali americani è passato da 188 a 141. Il taglio dei costi sembra la motivazione più plausibile, se è vero che il mantenimento di un ufficio estero (le stime riguardano i quotidiani americani) variano in media tra i 200 e i 500 mila dollari annui, ma tendono a lievitare parecchio per le televisioni, che hanno bisogno di più mezzi, e per le zone di guerra, dove gravano le spese per la sicurezza.

Robert Fisk lo chiamava “hotel journalism”: il corrispondente è costretto a scrivere barricato in una camera d’albergo, con scarse possibilità di portare a casa pezzi più freschi di quelli che si sarebbero scritti dalla redazione.

Il che ci porta a un seconda considerazione: il fattore sicurezza, che incide sulla decisione di mandare o meno un giornalista all’estero non solo a causa della preoccupazione, sacrosanta, per la sua incolumità, ma anche a causa di dubbi sulle condizioni di lavorare e produrre contenuti che valgano il rischio. Robert Fisk, storico corrispondente dell’Independent per il Medio Oriente, lo chiamava “hotel journalism,” ossia il lavoro del corrispondente che per cause di forza maggiore si trova costretto a scrivere barricato in una camera d’albergo, con scarse possibilità di portare a casa pezzi più freschi di quelli che si sarebbero scritti dalla redazione, se non fosse per l’imbeccata di uno spericolato stringer locale e qualche nota di colore in più. Fisk ne scriveva mentre si trovava barricato suo malgrado nell’Hotel Palestine di Bagdad, a riflettere sull’impossibilità di lavorare, «di verificare le storie», di fare altro se non «ridursi a telefonare all’esercito americano». Non era una polemica, bensì una constatazione.

Il giornalismo da stanza d’albergo di cui scrive Fisk, per intenderci, non è il giornalismo da taxi («quote-the-cabbie») di cui la Columbia Journalism Review accusa talvolta alcuni reporter troppo pigri per raccogliere commenti e che si riducono a citare il tassista. Qui stiamo discutendo di impossibilità di muoversi per gravi ragioni di sicurezza, non certo di poltroneria. Cionondimeno le restrizioni del giornalismo da stanza d’albergo, unite ai rischi dell’operare sul campo, hanno convinto molte testate a ritirare i loro uomini da luoghi come l’Iraq, in base al ragionamento: se un giornalista si muove lo rapiscono, se non peggio, se sta chiuso in albergo tanto vale tenerlo in Italia. I modi per aggirare costi e rischi sono molteplici: chi è più privo di mezzi si limita a piazzare un redattore davanti alle agenzie, le televisioni tendono a comprare e doppiare contenuti (così si vedono servizi di al-Jazeeraal-Arabiya su reti italiane, mentre per la copertura italiana Fox News utilizza immagini di Sky), il ruolo degli stringer locali diventa sempre più cruciale (avete notato che a piede degli articoli del Corriere talvolta appare la dicitura «da Bagdad ha collaborato Walid al Iraqi»?).

Allora il corrispondente estero è morto? Una figura inutile? No, almeno se è vero, come sostiene Timothy Garton Ash, che il giornalismo estero si basa su tre funzioni: «Testimoniare, decifrare e interpretare».

Da un lato è vero che la testimonianza sul campo, o parte di essa, può essere affidata anche a non-giornalisti e diffusa dai social network. Molti esempi, in questo senso, arrivano dal Medio Oriente: la documentazione della morte dell’attivista iraniana Neda Agha-Soltan, ripresa in diretta dai suoi compagni e rimbalzata in tutto il mondo; il ruolo – talvolta sovrastimato, ma pur sempre importante – dei social media nella copertura della Primavera Araba; oppure l’utilizzo massiccio di user generated content da parte di al-Jazeera durante la guerra civile in Siria (anche se su questo ultimo punto ci sarebbero molte cose da dire: qualche tempo fa su Limes Margherita Paolini esponeva una visione assai critica del ruolo dei “cittadini giornalisti” in Siria).

Per interpretare, ossia per capire perché ciò che accade in un luogo è importante in un altro, serve qualcuno che abbia girato il mondo e sappia parlare alla sua audience.

Da un lato, si diceva, è innegabile che talvolta non-giornalisti possono coprire alcuni buchi sul campo. E che spesso stringer e cronisti locali possono decifrare i fatti meglio di uno straniero: «Perché non dare loro una voce più diretta?» scrive Garton Ash. Il Christian Science Monitor, dal canto suo, ha una lunga tradizione di pubblicazione di articoli firmati da giornalisti stranieri, collaboratori esterni che scrivono dai loro paesi. Ma dall’altro lato è pur sempre vero che per interpretare, ossia capire perché ciò che accade in un luogo è importante in un altro, serve una figura esperta, qualcuno che abbia girato il mondo e sappia parlare alla sua audience. Ovvero il corrispondente estero. Certo una delle tendenze in atto è affidarsi a testimonianze esterne, per poi interpretarle in redazione — così è successo per le foto di Neda, rimbalzate sui media mainstream, o per i video degli attivisti siriani presi da YouTube e ritrasmessi in TV.

Ma è a proprio questo proposito che  Garton Ash avverte: «Il pericolo sta nel fare una distinzione troppo netta tra l’interprete e il testimone». Perché la capacità di giudizio di un bravo analista si forma soprattutto sul campo.

 

Una versione precedente di questo articolo era stato pubblicata sul n.4 di Studio.

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